Giuseppe Guarnieri: Relazione sul libro “I Ragazzi di Piazza Stazione e Storie di Mare” di Francesco Franco

RELAZIONE
sul libro “I RAGAZZI DI PIAZZA STAZIONE e STORIE DI MARE”
di Francesco Franco

Voglio qui riportare la relazione da me scritta in occasione della presentazione del libro di Francesco Franco all’Ex Convento dei Minimi Paolotti di Roccella, lunedì 9 agosto 2010.

“Le storie che lui ci narra, nate da vicende realmente accadute, sono trasfigurate, dalla sua penna di grande vis comica e vis drammatica, in racconti sorprendenti, piacevoli a leggersi, che fanno bene al cuore, alla mente e all’anima.
Prendete ad esempio il primo episodio, Brik, “un tesoro di coniglio, nero lucido con le ‘calzine’ davanti bianche, gli occhietti espressivi di un arancione brillante, di carattere dolce, allegro e compagnone”. Franco e la sua comitiva decidono di allevarlo in un orto inselvatichito, tra palazzo Rossetti e il muro della ferrovia e tutti i compagni, fanno a gara per mantenerlo, fino a quando il padrone dell’orto vicino, sospettoso, decide di cacciarli via, smantellando la baracca, che il gruppo aveva costruito con tanto amore per riparo della bestiola.
Si trova un’altra locata, quando, purtroppo per troppo zelo, i ragazzi avendo ingozzato il coniglio di otto fichi d’India, gli provocano un’occlusione intestinale che lo porterà alla morte. Viene organizzato un vero e proprio funerale tra pianti e sorrisi increduli con tanta gente affacciata alla finestra o all’uscio di casa per assistere a quell’evento triste e surreale. Segue poi la vendetta contro l’ortolano, che aveva smantellato la baracca di Brik e qualche settimana dopo, per esorcizzare il dolore provato per la morte del coniglio, viene organizzata una specie di farza con frasi ripetute a cantilena all’uso d’i ciangiulini d’ ‘a Gejusa:

‘E ti ricordi quandu ti portavi ‘na carota chi mi cacciavi d’ ‘a vucca mia
e tu, ‘ngratu…, volisti ‘a lattuca ‘i Peppi ‘i Cenzu?

E altri versi del genere sulla falsariga dell’epoca, quando ancora non c’era la televisione o il cinema e gli spassi bisognava inventarseli.
Altra chicca: Gli ARTERITANO
È un racconto altrettanto interessante – leggere per credere! – con la presenza di un padre padrone sempre pronto a picchiare il figlio Rocco con una corda, udite, udite! – intrisa d’aceto… E poi peggio! quando lo punisce in ciò che il ragazzo aveva di più caro, il calcio. Dato che Rocco aveva portato a casa brutti voti, lo lega ad una Singer, come Prometeo sulla rupe del Caucaso, per impedirgli di andare a vedere la partita. Ma gli amici, complice la madre, lo aiutano ugualmente ad assistere all’incontro sportivo, trascinandolo sulle ruote della macchina da cucire.
Altri quadretti di vita adolescenziale con lo studio della poesia La primavera, di cui Franco oggi ha dimenticato l’autore e chiede ai lettori, se lo ricordano, di riferirglielo.
E via di questo passo sempre con altre storie singolari, farcite frequentemente con espressioni dialettali colorite, che ravvivano talmente i racconti, che alla fine ti sembra di non aver fatto alcuna fatica per leggerli.
Come sapete, Franco è anche socio del mio gruppo “Roccella com’era”.
Quando, qualche anno fa, lui si è presentato per l’iscrizione, noi non abbiamo avuto difficoltà ad accettarlo.
Ed è stato veramente un ottimo acquisto!
Conoscevamo il suo impegno nel mondo della scuola, la sua preparazione culturale e le sue innate capacità di tradurre in forme concrete ogni idea teorica. Ad esempio, non so quanti di voi sanno che Franco, è un bravissimo presepista, al punto di essersi meritato prestigiosi premi a livello nazionale con tanto di motivazione.
La mia associazione, in occasione di un Natale voleva essere presente a Roccella con qualcosa di nuovo, che non fosse la solita zeppolata, cu’ quattru coccia d’allivi cumbité e ‘nu biccheri ‘i vinu (stile Francucciano).
Lui ci disse: “Vi aiuterò io!” E così, senza pensarci due volte, ci ha generosamente donato per due anni consecutivi i suoi magnifici ed originali presepi, pubblicizzati a Telemia, ammirati da tutti, che ci hanno garantito un notevole introito, in seguito ad una riffa.
All’interno della nostro gruppo Francuccio è stato sempre un utilissimo “lupo solitario”.
Dunque: Franco presepista, Franco scrittore e perfino Franco ricercatore, in una sorta in un positivo e armonioso equilibrio multitàsking, come dicono gli psicologi. Recentemente “Roccella com’era”, individuando in lui le sue altre doti nascoste, lo ha impegnato nello studio sugli epigoni, i continuatori dei rotari roccellesi ed è venuto fuori un lavoro che molti hanno potuto apprezzare sabato 31 luglio, in via Marina. Il nostro (socio) ha saputo condurre le sue ricerche con impegno encomiabile, illustrando situazioni e autori roccellesi, che, immeritatamente, sarebbero destinati all’oblio.
Ma oggi siamo qui per parlare dello scrittore.
Magari fossero arrivati a noi, dagli anni ‘20/’30, due libri illuminanti come quelli di Francuccio! Quanto avremmo appreso!
Perché lui nei suoi racconti sa veramente illustrare la nostra realtà, la nostra storia, il nostro passato, la nostra vera identità, altro motivo per cui noi di “Roccella com’era” lo consideriamo un socio insostituibile. Franco non è il tipo che s’innamora di schemi culturali che non siano i nostri.
Come diceva lo scrittore e giornalista colombiano Gabriel García Marquez: “L’interpretazione della nostra realtà attraverso modelli che non sono nostri serve solamente a renderci più sconosciuti, sempre meno liberi, sempre più solitari”.
Con Francuccio non corriamo questo pericolo, perché Franco, tu con le tue narrazioni hai illustrato in modo magistrale la Roccella degli anni ’40, ’50 e ‘60, il modo di pensare e di essere di allora. Ed è quello che noi di “Roccella com’era” stiamo facendo da più di dieci anni con le immagini delle varie mostre fotografiche, con le nostre pubblicazioni, con le nostre partecipazioni al borgo presentando gli antichi mestieri, ‘u matrimognu ‘i ‘na vota, ‘a casa d’ ‘a nanna, ‘a putiha d’ ‘u vinu, ‘a marineria. Franco tu sei dei nostri a tutti gli effetti e le generazioni che verranno ci dovrebbero fare, quanto meno un monumento, allo sforzo che stiamo compiendo per conservare per loro la nostra identità.
Quando ritroviamo qualche antica fotografia, prima puntiamo la nostra ricerca sul personaggio o sul gruppo in primo piano, cercando di individuarli e, incrociando le notizie con i ricavati d’archivio e con le testimonianze degli anziani, poi cominciamo a studiare lo sfondo, quello che c’è dietro, con la lente d’ingrandimento.
Bene, con gli scritti di Francuccio si deve fare lo stesso.
Prendiamo un altro episodio a mo’ d’esempio: l’innamoramento di Franci ‘u Zirgunaru per Catuzza.
Quante cose dice al lettore attento: che le nuove idee di libertà e affrancamento della donna arrivarono a Roccella a macchia di leopardo: la donna-oggetto passava direttamente dalla tutela dei genitori a quella del marito, scelto da essi per lei. Dice Francuccio: “signata cu’ l’oru comu ‘a Madonna ‘i Pasca”. Perché il neo fidanzato, regalandole l’oro (orecchini, girocollo, anello e bracciale) ‘a singava, cioè la segnava come cosa sua, così come il mandriano marcava i suoi animali per palesare a tutti la sua proprietà.
Le espressioni -“vinni d’ ‘a ‘Merica” – e – “s’ ‘a leva all’Austraglia” – che erano allora (anni ‘50 e primi anni ‘60) le professioni più ricercate e invidiate sempre negli ambienti socialmente più retrivi, sono verità storica.
Dopo un fitto carteggio di lettere tra l’americano o la sua famiglia rimasta a Roccella e quella della ragazza, si aggiustava il matrimonio, che spesso avveniva per procura, senza che i due promessi sposi avessero scambiata una sola parola.
Ecco come devono essere analizzati e interpretati i racconti di Francuccio: mai fermarsi all’apparente banalità: più si scava e più si trova.
Riguardo allo stile di questi racconti, Franco non è il tipo che si fa ingabbiare in un coacervo di regole e regolette, è uno spirito libero, capace di volare alto, avendo solo come filo conduttore la sua musa ispiratrice, unica dea cui, lui, si sente di ubbidire.
Da queste pagine emerge tutta la passione che l’autore ha messo dentro, il pathos, il calore umano, la spontaneità, la profonda e calda umanità di Franco.
Se c’è qualche errore, non badateci, perché, come dice Francuccio, queste storie sono comu i pruppetti casalori, sono buonissime, ma non vengono mai precise!”

Ex Convento dei Minimi Paolotti, lunedì 9 agosto 2010

Prof. Giuseppe Guarneri

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I Ragazzi di Piazza Stazione : DA PIAZZA STAZIONE ALL’HEYSEL PARLA NINO COGLIANDRO

Fin lì era stata un marcia trionfale. La “Vecchia Signora” (la Juventus) aveva sbaragliato di brutto le avversarie plurititolate che il sorteggio le aveva destinato di fronte. Tutti sapevamo che questa era l’annata buona dopo tante delusioni.

Due volte eravamo arrivati in finale e due volte avevamo perso miserevolmente per un golletto a zero, sia con l’Aiax che con l’Amburgo.

Quest’anno no! Quest’anno eravamo i migliori d’Europa e forse anche del mondo: avevamo in squadra ben sette campioni dell’82 e in più Boniek e Platinì, e scusate se è poco.

Alle semifinali ci era toccato il Bordeaux, squadra tosta da non tenersi nel buggino (taschino); ma a Torino l’avevamo umiliata con un secco tre a zero. La trasferta di ritorno in Francia sarebbe stata una passeggiata. Eravamo in finale e questa volta non l’avremmo persa.

A Bordeaux però la Juve, forse troppo sicura, forse avendo sottovalutato gli avversari o credendoli già rassegnati, si mise a giocherellare per salvare gambe e risultato: per qualificarsi avrebbero dovuto segnarci quattro reti e noi nessuna, e quando mai.

Eravamo pigiati quella sera dinanzi al televisore nella nostra sede di Roccella “Bontrap”, cioè dedicata al magico duo Boniperti-Trapattoni.

Man mano che trascorrevano i minuti, quella che pensavamo dovesse essere una pratica già chiusa, diventò una salita impervia e ingarbugliata.

I Francesi ci credevano, caricati al massimo, giocavano di prima e sbucavano da tutte le parti, sostenuti da un tifo infernale, ininterrotto,  coinvolgente.   Scirea,  Gentile,  Cabrini, Brio e gli altri avevano un bel da fare a tappare i buchi e a spedire affannosamente in corner.

Peppe Guarneri ‘i Piccinna

Peppe Guarneri ‘i Piccinna

Totou ‘i Lariantoni

Totou ‘i Lariantoni

Quando poi, circa al ventesimo, segnarono, divennero furie scatenate.

Capivano la cattiva serata dei nostri e cercavano la qualificazione, che appariva loro a portata di mano.

Finì il primo tempo e noi eravamo sudati, ma ancora speranzosi: vedrai che adesso cambia musica, ci penseranno, si assesteranno con più convinzione e vedremo la nostra solita Juve schiacciasassi.

Invece tutto continuò sul copione del primo tempo: loro a premere e noi in affanno.

Passavano i minuti e tutti gli sguardi indugiavano su quelle lancette di una lentezza esasperante.

Alla mezz’ora segnarono di nuovo con un tiro da lontano che incocciò l’incrocio, lasciando Tacconi esterrefatto senza aver visto neanche la palla. Ora il purgatorio di prima divenne inferno vero.

Se prima c’era la speranza di qualche contropiede, adesso tutti i nostri erano barricati in difesa, liberando alla disperata.

Tacconi a cinque minuti dal termine salvò il risultato con una parata miracolosa.

Negli ultimi minuti sembrava l’assalto a Forte Alamo: meno quattro, meno tre, meno due, meno uno …… Fineee!

Saltammo in piedi dopo tanta tensione, uscimmo con le macchine a carosello sventolando impazziti le nostre bandiere in faccia ai Milanisti e Interisti che, dopo le nostre finali perse erano usciti a festeggiare: per anni sul muro della segheria campeggiò la scritta: GRAZIE AMBURGO. Vigliacchi!

Ora tutti a Bruxelles! Il Liverpool? Ne faremo polpette. La finale vera era stata questa col Bordeaux, veramente duro a morire. E chi sarà mai questo Liverpool?

Immediatamente nei giorni a seguire contattammo Torino per prenotare i biglietti per Bruxelles.   Eravamo prima  in  dodici, poi in trenta, quindi in sessanta e forse altri se ne sarebbero aggiunti.

La risposta arrivò via fax,  rapida e concisa: data l’enorme richiesta di biglietti da parte dei clubs periferici, ad ognuno di essi potevano essere assegnati soltanto dieci biglietti.

Io allora ero nel direttivo e, quindi, non avrei avuto problemi ad andare, ma con me volevano partire Stefano Romeo, mio zio coetaneo e Tonino Caridi, inseparabili e volevamo godere assieme, fianco a fianco quest’avventura, non in settori separati. Rinunciai e ci rivolgemmo a un’Agenzia di Milano per tre biglietti, dove saremmo arrivati in treno, poi in pullman fino a Bruxelles.

La partita era fissata per il 29 maggio alle 20.15.

Il 27, coperti di sciarpe, bandiere e gagliardetti, pavesati a festa come tanti alberi di Natale, eravamo in stazione.

Il treno arrivò alle 14.30, già sventolante di bandiere. Man mano lungo le Stazioni della Jonica salivano altri gruppi: ci abbracciavamo e ci salutavamo solidali. Da Lamezia sonnecchiammo un poco e alle 10  di sera fummo a Roma.

Il treno non sostò a Termini, ma alla stazione di passaggio di Roma Casilina. Ci aspettava, malgrado l’ora, un folto gruppo di sciagurati tifosi romanisti e forse anche laziali, coalizzati per l’occasione, ma frenati da un cospicuo reparto di poliziotti.

Non ci furono incidenti, ma per tutti i dieci minuti della sosta, dovemmo sorbirci l’odiosa canzone che da poco circolava contro di noi:

O Maggissè!               (O Magissè!)

O Magginì!                 (O Magginì!)

Volemo morto a Platinì,

mortò Scirea, mortò Cabrini,

volemo morti i Juventini.

 

Noi ci chiudemmo e abbassammo le tapparelle per paura di qualche sassata, ma appena il treno si mise in moto, aprimmo tutti insieme simultaneamente i finestrini e gli misurammo il braccio.

Stefano fece di meglio: si aggrappò ai ferri delle cuccette, si calò i pantaloni ed esibì il nudo deretano a ripago delle offese.

Mattina del 28 fummo a Milano. Facemmo colazione in un bar della Stazione e poi caracollammo con calma verso l’Agenzia, ritirammo i biglietti e fummo liberi fino alle 17.

Visitammo il Centro, mangiammo in un alberghetto con giardino e riposammo poche ore in una stanza a tre.

All’ora convenuta eravamo in Agenzia e alle 17.30 partimmo per Bruxelles, juventini di Milano, di Bergamo, di Udine, Pugliesi, Siciliani, Sardi, di tutta l’Italia. Viaggiammo di notte cantando i nostri cori e alla mattina di quel fatidico 29 maggio fummo a Bruxelles.

Scendemmo alla Stazione Autobus in una piazza centrale: ancora era troppo presto per andare allo Stadio. Ci saremmo visti, dopo la partita, alla fermata N° 72.

Avevamo tutta la giornata davanti: Bruxelles, a noi!

Qui la prima delusione. Pensavamo di trovare una città in festa per il grande evento sportivo, su cui erano puntati gli occhi dell’Europa e del mondo intero: bandiere delle due squadre, delle due nazioni finaliste … Nulla.

Chiedemmo anzi dove fosse lo stadio Heysel e molti non ce lo seppero indicare, poi Stefano ricordò di aver letto che era in prossimità dell’Atomium e così fu più facile individuare la direzione.

Facemmo colazione in un locale italiano, da un simpatico ragazzo di Caserta, e quindi, senza fretta, lentamente, prendemmo la strada dell’Heysel. In una piazzetta laterale, improvviso e inaspettato ci schiaffeggiò un cartello: NOI ODIAMO I NEGRI E GLI ITALIANI.

Era appeso tra due finestre fiorite, visibilissimo sia dalla strada che dalla piazzetta. Di sotto un Bar-Tabaccheria, una Chiesa Valdese, un Pronto Soccorso Veterinario,  una  Lavanderia chiusa.

La gente passava indifferente senza un commento, un moto di attenzione.

─ A cchjappamma a vacca…..! (L’abbiamo acchiappata la vacca… − (dai testicoli))─ Sbottò Stefano.

─ E chista ‘ndavarria u m’esti a Capitali d’Europa? ─ (E questa dovrebbe essere la capitale d’Europa? ) Aggiunsi io.

E Nino concludendo: ─ ‘Viti vui quali ‘ntinna ‘nd‘arriva i ‘ssa campana… ─ (Vedete voi quali rintocchi ci giungono da questa campana… )

Restammo ancora a guardare quello sconcio e proseguimmo in silenzio, ancora increduli.

Verso le undici cominciammo a vedere i primi Inglesi.

Eravamo entrati in un negozietto di ricordi per trovare qualcosa per le nostre mamme, quando li vedemmo entrare.

Ci irrigidimmo subito, pensando a quel che avevano combinato appena qualche settimana prima a Stradford.

Appena ci videro ci circondarono sorridenti e, con grandi manate sulle spalle, ci invitarono a gesti a scambiare qualcosa.

Gli demmo due gagliardetti e una sciarpa e loro ci regalarono una bandiera senza manico e una maglia col N° 8.

Vollero anche scattare con noi delle foto ricordo e ci mettemmo in posa, a bandiere invertite, dinanzi all’autoscatto.

Proseguimmo. Mentre bevevamo una coca su una panchina, arrivò un altro gruppo, questo molto più numeroso, saranno stati una ventina e tutti giovani.

Gelammo. Loro richiesero a gesti i nostri simboli, proponendo il medesimo scambio e posammo anche per la solita foto, ma quelli insaccarono le nostre cose, ci fecero un gestaccio e se ne andarono sghignazzando e tracannando birra, in bottigliette

da tre quarti.

─ E ndi jiu puru bona – Sussurrai – Ma mo ‘ndavanzi ‘ndavimu u stamu c’a ricchji i fora com’o Sdragu! ─ (E ci è andata anche bene. Ma d’ora innanzi dovremo stare con le orecchie attente come quelle dell’Orco )

E gli altri non poterono che approvare, seri e preoccupati.

Era suppergiù mezzogiorno quando arrivammo all’Heysel.

Ci aspettavamo uno stadio moderno, degno di tanta manifestazione, ma fu un’altra delusione: vecchio, squallido, cadente e mal rattoppato sembrava ‘mpingiutu c’a sputazza (appiccicato con lo sputo). Gli ingressi erano più da pollaio che da campo sportivo, stretti e bassi.

Certamente i Belgi avevano cercato di rimediare in fretta per renderlo un po’ presentabile. C’era infatti a lato un cantiere da poco dismesso, sopra un montarozzo, anzi palesemente abbandonato in fretta poiché notammo, ammonticchiati alla rinfusa, materiali di scarto, sia in legno che in mattoni e financo in ferro.

Molta della gioia iniziale cominciò a mutarsi in preoccupazione.

E se quei materiali li avessero adocchiati gli hooligans?

Comunque non era problema nostro: ci avranno pensato le forze dell’ordine e avranno provveduto a parare il pericolo a tempo e modo.

Il piazzale dinanzi allo stadio era quasi deserto. Era tutto chiuso per la pausa pranzo.

Comunque uno spazzino ritardatario ci informò, a gesti, che le biglietterie avrebbero aperto alle 15 e i cancelli alle 17.30.

Stefano, il miglior mimo dei tre, fece prima il gesto del mangiare e poi mostrò un gagliardetto tricolore e quello, sorridendo ci indicò una strada oltre l’Atomium, ci fece il segno della svolta a destra e mimò  il  numero  500.   Credemmo di capire

che il Ristorante italiano si trovava a 500 metri per quella strada, in una traversa laterale.

Ci avviammo e dopo venti minuti fummo dinanzi  al  “Cuore Italiano”.

Entrammo e ci accomodammo sotto una spaziosa veranda con vista di uno spicchio di Atomium. Alle pareti, foto dei proprietari con varie personalità italiane: Claudio Villa, Modugno, la Pavone e Teddy Reno, Aurelio Fierro, Mino Reitano ed altri.

Venne al tavolo un giovane di circa vent’anni.

− Di dove siete? – Ci domandò cordiale, ansioso di parlare con Italiani.

─ Calabresi ─ Rispose Nino.

─ Calabrisi? E ‘i duvi? ─ (Calabresi? E di dove? ) Riprese il giovane illuminandosi tutto e accomodandosi sulla quarta sedia.

─ D’a provincia i Riggiu ─ (− Dalla Provincia di Reggio ) Aggiunsi io.

─ Sapiti i duvi sugnu eu? ‘I Condofuri! ─ (Sapete di dove sono io? Di Condofuri! )

─ E nui d’a Rucceja ─ (E noi di Roccella ) Completò Stefano e ci alzammo abbracciandoci e presentandoci.

─ E mo cu’ si movi i ccà. Sapiti i quant’anni ‘ndavi chi non sentu parrari u dialettu? Quattr’anni! Ginu! ‘Ndavimu Calabrisi ccà, d’a Rucceja! ─ (E ora chi si muove da qui. Sapete da quanti anni non sento parlare il dialetto? Quattro anni! Gino, abbiamo calabresi qua, di Roccella! )

Poi si rivolse a due ragazze in francese e capimmo che lasciava ad esse i compiti di bottega per potersi dedicare soltanto a noi.

Arrivò Gino, più grande, con un sorriso largo d’a Dogana o Cafuni .

Ci abbracciò, sapemmo tutto di loro.

Per primo, nel ’62, era arrivato il padre e s’era messo a

fare il cameriere. Poi chiamò la famiglia e arrivarono i due fratelli e la madre.

Anche loro due si misero a lavorare nella ristorazione e la madre in una lavanderia.

Alla morte del proprietario avevano rilevato il locale, prima in affitto e poi lo avevano comprato dagli eredi, dandogli nome e aspetto tipico. Degli affari non si potevano lamentare.

─ I biglietti i ‘ndaviti? ─ (I biglietti ce li avete?) Ci chiese a un tratto Marcello.

─ Si, i ‘ndavimu ─ (Si! Ce li abbiamo) lo informammo.

─ Assati m’i viju, ca ccà circolannu ‘nu ‘mbujinu i biglietti farzi ─ (− Fatemeli vedere chè qui circola un fottìo di biglietti falsi )

Aprii il borsone e li trassi dal portafoglio, porgendoglieli.

Avutoli in mano approvò, poi li girò sul retro e ci invitò a guardare.

C’era una scritta in caratteri piccoli, naturalmente in francese.

Ce la tradusse. Apprendemmo solo adesso che la U.E.F.A., proprio per questo incontro, per la Finale, si toglieva da ogni responsabilità, quasi presagisse il futuro, delegandola agli organizzatori locali.

Mai successo prima.

Entrò intanto un gruppetto di Italiani, quattro ragazzi e due ragazze.

─ Ci servono due biglietti del settore N. Sapete dove possiamo comprarli? ─

─ Ce li ho io i biglietti! ─ Saltò su Marcello, scattando come una molla, e trasse di tasca un mazzo di venti, venticinque biglietti:

─ Settore N? Eccoli! ─ E li consegnò al richiedente.

Sapemmo così che il nostro nuovo amico, Marcello Spataro di Condofuri, faceva il bagarino.

Tornò al nostro tavolo, questa volta in forma ufficiale, con tanto di taccuino e matita:

─ Allura, paisà, chi vi preparamu? ─ (Allora, paesani, cosa vi prepariamo? )

─ Certu ca non vínnimu ccà u ndi mangiamu i schifezzi loru, sinnò jemu a ‘nu Ristoranti qualsiasi ─ (Certamente che non siamo capitati qua per mangiare le loro schifezze, altrimenti saremmo andati in un Ristorante qualsiasi ) esclamò Nino convinto e interpretando il pensiero di tutti.

─ Ma vui u voliti ‘nu pocu i stoccu bonu, ma stoccu speciali d’a Lettonia?! ─ (Ma voi lo volete un po’ di stocco buono, ma speciale della Lettonia?! )

─ A la midò ─ scattò su Stefano ─ ca cu’ penzava ca ‘ndavia u vegnu a Brusselli pemm’u mi mangiu u stoccu bonu! ─ (Per la miseria, chi pensava di venire a Bruxelles per assaggiare un po’ di stocco buono )

─ Voliti puru ddu’ fila i pasta? ─ (Volete anche due fili di pasta? )

─ No, no, Marcè, facimu ‘na cosa leggera: pórtandi ddu’ assaggini i tuttu u stoccu chi ‘ndai e basta. Sinnò nd’abbuffamu e ndi pigghja a sonnolenza.─ (No, no, Marcello, facciamo una cosa leggera: portaci due assaggini di tutto lo stocco che hai e basta. Altrimenti ci abbuffiamo e ci prende la sonnolenza )

─ Comu vuliti ─ rispose l’amico ─ però ‘na buttigghja i vinu v’a offru eu, e si mi permettiti, vegnu u mangiu cu vui, accussì continuamu u discurzu ─ (Come volete, però vi offro una bottiglia di vino e, se permettete, mangio con voi così continuiamo il discorso )

─ Quale onore? ─ Rispose Nino Caridi, sfottendo serio.

E così mangiammo e bevemmo l’ottimo vino offertoci da Marcello, il caffè e poi restammo a chiacchierare. Si erano fatte le 16.30.

─ Ma u Stadiu u vidístivu? ─ (– Ma lo stadio l’avete visto? )

Tornò l’amico sull’argomento principale.

─ U víttimu ─ gli risposi sconsolato ─ ma mi pari ca staci a jirta p’e scummissa ─ (L’abbiamo visto, ma sembra stia in piedi per scommessa )

─ Ma cu’ cávulu u scegghjiu ‘stu scatorciu pe’ ‘na finali i Coppa d’i Campioni? ─ (Ma chi cavolo ha scelto un simile scatorcio per una finale di Coppa dei Campioni?)

─ Veramenti ndi meravigghjamma puru nui ─ (Veramente ce lo siamo chiesto anche noi )

─ Possíbili ca non trovaru n’attru megghju i chistu ‘nta tutta l’Europa? Speriamo nommu u succedi nenti i bruttu …. ─ (Possibile che non ne abbiano trovato un altro migliore in Europa? Speriamo non succeda niente di brutto…)

Paventai io.

─ No, no! Supa a chistu potiti stari sicuri ca a Polizia da ccà ‘on esti comu a chija italiana: ccà cu’ sgarra, paga! ─ (No, no! Su questo potete stare sicuri che la Polizia qui non è come quella italiana: qua se uno sgarra, paga! )

Così ci tranquillizzammo alquanto.

─ Ma vui non veniti ‘a partita? ─ Chiesi. (Ma voi non venite alla partita? )

─ Certu ca venimu, ca ccà tenimu chjusu stasira e domani. Sapiti com’è: ‘on volarria ca pemmu u guadagnamu quattru sordi, ‘ndarrívano vinti ‘mbiachi e ndi scáscianu u locali. Però eu vaju  versu  i  cincu  e  menza  pemm’u  mi  vindu  i  biglietti ─ (Certo che veniamo, ché teniamo chiuso stasera e domani. Sapete com’è: non vorrei che per guadagnare quattro soldi mi piombassero qui una ventina di ubriachi e mi mettessero a soqquadro tutto il locale. Io vado verso le cinque e mezza per  vendere i biglietti )

─ A quantu i vindi? ─  (A quanto li vendi?) Chiese Nino

─ Dipendi di l’ura: cchju passa u tempu e cchju nchjana u prezzu ─ (dall’ora: più passa il tempo e più sale il prezzo).

─ Allura è megghju u ndi movimu  ─ (Allora è meglio che ci muoviamo)   E  ci  alzammo,  pa-gammo meno del dovuto, raccogliemmo i nostri borsoni, salutammo Gino e ci dirigemmo all’Heysel. Giungemmo verso le cinque.

Marcello fece il giro delle biglietterie, evidentemente conosceva qualcuno, per sapere quanti biglietti restavano ancora in vendita.

─ Sulu ottucentu. E poi attaccamu nui e d’i ‘Ngrisi ‘nci facimu barva e capiji. A propósitu, ‘nto settori Z éranu previsti ottomila biglietti, ma nda vindiru dudicimila. Accussì stati cchju cardi ─ (Solo ottocento. E poi attacchiamo noi e agli inglesi ci facciamo barba e capelli. A proposito, nel settore Z erano previsti ottomila biglietti, ma ne hanno venduto dodicimila. Così state più caldi )

Ancora le porte d’ingresso (porticeji i pagghjaru) come le definì Stefano, erano chiuse.

Rimanemmo ancora insieme una mezz’oretta, poi ci scambiammo indirizzo e numero di telefono e ci separammo, così appena aprirono, fummo tra i primi.

Entrammo in un corridoio stretto dove a malapena si poteva procedere in due. Qui la polizia ci fermò e ci sottopose a una minuziosa perquisizione: dovemmo aprire le borse, esibire i documenti, presentare i biglietti che furono guardati, controllati e scrutati da almeno quattro persone, svuotammo finanche le tasche e finalmente fummo dentro.

Il corridoio si apriva all’aria in alti e stretti cunei che terminavano quasi a ridosso del terreno di gioco. Ancora c’era pochissimo pubblico e noi risalimmo e ci sistemammo nella curva, all’ombra del muro di cinta. Ci guardammo attorno. Il settore era stato diviso in due da una rete posticcia: le gradinate erano state costruite in mattoni pieni, anticamente ricoperti da due dita di cemento, che però, col tempo si era invecchiato, sgretolato e lasciava lugubremente vedere i mattoni.

Nell’altro settore, al di là della rete, notammo un’ampia breccia nel muro, proprio a ridosso del cantiere dismesso. A guardia di questa era stato messo un poliziotto in piedi. Guardammo l’altra curva, il settore N, lontanissimo, dove sarebbero arrivati gli amici della sezione: Vittorio Grollino, Arturo Arena, Pino Badolato e gli altri. Chissà se erano arrivati?

Alcuni giovani stavano trafficando per sistemare uno striscione sulla rete divisoria, dalla parte nostra. Finalmente leggemmo: DOVE VA LA JUVE C’E’ PINEROLO. Evidentemente speravano in qualche zummata televisiva.

Il sole stava man mano calando e cominciarono ad arrivare i primi Inglesi e a prendere posizione al di là del divisorio nel settore adiacente. Non vedemmo gente strana ma soltanto ragazzi, ragazze e anche intere famigliole.

Verso le sette lo Stadio era già quasi pieno e la gente affluiva sempre più numerosa dagli stretti cunicoli d’ingresso.

Mezz’ora dopo notammo, nel settore vicino, numerosi gruppi di tifosi con tatuaggi, teste rasate e immancabili casse di birra in spalla. Molti penetravano indisturbati attraverso la breccia. Avevano anche sistemato una passerella con tavoloni, per maggior comodità.

Del poliziotto di guardia nessuna traccia.

Guardavamo preoccupati una lenta ma inesorabile manovra di avvicinamento verso la rete. Le famigliole e i ragazzi erano costretti a spostarsi verso l’altra estremità della curva, finchè non vedemmo al di là della rete che giubotti neri e smanicati,  teste rasate e torsi nudi fittamente tatuati.

Mancava ancora mezz’ora all’inizio della partita quando alcuni di loro si misero a tagliare i legacci dello striscione di Pinerolo, che si afflosciò a terra vicino alla rete.

I ragazzi si avvicinarono per recuperarlo, ma gli Inglesi, sghignazzando, tirarono fuori le pistole lanciarazzo e cominciarono a sparare per colpirli, prima su di loro, poi alzarono il tiro sulla folla.

Nino Cogliandro oggi

Nino Cogliandro oggi

 

Biglietto per la partita Juventus-Liverpool fronte (in alto) e re-tro

Biglietto per la partita Juventus-Liverpool fronte (in alto) e re-tro

I ragazzi di Pinerolo ripiegarono terrorizzati, qualcuno colpito

alle spalle e con la camicia in fiamme. Noi tutti ci alzammo in piedi e ci spostammo caoticamente verso il muro, cercando di interporre il maggior spazio possibile.

Questo terrore fece scattare in loro,  ormai  ottenebrati dall’alcool e forse dalle droghe, l’istinto predatorio. Intuirono che non eravamo Ultras e si gettarono in forza a svellere l’esile rete divisoria che venne staccata di netto, offrendogli anche i terribili, puntuti paletti in ferro che usarono come giavellotti.

Ora il terrore divenne panico incontrollato. Dato che in alto non c’erano vie d’uscita, la folla tentò la salvezza verso il campo. Molti caddero in questa fuga scomposta e disperata e furono calpestati a morte. Gli stretti cunicoli d’entrata erano intasati dagli ignari che in massa stavano entrando.

Quelli che arrivarono sotto la rete del campo si dettero a gridare aiuto e a cercare di sbloccarla e svellere il cancello  d’ingresso, ma la rete sì che era stata messa  bene,  con  doppi

tubi e un muretto ad altezza d’uomo. La Polizia a cavallo dentro il terreno di gioco, pensando forse a un gratuito tentativo d’invasione, si dispose in formazione e si diede a dar manganellate furibonde sulle mani dei malcapitati che cercarono di tornare indietro in massa.

Allora avvenne quello che poi fu chiamato “effetto dentifricio”: dall’alto premeva la massa che cercava con ogni mezzo di sfuggire alla furia degli hooligans, dal basso arrivavano quelli che venivano picchiati dalla Polizia, insieme ad altri che entravano dai cunei e noi al centro ci sentimmo sbalzare in aria in una grande onda umana la cui cima debordò oltre la rete di protezione del Campo.

Il centro dell’onda umana cadde pesantemente sulle gradinate in basso, schiacciando col proprio peso i malcapitati delle prime file.

Io, quando mi sentii lanciato verso l’alto  e  stavo perdendo contatto col terreno, annaspai disperatamente intorno con le mani alla ricerca di qualsiasi appiglio.

Trovai con la destra la cinta d’un pantalone e mi ci aggrappai con tutte le mie forze. Il proprietario, terrorizzato come o forse più di me, scalciava e tirava pugni alla cieca sulle mani, sulle braccia, sulla testa …

Comunque volammo e ci staccammo, ma ormai eravamo sulla coda dell’onda. Precipitai di peso per sette o otto gradini, atterrai su altri corpi e molti mi caddero addosso ma rotolarono in basso.

Mi ritrovai a faccia in aria, la gamba e il braccio destro bloccati da cadaveri, la testa e il corpo che degradavano sui gradini in basso, la gamba sinistra in aria, scalzo e con un solo braccio disponibile.

Respiravo a fatica, avevo perso gli occhiali e le scarpe ed ero costretto ad assistere impotente alla carneficina che si stava consumando in alto. Gli spettatori normali inglesi si erano aggruppati all’estremità del loro settore di curva. I nostri, come pecore impazzite, urlanti e sbranate dai lupi, cercavano una via di salvezza che non c’era e premevano disperati contro il muro di cinta.

Chi cadeva sui gradini o scivolava o non resisteva, veniva calpestato e schiacciato dalla folla terrorizzata.

Quelli agivano con la freddezza di un plotone di esecuzione.

Guidati dall’alto dai loro caporali, si erano divisi in squadre perfettamente organizzate: alcuni svellevano facilmente i mattoni delle gradinate, li spezzavano a mezzo e ne facevano piramidi. Gli assassini arrivavano con calma esasperante, bevendo birra, si armavano e poi avanzavano a balzi in sette o otto nello spazio mediano, prendevano comodamente la mira e lanciavano con forza mattoni, bottiglie, ferri acuminati contro teste, spalle e braccia per colpire, per uccidere.

Alcuni inseguivano l’ultima frangia di fuggiaschi con coltelli e bottiglie sbrecciate e li dilaniavano ridendo e sghignazzando.

Il sangue scorreva dappertutto lungo le gradinate.

Ad un tratto vidi un’ombra oscurare l’ultima luce e mi cadde addosso un ragazzino di dieci, undici anni, con la maglia bianconera e la testa spaccata in due, mi venne proprio faccia contro faccia e mi morì addosso, inondandomi di sangue e materia cerebrale.

Pazzo di terrore, di raccapriccio, di orrore e di voglia di salvezza, me ne liberai col braccio buono, poi mi detti a muovermi come un ossesso per liberare l’altro braccio inchiodato da un morto con la sciarpa sociale ancora annodata. Riuscii a furia di torsioni disperate a farlo rotolare giù in basso. Da sotto il cadavere rimosso, vidi brancolare debolmente una mano di giovane donna. L’afferrai e la strinsi, impotente ad aiutare

lei e me. Sentivo la vita abbandonare quella ignota ragazza e lacrime di rabbia e di frustrazione mi rigarono il viso imbrattato di sangue, finchè non si mosse più. Mi detti a divincolarmi con più forza, quando udii una voce di paradiso che gridava attraverso il megafono:

─ Calmi! E’ finita! E’ finita! ─

Guardai in su e vidi due file di poliziotti, perfettamente equipaggiati in tenuta antisommossa, che sostituivano la rete caduta e si interponevano in doppia fila tra i due settori, tra le vittime e gli assassini.

Questi, quieti come agnellini, angelici e impuniti, si erano seduti sulle gradinate e si accingevano, protetti e sicuri, a godersi la partita.

Dall’altra parte vidi luce e spazio attraverso la miopia che mi annebbiava la vista. Mi divincolai e mi liberai del tutto.

Avanzai prima a carponi e poi barcollante su un lago di sangue e tra mille ingombri di feriti, morti, sacchi, bandiere raggiunsi la luce e capii che era una breccia nel muro. Ci arrivai e stavo per cadere di sotto quando un poliziotto mi sostenne, mi prese in braccio e mi portò giù. Scattavano frenetici i flash dei cronisti e fu così che la mia foto in braccio al poliziotto,  campeggiò il giorno dopo su tutti i giornali del mondo, a simbolo e ricordo della tragedia insensata e impensabile di quel 29 maggio.

Svenni per un po’, così mi risparmiai la vista delle macerie con morti accatastati a lato, schiacciati nella caduta del muro, crollato addosso a quelli che ancora tentavano di entrare.

Mi svegliai nell’ambulanza. Grida inenarrabili di dolore provenivano dal lettino accanto. Mi girai e vidi una donna con uno di quei giavellotti confitto nel petto. La poverina cercava con tutte le proprie forze di svellerlo, ma gli infermieri glielo impedivano: sarebbe morta all’istante di emorragia.

Sentivo avanti e dietro di me l’urlìo ossessivo delle ambulanze che andavano e venivano frenetiche. Sfrecciavamo per le vie della città che si stava già illuminando. Giungemmo a un Pronto Soccorso.

Immediatamente alcuni barellieri, pronti all’arrivo, ci sistemarono nelle portantine e ci internarono.

Heysel: l’ecatombe

Heysel: l’ecatombe

Heysel: l’ecatombe

Heysel: l’ecatombe

Sentii l’ambulanza, appena vuota, ripartire sgommando. Fui visitato da un dottorino ma, a cenni, gli feci capire che il sangue di cui ero coperto non era mio. Volevano che firmassi il registro di ricovero, ma rifiutai.

Avevo ben altro da fare. Che ne era stato di Stefano e Nino Caridi? Eravamo fianco a fianco e un attimo dopo ci eravamo persi. Dovevo trovarli. Ero scalzo e una buona donna di infermiera mi dette delle buste di plastica e del cerotto, così me le applicai ai piedi.

Chiesi all’accettazione notizie sui due amici: controllarono il registro e sbatterono la testa in segno di diniego. Mi appostai all’entrata e sorvegliavo l’arrivo delle ambulanze. Ne arrivò una, la sentii urlare già da lontano. Ne scesero un uomo con la camicia tutta insanguinata che si teneva la tempia e un altro ferito su una barella con un ventre gonfio, spropositato. Lo aprirono lì, nel corridoio e ci schiaffeggiò un fetore orripilante di feci, urine e sangue che sprizzarono dappertutto imbrattando gli infermieri.

Io e l’uomo in piedi corremmo fuori e rovesciammo l’anima.

─ Bedda matri ─  mi disse l’altro, appena ci fummo ripresi      ─ allura a mia mi jiu bona daveru!? ─ (Bella madre, allora a me è andata davvero bene ) E si tolse la mano dalla testa, aprì e mi mostrò il padiglione auricolare tranciato di netto da una coltellata. Lo ricoverarono e rimasi solo. Per due ore scrutai i feriti che man mano arrivavano: dovevo curvarmi sui visi per cercare di conoscerne le fattezze senza l’aiuto degli occhiali.

Verso mezzanotte arrivò quella che ritenni l’ultima ambulanza.

Dentro c’era Stefano con una flebo al braccio. Lo abbracciai forte, piangendo e gli chiesi di Nino: non ne sapeva niente.

Accettò il ricovero e ci lasciarono in uno spazio delimitato da un paravento, il meglio che erano riusciti a trovare in quella bolgia confusa e paradossale.

Mi raccontò la sua vicenda. Anch’egli venne sbalzato su dall’onda umana e si trovò ad atterrare dentro il terreno di gioco, sopra altri che si erano infissi o schiacciati contro la rete e i terribili tubi di sostegno (sapemmo dopo che ben sette morirono in questo modo).

Qui gli erano piovuti addosso almeno venti o trenta corpi, dall’altezza di nove o dieci metri.

Ne fu ‘mbunnato (compresso) al punto che lo credettero morto e lo accatastarono tra i cadaveri (e fu proprio nel gruppo dei morti che le telecamere impietose lo ripresero in diretta e fu visto a Roccella. Immaginarsi cosa successe alla Stazione …).

Fu un poliziotto che, sentitolo ansimare, e gli calcò ripetutamente il petto con la pianta dello stivale.

E grazie a questo intervento di alta e qualificata chirurgia, Stefano è vivo e la può raccontare.

Terminata la flebo, volevano applicargliene un’altra ma rifiutammo, firmò l’onnipresente registro e fummo liberi.

Chiesi a gesti a un’infermiera dove potessi ripulirmi alquanto e togliermi di dosso parte di quella sporcizia, di quel puzzore che mi ottenebrava. Lo feci e almeno mi ripulii la faccia.

Per il resto dovevo essere peggio di Robinson: avevo la maglietta insanguinata, una manica pendula, buste di plastica per scarpe e strabuzzavo gli occhi per riconoscere la realtà vicina che vedevo confusa e ottenebrata, mentre pulsazioni dolorose mi stavano aumentando a squassarmi le tempie.

Andammo fuori per fare un bilancio delle risorse.

Avevamo perso i borsoni con dentro portafogli, documenti, macchine fotografiche e abiti di ricambio.

Io mi trovai, nascosti dalla preveggenza di mia madre, in una tasca segreta, un centinaio di dollari. Stefano aveva centocinquantamila lire e alquanti spiccetti.

Sulla strada si fermò una Punto targata CZ.

Ci precipitammo insieme:

─ Paisà, aiutatici! ─ (Paesani, aiutateci! )

Ma quelli dettero gas e partirono a razzo, scomparendo oltre il rettifilo.

Trovammo un infermiere che parlava italiano. Gli chiedemmo dove erano stati portati gli altri feriti e quello ci diede due indirizzi.

Ma prima dovevamo telefonare a casa per rassicurarli. Finora le linee erano state intasatissime ma adesso, alle due e cinque del mattino, forse ce l’avremmo fatta.

Risposero al secondo squillo. Un urlo lacerante e liberatorio mi rintronò dall’altro capo del filo:

─ Ninu! Ninu! E’ vivu! E’ vivu! Grazi Madonna, grazi. E Stefanu, ‘ndai notizi i Stefanu? U víttimu ‘nte morti! … ─ (Nino! Nino! E’ vivo! E’ vivo! Grazie Madonna, grazie. E Stefano, hai notizie di Stefano? L’abbiamo viso tra i morti )

─ Ma quali morti, sbarijástivu? Stefanu è ccà, cu mmia: v’u passu ─ (Ma quali morti? Siete fuori di testa? Stefano è qui con me, ve lo passo! )

Altro urlo e altro pianto liberatorio.

─ E i Ninu, i Ninu Caridi, ‘ndavístivu notizia? ─ (E di Nino, di Nino Caridi, avete notizie? )

─ No, cu iju ‘ndi perdimmi ‘nta chija confusioni, ma appena arbisci jamu m’u cercamu! ─ (No, no, con lui ci perdemmo in quella confusione, ma all’alba ci metteremo a cercarlo )

─ Disgrazia, disgrazia nostra! Mannaja lu palluni e cu’ u ‘mbentau! ─ (Disgrazia! Disgrazia nostra! Maledetto il pallone e chi l’ha inventato!)

Ci facemmo chiamare un radiotaxi e con esso girammo per i Pronto   Soccorso  indicatici;  visitammo,  chiedemmo  e  sbavammo, ma di Nino Caridi non trovammo traccia. Non figurava nell’elenco dei morti, almeno su quello provvisorio e questo ci rassicurò, anche  se  c’erano  molti  cadaveri  ancora sconosciuti.

Ci facemmo portare all’Ambasciata, ma era chiusa e impenetrabile.

Andammo al Consolato. Tutto buio. Suonammo al campanello e nessuno rispondeva. Stavamo per rinunciare, ma l’autista scese deciso, si attaccò al campanello e non lo mollò finchè, come nelle fiabe, si accese una lucina e al balcone apparve un ragazzetto in pigiama.

Chiedemmo di suo padre, il Console. Ci disse che era dal Borgomastro e ancora non era rientrato. Comparve una signora. Non sapevano nulla della tragedia allo stadio. La informammo in poche parole, anche se le nostre condizioni erano più eloquenti di qualsiasi discorso.

Scese ad aprirci. Il tassista ci salutò e partì senza voler essere né pagato, né ringraziato.

Una volta entrati ci fecero accedere in uno stanzone che fungeva da biblioteca.

Soltanto adesso mi accorsi che la gamba destra mi seguiva rigida, con un’angolazione strana e non riuscivo a piegarla.

La moglie del Console si dette a telefonare per rintracciare il marito. Chiedemmo di poter usare il telefono, ma ci disse che era tarato soltanto per comunicazioni di servizio.

Il Console arrivò dopo circa un’ora e con lui entrarono almeno una ventina di altri poveri disgraziati come noi. Ci dettero del tè caldo e qualche biscotto. Io non mi reggevo  in  piedi,  glielo

dissi e mi dettero dei libri per cuscino e nient’altro.

Così tutti quanti, da sfollati e alla rinfusa, ci ‘ngrugnammo (ci addossammo) per terra e ci addormentammo di colpo.

Alle cinque e mezza, appena due ore dopo, fummo svegliati da furiosi scossoni. Nella penombra riconoscemmo Nino Caridi che, per tutta la notte, era andato girovago ai vari Pronto Soccorso, all’Ambasciata Italiana, all’obitorio financo, in cerca di noi.  Per sfortuna aveva visitato  soltanto  due  dei Pronto Soccorso della città: gli era sfuggito proprio il terzo, quello in cui Stefano aveva lasciato traccia del suo ricovero.

Sapemmo la sua vicenda. Egli si era trovato sbalzato sulla cresta dell’onda umana, aveva così superata la rete ed era atterrato sul terreno di gioco addosso ad altri corpi, capriolando poi via senza un graffio. Si era dato quindi da fare insieme ad altri volontari e poi si era messo a cercarci. Ci appartammo in un angolo e rifacemmo il censimento delle nostre risorse: avevamo in tre circa duecentosettantamila lire e duecento dollari.

─ Sentite – propose Stefano ─ appena aiuci e’ dirría u tornamu ‘o Stadiu u ndi cercamu i burzi, i portafogghi, i documenti … o sunnu ja o ‘ncarcunu ‘ndeppi m’i pigghja ─ (Sentite, appena farà giorno, io direi di tornare allo stadio a cercare le borse coi portafogli e documenti… O sono lì o qualcuno li avrà raccolti )

─ Certu – risposi io – però no a pedi, si ndi movimu pigghjamu u taxi, chiju chi custa custa, ca eu cu ‘sta gamba ‘on mi fidu u caminu ─ (Certo, però se dobbiamo andare lo faremo in taxi, quel che costa costa, perché con questa gamba non riesco a camminare )

─ Ma tu telefonasti a casa? ─ (Ma tu hai telefonato a casa? ) Chiese Stefano a Nino.

─ E chi ‘ndavia u teléfunu? E si mi domandávanu i vui chi ‘ndavia u ‘nci dicu: ca non sapia s’éravu vivi o morti? ─ (E cosa dovevo telefonare?  E se mi chiedevano di voi cosa avrei detto? Che non sapevo se eravate vivi o morti? )

─ Allura appena ‘ndi movimu da ccà a prima cosa esti u trovamu ‘nu teléfunu ─ (Allora appena ci saremo mossi di qua la prima cosa sarà trovare un telefono )

Così uscimmo. Sotto trovammo un bar-latteria aperto, facemmo colazione e Nino potè telefonare a casa. Sapemmo così ca Mimmu u Ccippu aveva visto Stefano caricato sull’ambulanza e Gianni U Marocchino me addosso al poliziotto. Alle sette fummo all’Heysel, penetrammo attraverso la breccia, io spintovi a forza di braccia e fummo sulla zona del disastro: sangue, mattoni, lattine e bottiglie dappertutto, vetri in frantumi, ma delle nostre borse e quelle degli altri, nessuna traccia.

Aspettammo che giungesse qualcuno.

I primi ad arrivare furono i giornalisti. Ci chiesero di metterci in posa con addosso qualche bandiera raccattata. Io e Nino rifiutammo, ma Stefano, con una sciarpa e una bandiera, si mise in posa in mezzo a quello sfasciume e fu questa la foto che campeggiò sulle prime pagine  del giorno dopo in tutti i giornali.

Ci dissero che le borse e quanto di valore era stato ritrovato, si trovava presso la Gendarmeria di quartiere.

Ci andammo sempre in taxi, ma da qui ci mandarono da un’altra vicina dove negarono di aver preso niente.

Capimmo che gli avvoltoi si erano spartite le nostre cose.

Se l’erano giocate a dadi come la tunica di Cristo?

─ Ma u númeru i Marcellu v’u ricordati? ─ (− Ma il numero di Marcello, ve lo ricordate? )

Chiese Nino. Nessuno lo ricordava e l’appunto era rimasto nel mio portafoglio, dentro la borsa.

─ O Ristoranti è inutili u jamu, tantu oji ndi dissi ca era chjusu. ─ (Al ristorante è inutile andare, tanto ci ha detto che oggi avrebbero chiuso)

E accantonammo anche quest’ultima speranza d’aiuto.

Ormai qui non avevamo nulla da fare. Ci facemmo portare alla Stazione e trovammo altri scampati che vi avevano trascorsa la notte.

Sapemmo così che gli assassini erano arrivati scortati dalla Polizia, in doppia fila, li avevano messi sul treno e a quest’ora navigavano felici e impuniti sulla Manica.

Ben trentotto erano stati i morti e più di duecento i feriti. Uno di essi non uscì più dal coma e così si arrivò ai definitivi trentanove.

Alla biglietteria chiedemmo tre biglietti per Milano.

Orbene, finora a gesti ci eravamo fatti capire da tutti. Questo bigliettaio belga, però, sembrava un tontolone, con gli occhiali sul naso, la bocca aperta e il naso rosso e rubizzo, ci guardava da ebete.

E noi a mostrare le tre dita e a urlare: Milàn, Milàn, Milàn!

─ Chistu è ‘mbiacu tostu ─ (Questo è ubriaco tosto! ) Commentò Nino sconsolato e la gente premeva dietro.

Eravamo stanchi, inebetiti, delusi e quest’ultimo ostacolo ci portò a un pianto stizzito di rabbia e disperazione.

Finalmente l’ometto armeggiò con le sue macchinette e ci fece vedere, attraverso il vetro, gli agognati biglietti.

Ora però non capivamo il prezzo e avemmo la strampalata idea di mettere tutti i nostri soldi nella conca girevole, sia le lire che i dollari. Quello contò il denaro, abbassò una tendina di similpelle, si prese  tutti i soldi e semplicemente scomparve.

Ci guardammo increduli, frustrati, ormai incapaci di sopportare oltre, per cui prendemmo i biglietti, salimmo sull’agognato treno e partimmo dal civilissimo Belgio, il cuore della nuova Europa.

Arrivammo a Milano e dovevo essere sorretto dai due: il ginocchio si era gonfiato e trascinavo la gamba ormai rigida e insensibile.

Quando alla Stazione Centrale ci videro arrivare logori, barcollanti,  sfiniti,  io  insanguinato e  con le buste di plastica ai

piedi, i Milanesi ci portarono al Bar e ognuno faceva a gara per offrirci qualcosa: caffè, dolci, sigarette …

E volevano sapere, sapere, sapere dalla viva voce di noi scampati cosa era veramente successo in quella disgraziata, allucinante partita. E fu qui che ci mostrarono il giornale dove campeggiava già la foto di me in braccio al poliziotto, sul maledetto muro sbrecciato dell’Heysel.

E noi raccontammo le nostre storie parallele e sentivamo dapprima la naturale incredulità, poi il raccapriccio.

─ Si ─ ci dissero ─ i giornali ne avevano parlato e sparlato, ma i giornalisti si trovavano in tribuna stampa, lontanissimi dal luogo del disastro. Parlammo della follia inglese, dell’onda umana, della colpevole negligenza degli organizzatori e della Polizia belga, del furto dei nostri averi e poi dell’ultima beffa alla Stazione di Bruxelles.

“Milan l’è el coeur en man”, recita l’adagio noto in tutto il mondo. E neanche con noi ─ juventini ─ venne meno la generosità dei Milanesi i quali, non contenti di averci rifocillati, misero le mani ai portafoglio e qua mille, qua cinquemila, qua diecimila, ci ritrovammo con la bella sommetta di settantaseimila lire.

Salutammo gli amici e quasi in trionfo partimmo in taxi verso San Donato Milanese dove abitava mia sorella Angelina.

La prima cosa che feci fu di entrare da un ottico e comprarmi un paio di occhiali e così, man mano, attenuai l’atroce dolore che mi martellava nel cranio. E finalmente potemmo bussare da mia sorella.

Buttai gli abiti puzzolenti che mi si erano appiccicati addosso e mi beai in un interminabile bagno caldo, che mi fece rientrare in vita dopo tanto squallore. Intanto gli amici facevano la stessa cosa in altri bagni del caseggiato, messi a disposizione dai vicini. Ebbi un paio di scarpe da mio cognato, anche se di un numero più grandi.

Il giorno dopo arrivò tutto il condominio in delegazione, sventolando i giornali del mattino: su tutte le prime pagine campeggiava la foto di Stefano in bianconero, tra le rovine dell’Heysel.

Arrivò anche la telefonata di Marcello che aveva chiamato a Roccella, preoccupatissimo, sapendoci proprio nell’occhio del ciclone.

Non aveva saputo niente di me che non figuravo in alcun elenco, avendo rifiutato il ricovero, né di Nino Caridi, ma aveva rintracciato il passaggio di Stefano dal Pronto Soccorso.

Lo tranquillizzammo. La sera Nino e Stefano rientrarono a Roccella in aereo e io fui condotto al Centro Ortopedico dove mi venne diagnosticata la rottura dei legamenti crociati e del menisco. Si meravigliarono non poco di come io fossi riuscito a camminare in quelle condizioni, e ancor di più sgranarono gli occhi quando affermai di non aver provato alcun dolore, se non dal giorno dopo.

Avrebbero voluto operarmi d’urgenza, ma io ero troppo ansioso di tornare a casa e rifiutai.

Il giorno dopo partii da Linate e in poche ore fui a Lamezia dove vennero a prendermi e arrivai a Roccella in serata.

Non vi dico l’accoglienza, le visite, il trionfo dell’eroe redivivo, le storie incrociate con gli altri juventini del settore N.

Arturo Arena, Vittorio Grollino e Pino Badolato non si erano accorti di nulla di quanto era successo da noi. Avevano visto la Polizia caricare “gli scalmanati” che tentavano un’invasione del Campo prima ancora che la partita fosse iniziata e avevano mandato anche gli accidenti a quei cretini, sciocchi e malnati che, col loro atteggiamento, rischiavano la sospensione.

Avevano sentito le raccomandazioni alla calma dello speaker, gli appelli dei Capitani delle due squadre, ma soltanto alla Stazione avevano saputo di morti e feriti. Avevano trascorso la notte nella sala d’aspetto, insieme ad altri tifosi inglesi, aggruppati in un angolo e timorosi di probabili rappresaglie.

Dopo qualche giorno apprendemmo dalla Gazzetta del Sud che tra i morti c’era anche un tifoso di Grotteria e la data dei funerali.

Facemmo una colletta e comprammo una corona e alle esequie presenziò una nostra nutrita delegazione con le bandiere basse e abbrunate.

Ci andarono con la macchina di Pino Badolato, il nostro Presidente, Arturo Arena, Vittorio Grollino, Giò Ursino e Stefano. Io non potei perché avevo già la gamba ingessata.

Andarono anche altre delegazioni dai paesi vicini e si vide anche qualche timida bandiera di Milanisti e Interisti che vollero così unirsi al nostro dolore.

Ma dopo una settimana: il botto finale.

Era arrivato ai Carabinieri di Grotteria un telegramma: a Bruxelles avevano sbagliato. Quello sotterrato a Grotteria era invece un morto di Udine, “pregasi restituire salma at facilitare scambio”: Pazzia pura!

Dopo due mesi sia a me che a Stefano arrivò la parcella dell’Ospedale: quattrocentomilalire ciascuno.

Orbene, di Stefano avevano indirizzo e tutto, ma me, come mi avevano trovato? Almeno in questo le autorità belghe furono più che funzionali.

Intanto, dopo qualche giorno dall’arrivo, contattai il prof. Martino, Ortopedico della squadra di calcio di Catanzaro, che operava anche a Locri. Mi misi sotto la sua guida e dopo diversi interventi la gamba è tornata come prima.

Per diversi anni soffersi di agorafobia: non riuscivo ad affrontare luoghi anche parzialmente affollati: andavo in panico con attacchi d’asma e sudori.

Soltanto dopo quattro anni, quando la Reggina ascese in serie A, spintovi dagli amici, mi riavvicinai al calcio, ma con abbonamento in Tribuna Vip.

Dopo qualche anno venne Marcello in vacanza a Condofuri.

Ci rivedemmo con enorme piacere.

Eravamo seduti all’Ontario di Gioiosa con davanti a ognuno una capricciosa maxi, grande quanto una ruota di carro.

Lasciai le posate, puntai i gomiti sul tavolo e quando ebbi l’attenzione di tutti, recitai serio, richiamando quanto detto da lui a Bruxelles:

─ No, no, supa a chistu potiti stari sicuri ca ccà a Polizia non esti comu a chija italiana: ccà cu’ sgarra, paga! ─ (No, no, su questo potete stare certi che qua la Polizia non è come quella italiana: qua chi sbaglia, paga! )

Stefano per poco non si strozzò col boccone di pizza, Nino si gettò indietro di peso rischiando di capriolare all’indietro, Marcello dapprima restò perplesso, ma quando si accorse che in noi non c’era malizia, si mise a ridere di cuore anche lui.

─ A propósitu ─ gli chiesi ─ Ma ‘ncarcunu pagau pe’ tutti chiji morti? ─ (A proposito. Ma qualcuno ha pagato per questi morti? )

─ Sulu unu ─ rispose tentennante Marcello ─ ‘nu clienti meu, ‘nu poliziottu patri i famigghja. L’avenu dassatu sulu a guardia i ‘nu bucu e pe’ pocu non l’avenu ammazzatu i botti. Abbandono del posto di lavoro! Ora fa la guardia giurata davanti a ‘na Banca ─ (Solo uno, un mio cliente, un poliziotto padre di famiglia. L’avevano lasciato solo a guardia di un buco e per poco non l’avevano ammazzato di botte. Abbandono del posto di lavoro! Ora fa la guardia giurata davanti a una banca. )

A distanza di anni da tanta tragedia, una domanda mi martella ancora la mente, semplice e terribile nella sua essenzialità:

PERCHE’?!

 

I Ragazzi di Piazza Stazione: A Cronga i Fratima

Roma negli anni ’60 era semplicemente meravigliosa.

Per chi si era nutrito di studi classici come me i monumenti, i Musei, le superbe rovine, (un ulteriore museo a cielo aperto), erano la luce dell’anima, specialmente quando questo afflato poteva essere condiviso con altri studenti provenienti da tutte le regioni italiane. Ma a lungo andare cominciai a sentirmi sperso: mi mancavano i miei amici di sempre, il bar, il dialetto …

La sera correvo a Termini, alla partenza del treno per il Sud, per sentirlo parlare, trovare qualcuno con cui esprimermi liberamente, senza dover tradurre e mediare il mio pensiero.

Avevo cominciato a lavorare al Messaggero. Mi ero presentato a un Caporedattore e con l’arroganza propria dei giovani l’avevo aggredito: ─ Tutti mi dicono che sono una buona penna, mettetemi alla prova! ─

─ Va bene! Abbiamo un gruppo di giovani che girano per i Commissariati e ci portano le notizie di cronaca: così abbiamo cominciato tutti. Vediamo se sei bravo come dici. ─

E così mi misi a girare anch’io per i Commissariati.

Comprai una Olivetti di seconda mano (che uso ancora) e scrivevo le notizie di cronaca. Le scrivevo con titolo, sottotitolo e occhiello, non limitandomi soltanto ai fatti, ma a volte interpretandoli, collegandoli, dandoci dentro, spesso ironizzando. Così quando dovetti parlare di un carabiniere in borghese che aveva evitato una rissa, scrissi “che era stato il ciclere che aveva riportato al minimo le opposte tensioni”.

E quando scoppiò una lite di condominio tra abitanti di due palazzi che gestivano uno spazio comune, commentai: “e fu così che i Viet-Kong, le opposte fazioni che alimentavano la guerriglia, furono scoperti e isolati”.

Pertanto i miei articoli, quasi intatti, venivano  pubblicati  sul giornale, ma a firma del Capo. E io non vedevo una lira, né un riconoscimento.

Sopportai quindici giorni, un mese, due e poi, vedendo che la situazione perdurava ormai incancrenita, mi recai un giorno nel famoso ufficio e calmo e deciso chiesi ragione.

− Ma tu sai per quanto tempo Io ho dovuto inghiottire amaro, sopportare, sottostare quando ero giovane come te?

E tu chi credi di essere? Montanelli? Se ti piace stai, sennò quella è la porta, per uno che se ne va ci sono dieci che vogliono entrare. Marsch! –

Allora persi il lume degli occhi. Saltai in avanti, sporsi il braccio e facendo raggio con esso scaraventai a terra tutto quello che c’era sulla scrivania, telefono compreso.

E fu così che in un attimo finì la mia carriera giornalistica.

Il giorno dopo presi il treno e tornai a Roccella.

Qui pensavo di godermi i compagni, il bar, le amicizie antiche intessute di un solido sostrato di cose lungamente discusse e condivise …

Invece gli amici cominciarono a partire chi verso Milano, chi verso Torino e anche in America e verso l’Australia.

Restammo soltanto io e Testerrè dell’antica famiglia del Club Clandestino (Vedi “I racconti del Castello”).

Allora fummo costretti a unirci alla “cronga ‘i fratima”, cioè i ragazzi più piccoli, quelli che soltanto qualche anno prima erano per noi invisibili, privi di qualsiasi considerazione.

Valerio sguazzava in diverse compagnie, a seconda della bisogna: aveva i compagni di scuola del Ragioneria, quelli del Corso di dattilografia al Centro di Formazione Professionale di don Ettore Cotrona e un gruppo di patiti musicofili che erano sempre in giro col mangianastri e le borsette zeppe di 45 giri, a tracolla.

Li vedevo dappertutto, allindanati e stravaccati ad ascoltar musica sugli scalini della chiesa Madre,  sulle  panchine  della piazzetta di S. Antonio, a cavalcioni delle colonne in piazza…

In una giornata novembrina, uggiosa di pioggia, mi ero rintanato di pomeriggio a leggere il nuovo libro di Urania, lungamente atteso: Anni senza Fine di Clifford Sidmak.

Leggevo e la mia mente si apriva alle implicazioni sociologiche e scientifiche che il libro mi prospettava e mi apparivano risibili i catechismi e i dogmi con cui aveva cercato di imbonirmi l’Azione Cattolica, dettàmi di una religione palesemente e miseramente antropomorfa.

Ero assorto in questo Universo impensabile quand’ecco, come una frustata, il noto fischio di Testerrè.

Lo mandai mentalmente a quel paese: essere disturbato mentre leggo, quando sono perfettamente in sintonia con storia e protagonisti, uscire dal sogno per fiondarmi brutalmente nella realtà, mi ha dato sempre fastidio.

Comunque posai il libro, vi feci un’orecchietta ricordo e mi affacciai e dissi speranzoso a Peppe: ─ O Pe’, adduvi voi u vai? ‘On vidi ca staci chjovendu? ─ (O Peppe, e dove vuoi andare, non vedi che sta piovendo? )

─ E ‘ndavi u vaji spricata? ─ (E deve andare sprecata? )  Mi rispose serafico e inamovibile come il David di Michelangelo.

Capii allora che non l’avrei spuntata. Indossai uno di quegli impermeabili usa e getta in uso ai turisti, che notai indosso anche a lui, e scesi in piazzetta.

Appena sotto ci raggiunse Valerio accigliatissimo con altri sei o sette amici, decisi quanto lui. Ricordo Rocco Placanica d’U Mantellinu, Dino Guglielmelli, Pino Alvaro Calumija, Pascali d’u Cafuni e Franci U Zirgunaru.

─ Fàtivi u bigliettu ca ‘ndavimu u jamu a Sidernu ─ ci intimò Valerio senza darci alcuna via d’uscita: ─ I Sidernoti vonnu u nci mínanu a Dinu! ─ (Fatevi il biglietto chè dobbiamo andare a Siderno: i Sidernoti vogliono darle a Dino )

Franci  U Zirgunaru e Pino Alvaro all’epoca dei fatti

Franci U Zirgunaru e Pino Alvaro all’epoca dei fatti

Vallone Rena anni ‘20

Vallone Rena anni ‘20

Il fatto era grave e bisognava affrontarlo.

Mentre aspettavamo il treno, ci dettero maggiori ragguagli.

Dino, il bello del gruppo amoreggiava, corrisposto, con una delle più belle ragazze di Siderno.

Questa, naturalmente, aveva numerosissimi corteggiatori che lo avevano minacciato, coalizzatisi come Proci per l’occasione.

Rocco Placanica intanto si stava arrotolando attorno alle braccia dei fazzoletti per farsi enormi i bicipiti e intimorire così gli avversari.

Arrivò il treno e tutti avevamo abbracciata, solidali, la causa di Dino. E che diamine, quando mai a Roccella si erano fatte questioni del genere: se la ragazza ci stava, via libera.

Arrivati a Siderno non vedemmo nessuno, lasciammo la Stazione e ci inoltrammo nei vicoletti a lato per guadagnare la piazza.

D’un tratto fummo circondati. Da ogni vineja (Viuzza) erano sbucati gruppi di malintenzionati dai visi tesi e minacciosi e noi ci eravamo cascati in mezzo senza via di uscita.

Dovevano essere trenta o anche di più.

Ci mettemmo con le spalle al muro e cercammo di fare l’unica cosa possibile: negoziare.

Testerrè riconobbe nello schieramento nemico un suo ex compagno di scuola, lo prese sotto braccio e questo stemperò un po’ di tensione.

Rocco fece altrettanto con un attivista di partito col quale si era incontrato in diversi convegni e tutti quanti jemu videndu a zzita m’aballa (ci davamo da fare (chè la sposa rifiutava di ballare)).

Tutti meno Franci U Zirgunaru che, appoggiato al muro con nuca, spalle e piede, stava lì accigliato e senza muovere un muscolo.

Noi parlavamo c’u vitru e gudeja (col vetro alle budella), sull’orlo del precipizio,  quando una sola parola, un gesto inconsulto e mal interpretato poteva far precipitare la situazione, e lui lì provocatorio e sprezzante. Lo guardavamo preoccupati di sottecchi e spostammo ad arte la conversazione nella vineja laterale.

E finalmente, avendo convinti alla nostra causa alcuni di loro,  raggiungemmo l’accordo più civile, ormai in linea coi tempi nuovi: si lasciava libera la ragazza di decidere.

Appena fuori dalla mischia e ormai al sicuro, demmo tutti verbalmente addosso a Franci che, col suo atteggiamento scontroso, aveva rischiato una rissa per noi pericolosa.

Lui silenzioso e ingrugnito stava a sentire. D’un tratto, mentre noi ancora paventavamo il pericolo passato, tirò fuori una pistola e ce la sbandierò furente davanti agli occhi:

─ Non ndi potia succediri nenti, ca eu ‘ndavia chista ccà, e sacciu u sparu! ─ (Non poteva succederci nulla, chè io avevo questa, e so sparare!−)

Sul treno, fino a Roccella, nessuno disse più parola.

Tempo dopo, ma molto tempo dopo, sapemmo che si trattava di una pistola giocattolo, alla quale Franci aveva tolto il regolamentare tappo rosso.

Di Franci U Zirgunaru ce ne raccontò un’altra Pinu ‘i Calumija.

Franci si era pazzamente invaghito di Catuzza, una ragazza del Borgo, su al vico Bernardo. Franci smaniava per vederla e parlarle, ma i suoi facevano buona guardia, specialmente sua madre.

Roccella era sì un paese all’avanguardia, forse il più evoluto di tutta la costa, ma il processo era penetrato a macchia di leopardo: prima le famiglie impiegatizie, gli studenti e i professionisti; molte altre famiglie, meno evolute, erano ancora abbarbicate alla tradizione.

Nel periodo di Natale, ancora col buio, Catuzza e la madre si partivano dal Borgo, costeggiavano il Vallone allora scoperto e andavano alla Novena, giù alla Chiesa Marina.

─ Pinu, domani e cincu e menza vi’ ca ndavimu u ‘nd’arzamu ca Catuzza vaji a novina cu mámmisa e l’unicu modu ma viju è chistu? ─ (Pino, domani alle cinque e mezza vedi che ci dobbiamo alzare perché Catuzza va alla novena con sua mamma e l’unico modo per vederla  è questo ) Gli disse perentorio e concitato.

Gli poteva dire di no? Si può negare a un amico innamorato un sì piccolo favore?

E così, molto prima dell’alba, i due s’inguattavano sotto i gaffi  e al buio degli androni e seguivano le due donne cercando di sfruttare ogni occasione.

Giunti all’incrocio della via Torre Franci, seguito malvolentieri da Pino, prendeva la curranzina (la corsa), guadagnava la Strata Nova e in favore di discesa si precipitava al Vico Martiri, qui riguadagnava il Vallone e si appostava nel vico Limpido, chiju d’i ‘Mbemba (Quello dove abitano i ‘Mbemba)e aspettavano tremebondi che le due li superassero.

Franci, silenzioso come un giaguaro, curvo e invisibile come la Pantera Rosa, arrivava dietro Catuzza che perdeva passi ad arte, e le infilava in mano il bigliettino.

Una mattina la mamma se ne accorse e successe un macello: urli, epiteti, volgarità e minacce …

E così Catuzza si potè scordare la novena, le messe e le uscite.

Non la vedemmo più.

Passarono i mesi e venne la festa della Grazia. Il sabato, sotto i festoni di luce, i neo fidanzati tamarri si mostravano in pubblico a braccetto con dietro, a quattro passi di distanza, la compiaciuta scorta di parenti.

Ed ecco Catuzza, signata cu l’oru comu a Madonna i Pasca, a braccetto con un giovanotto forestiero.

Ci informammo: chi era? Da dove era sbucato fuori?

─ E’ ‘nu cuginu d’i soi. Vinni d’a Mérica ─ (E’ uno dei suoi cugini. E’ venuto dall’America) Ci illuminò Aldo Cuscunà, ben informato, del Borgo.

Franci inghiottiva amaro, diventato più scontroso e taciturno di prima; noi a consolarlo e lui a sentirsi offeso, disonorato e cornuto.

Non c’era bravo ragazzo, letterato o giovane possidente che allora potesse competere con queste due categorie:

i “vinni d’a Mérica” e i “s’a leva all’Austraglia” (il “Venuto dall’America” e il “Se la porta in Australia”).

Erano in assoluto le “professioni” più ricercate della Calabria di allora.

A Natale, mentre passeggiavamo in lunga fila fianco contro fianco, nell’accommiatarci Franci si girò, sibillino verso tutti:

─ O Pi’, domani árziti e sei e veni cu mia, accussì viditi cu’ esti Franci U Zirgunaru! ─ (O Pino, domani alzati alle sei e vieni con me, così vedrete chi è Franci di Zirgone )

Ancora col buio si ritrovarono sulla piazzetta del Borgo.

Pino notò che Franci aveva sotto il cappotto un grosso involto che nascondeva.

Si spostarono sotto un lampione e Franci, guatando sospettoso attorno, fece vedere.

Era una palla nera, grande come un pallone di calcio: da un beccuccio fuoriusciva una cordina affumicata.

─ E ‘ssa cosa ch’è? ─ (E quella cosa che è? ) Domandò curioso e preoccupato Pino.

− ‘Na bumba! Accattavi centu bumbiceji, i laprivi e a púrviri a ‘ndrupai nto cartoncinu e a ligavi stritta, poi a quagghjavi c’u gissu e a pittavi: a copiavi i chiji d’a Banda Bassotti. Fazzu u pezzu cchju grossu nommu u si vidi mancu c’u microscopiu,  specialmenti a chija préffica gargiazza d’a scunchjuduta i mámmisa! ─ (Una bomba! Ho comprato cento bombette, le ho aperte e ho stretta la polvere recuperata in un cartoccio, poi l’ho circondata di gesso e quindi dipinta di nero: l’ho copiata da quella della Banda Bassotti. Faccio che il pezzo più grosso non lo si veda neanche al microscopio, specialmente quella prefica linguacciuta e delirante di sua madre ).

L’antica fonta del bambino che gioca col pesce

L’antica fonta del bambino che gioca col pesce

E si diresse a larghe falcate verso vico Bernardo.

─ Aspetta ccá, nommu u veni ‘ncorcunu! ─ (Aspetta qua che non arrivi qualcuno ) Intimò a Pino.

Dopo un attimo arrivò correndo: ─ Fujimu ca n’attru pocu scoppia! ─ (Scappiamo che ancora un po’ e scoppia!)

Ma Pino, seguendo l’impulso incontrollabile della sua natura ben diversa, si precipitò verso il vicolo, afferrò l’ordigno dinanzi al portone di Catuzza, che poteva benissimo scoppiargli addosso e dilaniarlo, e correndo a più non posso, lo gettò nel Vallone, oltre il parapetto della fiumara.

─ A terra! A terra ca mo scoppia! ─ (A terra! A terra! Che ora scoppia! )

Si gettarono a terra aspettando il  finimondo, ma quando la miccia si fu consumata, invece della temuta esplosione, cominciò a uscire fumo, un fumo denso e oleoso, nero come se bruciassero cento copertoni di camion.

Pian piano la nube nera si allargò sui vicoli circostanti arrivando minacciosa sopra i Canali i Ciurria.

Era giorno avanzato e ancora la nube nera persisteva: usciva dalla “bomba” un cannolicchjo di fumo: la gente guardava ‘ncamata (meravigliata), senza capire.

Comunque Franci ormai non era più né disonorato, né cornuto, né offeso, a fronte del mondo intero.

 

*   *   *

 

L’inverno a Roccella può essere anche lungo e uggioso. Recita così un antico adagio, frammento forse di qualche Rota perduta:

Sentístivu lu friddu di stanotti?

Fortuna di vu’attri maritati:

u passarenu st’ottu misi i ‘mbernu,

m’arrívanu li quattru di la ‘stati. (Avete sentito il freddo stanotte, fortuna di voialtri maritati,possano passare questi otto mesi d’inverno,che arrivino i quattro dell’estate.)

Come si vede la percezione della gran massa di braccianti, contadini e pescatori di cui era largamente intessuto il sostrato sociale della Roccella di allora, avvertiva ben otto mesi d’inverno e soltanto quattro che potevano permettere di lavorare e guadagnare qualcosa. E anche noi dovevamo arrangiarci per passare le nostre serate di vitelloni roccellesi.

Eravamo con Testerrè dinanzi al bar ‘900: alcuni giocavano al biliardo, altri urlavano e fumavano attorno alla scopa o alla briscola. Aveva piovigginato per tutta la giornata, ma in  serata aveva smesso.

Roccella era stata invasa dalle rane, non fitte come quelle della piaga biblica, ma abbastanza numerose. Le vedevi saltellare ovunque, grasse e ben pasciute. Sull’asfalto luccicavano numerose le chiazze di quelle che inevitabilmente, finivano sotto le macchine.

Uscirono anche Toto Zito e Cecio u Brigghju che si erano stufati del calciobalilla. Dall’altra parte del marciapiede,  sotto il neon del “Moderno” Toninu U Sgujatu stava mostrando qualcosa ad Aldo Cuscunà e Pino Turnisi.

Arrivarono a grandi falcate dalla Stazione fratima Valeriu, Rocco Placanica e Pascali d’U Cafuni.

Valerio piombò incazzatissimo sul gruppetto:

─ Iju, iju t’u ‘rrobbau u curtejuzzu, u vitt’eu! ─ (Lui, lui ti ha rubato il coltellino, l’ho visto io!)

E puntava il dito accusatorio supr’o Sgujatu.

E gli altri minacciosi attorno

─ E’ non pigghjavi nenti, siti pacci! ─ (Io non ho preso niente! Siete pazzi! ) si scherniva Tonino addossandosi contro il muro.

─ U vitti eu, u ‘ndavi nta buggia! Fa’ u ti miníscita si ‘ndai coraggiu! ─ (L’ho visto io. Ce l’ha in tasca! Fatti perquisire se hai coraggio!−) Tonino, sentendosi innocente e preso alla sprovvista porse la tasca indicata e allora Rocco introdusse la mano e una grossa rana che teneva nascosta, poi con l’altra, Splash!

Gliela schiacciò dentro.

Risate sguaiate da parte di tutti mentre il burlato si dirigeva imprecando verso casa per cambiarsi.

Quindi la cronga si diresse verso la Piazza e noi li seguimmo divertiti alla lontana.

Così caddero nel tranello Gino Chiefari in Piazza, Pascaleju a Trutra o Vajuni e Gino Tallarida nto Quatru.

Noi tornammo indietro, ormai  disinteressati  e  accompagnai Testerrè a Zirgone e ci attardammo a chiacchierare sul muretto del ponte.

Lariu i Verrina aveva parcheggiato il carretto dall’altro lato e messe in bella mostra alcune cassette di cachi.

Erano i migliori dell’Universo Conosciuto succosi, con appena un accenno di cammisa sciancata, con un retrò di aromatico gusto alla vaniglia. Soltanto che pretendeva 30 lire a cachi.

Ci avvicinarono Franci U Zirgunaru, Peppi Guarneri ‘i Piccinna e Toninu u Sgujatu ormai cambiatosi e desideroso di riscattarsi.

─ U carrettu è votatu c’u culu versu a straticeja d’u ponti ─

Ci apostrofò Franci senza preamboli ─ Si ‘ncorcunu nci duna paroli ja davanti, nui potimu surgiri d’arretu e mu ndi ‘rraffamu ‘na para i cascetti ─(Il carretto è girato col culo verso la stradella del ponte. Se qualcuno gli dà parole là davanti, noi possiamo sorgere da dietro e succhiarci qualche cassetta di cachi).

Abbassammo il capo in segno di approvazione.

Demmo l’incarico a Peppi i Piccinna piccolino, dagli occhi piagnucolosi, sembrava  un  angioletto  caduto  dal  Paradiso,  com’a ‘nu potaciu volantinu (come un uccellino al primo volo), ma attore esperto e scanzonato.

Così noi tornammo caracollando verso il Dormitorio, ma prima attraversammo la viuzza e fummo in via Orlando, da qui svelti, rasentammo il ponte della ferrovia e ci ‘nguattammo dietro la protezione del muretto.

Peppe ci vide e si mise in estasi, coi soldi in mano dinanzi ai cachi. Lariu mosse le chiappe per invogliare l’acquisto e ci volse le spalle.

Mentre Peppe titubava indeciso e discuteva sul prezzo, noi arraffavamo a turno una cassetta ciascuno e ci dirigevamo al sicuro verso la spiaggia.

Peppe, vista la manovra, fece fallire ad arte la trattativa con un prezzo assurdo e ci raggiunse, dapprima lento e compassato, ma poi fulmineo come ‘na ciávula in picchiata.

Banchettammo e sbanchettammo  a  scasciapanza  poi  rimettemmo furtivi i vuoti sul carretto e tornammo a raccontarla agli amici del Bar.

Ma le migliori serate erano quelle passate  al Ristorante Flora di Rinaldo Coluccio, anch’egli della cronga.

Io avevo cominciato già a guadagnare qualcosa con le Scuole Popolari e poi con le supplenze, Valerio era foraggiato da mamma che faceva la ricamatrice in casa ed era sempre generosa con i figli.

Mio padre no, era tiratissimo e ci riteneva fortunati per avere da mangiare ogni giorno e un letto per dormire:

─ Eu, cu ‘nu jancu d’ovu ‘ndavia u vaju quattru jorna, quattru e no unu … ─ e poi a denti stretti ─ ca u russu s’u mangiávanu l’attri … ─ (Io con un bianco d’uovo dovevo vivere quattro giorni, quattro e non uno, chè il rosso lo mangiavano gli altri… )

Da sinistra: Mimmo Bova, Rocco Placanica d’u Mantellinu, Pi-no “Calumija” Alvaro, Pascali u Catunaru, Francu ‘i Zirguni alla stazione.

Da sinistra: Mimmo Bova, Rocco Placanica d’u Mantellinu, Pi-no “Calumija” Alvaro, Pascali u Catunaru, Francu ‘i Zirguni alla stazione.

Roccella, agosto 1957, alla stazione sotto il benjamina sul bina-rio morto.

Roccella, agosto 1957, alla stazione sotto il benjamina sul bina-rio morto.

Avendo per usbergo la sua passata povertà, ci riteneva quindi vagabondi malnati, vitelloni lussuriosi, pigri, infingardi, neghittosi e poltroni, nonché pingui e fannulloni …

Ci raccontava che una volta, già giovanottello, doveva andare a Siderno alle Scuole Superiori e non poteva certo andare coi pantaloni corti.

Si riunì il consiglio di famiglia e nonna scaternijò (rovistò) in un vecchio baullo e trovò una pezza di stoffa tra i ricordi brasiliani del nonno:

─ Ti piaci? ─ Gli chiesero melliflui e accattivanti

─ Si! ─ Rispose mio padre tutto contento

─ Però vi’ ca a rrobba n’abbasta pe’ tutti i ddui ancheri: vo’ diri ca l’attra t’a facimu cu una chi s’arrassumigghja ─ (Però vedi che la stoffa non basta per entrambe le anche: vuol dire che l’altra te la faremo con una stoffa somigliante )

E così mio padre andò alle Superiori vestito come un paggetto del Magnifico Lorenzo.

Al Ristorante cucinava la mamma di Rinaldo, specializzata nel pesce.

Gli spaghetti al sugo di pesce, la cernia, il dentice, le fritture di

pizzutejo e le zuppe erano una goduria, innaffiate dall’ottimo

Cirovin ‘61.

In estate eravamo noi a fornire il pesce e lei ce lo cucinava.

Rinaldo, quando poteva, mangiava con noi in perfetta allegria.

Naturalmente i prezzi erano di assoluto rispetto: non per niente eravamo amici i ‘mbernu.

Quell’estate Rinaldo aveva preso in gestione “La Barcaccia”, locale in via Marina, sito in un palazzotto settecentesco, già dimora estiva dei Principi Carafa.

Era stato un grido di locale in apertura. Il banco era una enorme barca in cemento, da cui il nome, perfetta in tutti i particolari.

Poi era stato arredato in simpatico stile marinaro con rizzille, conchiglie, nasse e lampare per lampadari.

Rinaldo gestiva anche il Lido Flora del quale il Ristorante era la naturale appendice.

Si era sul finire dell’estate. Rinaldo aveva ‘ntrizzato con Chiara, una dolce e prosperosa bolognese, venuta per la prima volta a Roccella. Fra i due era nato amore a prima vista, anzi passione, da subito calda e struggente.

Chiara rinunciava anche al bagno: si sedeva accanto al Bar, sotto l’ombrellone e si beava della vista del suo bel Rinaldo, scambiandosi sguardi di fuoco.

Eravamo a cena alla Barcaccia quella sera. Testerrè si era da poco fidanzato con Melina, liceale di San Nicola di Caulonia che abitava a Roccella, ed io ero di fronte a sua cugina Renata.

Io mi aspettavo molto da quella serata. Conoscevo Renata da molto tempo, prima che con Peppe diventassimo fratelli.

La conoscevo perché entrambi partecipavamo  all’ORA JU, uno spettacolo all’aperto, organizzato dall’Azione Cattolica.

Lei cantava con bella voce intonata, le canzoni del tempo.

Avevo quattordici anni allora e mi ero rintanato nella stanzetta della biblioteca, già da un paio d’ore, per leggere I RAGAZZI DELLA VIA PAAL. Nello stanzone d’entrata i Merry Boys, l’orchestra dei ragazzi più grandi, stava provando e Renata cantava.

E mentre il piccolo biondino Nemecksek affrontava Franco Ats e lo atterrava dando così la vittoria ai suoi, fuori provavano Vecchio Scarpone e quella lenta marcetta mi accompagnava mentre la mamma riportava a casa il biondino moribondo avvolto in uno scialle e l’esercito vittorioso di via Paal la seguiva in doppia fila, a passo di marcia, coi cappelli rossoverdi …

E poi Nemecksek e io agonizzavamo lentamente e loro provavano Moulin Rouge e le spazzole di Filicetto toccavano appena la pelle del rullante e Nemecksek era in piedi sul letto e gridava nel delirio frasi eroiche e il padre inghiottiva le lacrime sul vestito che stava cucendo per quei soldi che avrebbe dato al falegname, in cambio di una piccola bara, una piccola bara bianca …

E io mi innamoravo di quella musica, e Filicetto continuava a strusciare languide le sue spazzole sul rullante, e Nello straziava allo spasimo la sua fisarmonica e Arturo singultava penosamente nel sax … di quella voce, quella voce che mi trascinava in alto, oltre la Galassia, oltre Andromeda e Orione, verso l’inconoscibile e piangevo lento, da solo dolcissime lacrime che macchiavano le pagine di quel capolavoro …

Franco Valerio – Rocco Placanica al Centro di Formazione Pro-fessionale di don Ettore Cotrona

Franco Valerio – Rocco Placanica al Centro di Formazione Pro-fessionale di don Ettore Cotrona

Rinaldo Coluccio “Flora”

Rinaldo Coluccio “Flora”

Ora eravamo a cena ed io mi sentivo libero e gasato.

Mi venivano naturali le battute più spiritose e la vedevo ridere di promesse e di simpatia.

Il locale man mano si stava svuotando finchè rimanemmo soltanto noi al nostro tavolo e Rinaldo e Chiara più in là che si mangiavano con gli occhi.

A un certo punto Rinaldo mi strizzò l’occhio e sbattè piano la testa di lato, sorridendo.  Già, come  non  lo  avevamo  capito

prima: Rinaldo non poteva chiudere se noi non smammavamo.

─ Rinà! Ndi vidimu domani, bonanotti! ─ (Rinaldo, ci vediamo domani, buonanotte)

E così ci alzammo, salimmo sulla macchina che Renata, la ricca della compagnia, aveva preso in affitto a Caulonia, e ci spostammo su al Bristol.

Ballammo qualche ora alla musica del Juke Box: Maria Elena, Only You, Notte di Luna Calante …

Poi ci spostammo al Miramare di Gioiosa a goderci il plenilunio sul mare e ballammo ancora, ormai guancia a guancia e braccia al collo.

Saranno state le tre quando accompagnammo le ragazze e anche noi tornammo a casa.

Valerio già dormiva casarro nel lettino accanto, io feci piano per non svegliarlo e mi stesi al buio, ad occhi aperti, a rivedere il film di quella serata memorabile e poi mi addormentai “col cuore in Paradiso”.

Presto, molto presto squillò il telefono.

Lo prese mia madre, già in piedi.

─ Valeriu, Valeriu! Risbígghjiti! Ccà nc’è Roccu Placanica, ‘on sacciu chi succediu! ─

Io ascoltavo a metà tra sonno e veglia:

─ Chi? Ma chi stai dicendu? Rinaldu? ─ (Valerio, Valerio! Svegliati! C’è Rocco, dice che è successo qualcosa – − Cosa? Ma cosa stai dicendo? Rinaldo? )

Valerio urlava dentro la cornetta, poi lentamente la lasciò.

Aveva gli occhi sgranati e pieni di pianto. Arrivai anch’io.

─ Rinaldu …… stanotti …. S’ammazzau c’a máchina! ─ (− Rinaldo …  stanotte … s’è ammazzato con la macchina -)

Ci vestimmo in fretta e fummo giù in piazzetta.

C’erano già Rocco, Dino Guglielmelli, Aldo Cuscunà, Angeli-no Capitanio e man mano stavano arrivando tutti, Toto Zito, Pino Alvaro, Peppi Guarneri, U Sgujatu …

Sapemmo così tutti i particolari della vicenda.

Rinaldo e Chiara, dopo la chiusura del locale, erano partiti sulla millequattro blu di Rinaldo. Giunti un po’ oltre Caulonia, forse non resistendo alla forte passione che li bruciava entrambi, si erano addossati in uno spiazzetto a lato della strada.

Qui li aveva investiti il camion d’un balordo che li aveva trascinati per oltre cento metri. Chiara era viva, soltanto perché protetta dal corpo di Rinaldo, proteso su di lei nella posizione dell’amore.

Andammo all’Ospedale di Locri a trovare Chiara: era in rianimazione, ma soltanto per il forte trauma psichico.

Fu dimessa qualche giorno dopo e l’accompagnammo a prendere il treno a Locri, non osando partire da Roccella. Era l’ombra di se stessa e non la vedemmo più.

 

E così finì la nostra “Bella Estate”.

E ci piovve addosso, improvviso, il più gelido degli inverni.

 

I ragazzi di Piazza Stazione : ‘NC’ERA ‘NA VOTA NATALI C’ERA UNA VOLTA NATALE

Mi alzai presto quella mattina del 1947.

Ero ansioso di provare la mia paja ‘nchjumbata (grossa nocciola con il piombo dentro).

Avevamo comprato insieme io e Rino, otto picciolate di nocciole, j’a Peppi d’u Spacciu (da Peppe allo Spaccio). Le avevamo controllate una per una, nel timore che ci fosse qualcuna santunicoleju (nocciole vuote di forma allungata), vuota.

Una picciolata era composta da quattro nocciole: tre affiancate a terra di base e una di sopra a piramide.

Si giocava così: ognuno di noi esponeva a terra, a un palmo dagli altri, la propria piramide di nocciole, poi ci gettavamo il tocco, cioè la conta.

Ci si metteva in cerchio, si toccava uno qualsiasi di noi: ─ Veni Francu, veni ‘Ntoni, veni Peppi … ─ (Viene Franco, viene ‘Ntoni, viene Peppi … ) Tanto per sapere da dove iniziare a contare, poi tutti insieme lanciavamo nel cerchio il braccio a pugno, aprendo contemporaneamente le dita, da zero a cinque.

Fatta la somma delle dita, si cominciava a contare dal designato in senso orario e si aveva così la sequenza dei tiratori.

Era Manu, il primo e Caca, l’ultimo. Il Caca doveva “rimettere”, cioè aggiungere di suo ancora un secondo castelletto.

Compiuta l’operazione, il Caca tracciava una riga a una certa distanza e comandava la modalità del tiro.

Prima tirava il Manu con la sua paja (nocciola grossa) e aveva ancora tutti i castelli a disposizione, poi il secondo, il terzo e gli altri fino al Caca, se era ancora rimasto qualcosa per lui.

Quindi si ricominciava con un’altra conta.

Si giocava anche a Cimbulò.

Si appoggiava al muro, obliqua, una tavola o una ciaramida, (tegola) poi ognuno tirava la sua nocciola senza spingere (c’erano mille ispettori, mille “moviole”, alcuni anche a terra per controllare) chi con la propria colpiva una qualsiasi delle nocciole, se le pappava tutte.

Io e Rino impiegammo una giornata a piombare le nostre paje.

Per avere il piombo andammo nei binari dove sostavano i treni merci e li spiombammo, eludendo la sorveglianza di Diana e compagno, i terribili militi della Polizia Ferroviaria.

Fatto questo, scelta tra le nostre nocciole la più grossa e la più tonda, con un chiodo cominciammo a bucarle di sotto e poi a polverizzare il frutto interno, fino a vuotarle interamente.

Corremmo quindi nell’orto di mia nonna, accendemmo il fuoco e vi mettemmo sopra il pentolino d’acqua ben asciugato delle galline, col piombo.

Quando questo si liquefece, aiutandoci con un imbuto di carta stagnola e tenendo uno la nocciola con una pinza, e l’altro versando il piombo, le riempimmo e poi mimetizzammo il buco con la polvere delle nocciole che avevamo conservata.

Era comunque un barare al gioco perché le paje, così truccate, non erano ammesse e si rischiava di prenderle di brutto.

Noi comunque, impavidi, ci spostammo sullo slargo di fronte al Dormitorio dei Ferrovieri, oggi piazza Primavera.

C’erano diversi crocchi e noi ci guardammo bene attorno e quindi scegliemmo il meno feroce: Cesarino, Peppi Chitichirri, Ceciu u Tarì e Mariu ‘i Tobia. Unitici a loro, dapprima usammo le nostre paje di riserva, regolamentari, quindi tirammo fuori proditoriamente le nostre ‘nchjumbate (piombate) e cominciammo a fare sfracelli degli ingenui castelletti che, colpiti violentmente,  schizzavano  attorno  le nocciole con forza, causando  un effetto domino devastante.

Fatto così pizzòlo, (fortuna) smettemmo per non insospettirli e rientrammo verso la Stazione.

Trovammo un bel gruppetto già all’opera nel vicoletto di don Nicoddemi, dietro l’edicola, sotto casa mia. C’era Renato Muscatello, Mariu U Súrici, Angelino Capitanio, Nicolino ‘i Maraciciglia e Peppi ‘i Cenzu: giocavano alla Singa con le monete metalliche d’anteguerra, ormai fuori corso e senza valore.

Con l’avvento degli Alleati, che avevano sostituito la moneta del regime con l’AM lire (Amministrazione Militare), anche per inseguire la paurosa inflazione sopravvenuta a una guerra malamente persa, rimase in circolazione una enorme quantità di monete metalliche fuori uso, del vecchio sistema: la lira e la mezza lira in nichel, il taccone e altre minori in ottone. Con queste giocavamo, comprandole e rivendendole secondo un valore convenzionale stabilito e accettato.

─ Ténimi u postu! ─ (Tienimi il posto!) Gridai a Rocco Arteritano che stava sopraggiungendo insieme a Mimmu U Landaru.

Salii a casa a fujuni, posai il sacchetto delle nocciole e afferrai la scatola di latta dei biscotti savoiardi dove tenevo il mio tesoro monetario.

Quando tornai la partita era già cominciata e Peppi ‘i Cenzu che era il Caca, aveva ordinato il tiro a “rumbuluni” (ruotando).

Questo tiro si effettuava afferrando la moneta con le prime tre dita e imprimendole un movimento rotatorio. C’era poi il tiro a “sutt’anca”, cioè far passare la moneta sotto la gamba destra; all’”anca piscia”, sotto la gamba sinistra; “avant’arretu” girandosi di spalle e tirando sopra la testa, curvandosi all’indietro il più possibile verso la singa; a “veneziana” cioè accovacciandosi con una gamba tesa e lanciando sotto di questa; “giustu”, nella posizione dello spadaccino; a “tiraricchji”,

afferrandosi un’orecchia e lanciando dopo aver passato il braccio all’interno; o anche a “battimuru” se l’ubicazione della singa lo permetteva.

Palazzo Ursini ‘u Pitturi

Palazzo Ursini ‘u Pitturi

Roccella anni ’40. Il Corso prima dello sventramento

Roccella anni ’40. Il Corso prima dello sventramento

Finalmente potemmo entrare in gioco io e Rino.

Rocco e U Landaru si erano attardati nell’edicola. Ci sistemammo a cerchio e facemmo la conta: Angelino risultò Manu, poi Rino, terzo io e nell’ordine Peppi ‘i Cenzu, Renato, U Súrici e Nicolino , Caca.

Angelino raccolse le monete attorno alla singa, si fece rimettere un’altra dal Caca e le lanciò alte, facendole ruotare:

− Testa! – Urlò Rino.

Controllammo a terra e gioimmo: soltanto due per il Manu e ben sei per noialtri. Rino lanciò per me:

− Cruci! – gridai speranzoso.

A terra, tre testa e tre croci.

Raccolsi le mie tre e rilanciai:

− Cruci! – mi rintronò Peppi ‘i Cenzu.

Mi andò bene, perché raccolsi due per me e soltanto una rimase a Peppe. La prese, la soppesò, ci soffiò sopra  . . . via!

− Testa! – Urlò Renato, “ma tosto tornò in pianto” perché l’unica moneta se la intascò Peppi e gli altri restarono a bocca asciutta. Giocai fin verso le undici, poi mamma mi gridò dal balcone:

─ Francucciu! Adduvi si’? ─

─ Sugnu ccá, staju jocandu! ─

─ ‘Ndai u vai po’ pani ca a chist’ura u spurnaru. Tè ca ti jettu i sordi! ─ (Francuccio, dove sei? − Sono qua, sto giocando! − Devi andare per il pane che a quest’ora è stato sfornato. Tò che ti lancio i soldi! )

Io fui ben felice di lasciare il gioco perché ero in vincita.

─ Vincisti? ─ (Hai vinto? ) Mi chiese Rino

─ No, sugnu ch’i mei ─ (− No, sono rimasto col mio ) Minimizzai io, mentendo per paura d’u pitusu, cioè del malocchio.

Intanto mi ero spostato sotto il balcone e mamma mi lanciò, sporgendosi, una moneta da 20 lire di quelle brutte, quadrate, d’occupazione. Scese sfarfallando per aria, mi scivolò tra le dita, la rincorsi fino all’edicola e la bloccai col piede, raccogliendola.

─ Vi’ nommu a perdi! ─ (Attento a non perderla )

Mi raccomandò la mamma e mi lanciò anche la borsa di vimini della spesa:

─ Senti ─ aggiunse ─ poi passa j’o Napulitanu e accatta menzu chilu i regginella, e sta’ attentu nommu t’a duna camulijata comu all’attru jornu! ─ (Ascolta, poi passa dal Napoletano e compra mezzo chilo di regginella, e attento che non sia bacata come l’altra volta!)

Io infilai la moneta nella tasca dei pantaloni, non quella del fazzoletto e tagliai dalla falegnameria Cianflone, risalii il vico Fumata e fui al forno.

Aspettai il mio turno e Gigi mi dette il pane bello caldo.

Fui dal Napoletano e comprai la regginella.

Era questa una pasta lunga col buco: una via di mezzo tra i bucatini e ‘i maccarruni i zzita’.

Guardai la carta azzurra con su effigiato il Golfo di Napoli con l’immancabile pino e il Vesuvio fumante, lessi la scritta: “Pasta di Gragnano, Vera Napoli” e pagai, ricevetti il resto, misi il tutto nella borsa insieme al pane e alla scatola dei savojardi e scesi lungo il Misóstraco verso casa.

Nel secondo vicolo si erano aggruppate le ragazzine a giocare alla fosseja. Era questo il gioco di nocciole preferito dalle femminucce: si scavava una fossetta nel terreno, si tracciava alla giusta distanza  la linea di tiro e poi facevano la conta come noi.

La Caca doveva mettere una picciolata in buca per iniziare il gioco.

Vinceva chi in un sol colpo riusciva a mandare tutte  le quattro nocciole insieme dentro la fosseja.

Mi fermai a guardare: avevano tirato quasi tutte e disseminate per terra, c’erano almeno dieci picciolate.

Attorno ansiose, Olga d‘a Catazza, Antonietta Sarroino, Lidia ‘a Trácina, Pina ‘a Scórfina, Rosa d’i Timpi, Anita Catello, Gina d’u Ristoranti d’a Stazioni e Stella a Súricia.

Doveva tirare appunto questa, e dopo di lei, ultima, Gina.

Stella, a gambe larghe, bella ‘mpedicata pe’ terra,  sguazzava in mano la sua picciolata e vi soffiava sopra, poi, rivolta al cielo, concentrata come il pomodoro Cirio, implorò:

Madonna, Madonneja,

quattru coccia ‘nta fosseja.

Giuseppi, Sant’Anna e Maria,

quattru coccia ‘nta fossejuzza mia!(Madonna, Madonnina,

quattro chicchi  nella mia fossella.

Giuseppe, Sant’Anna e Maria

Quattro chicchi nella fossella mia.)

Ma Gina, abbrancata ad Olga, quasi volessero raddoppiare le forze (probabilmente facevano ‘a, parti) implorante di rimando:

Madonna, Madonneja mia,

non tirati cu’ ija ma tirati cu mmia! (Madonna, Madonnella mia, – non parteggiate con lei – ma parteggiate con mia (me))

Stella non perse la concentrazione, tirò e saltò su in aria a pugni chiusi con un urlo di vittoria: centro!

Si girò verso Gina, inarcò la natica, vi battè sopra col dorso e sibilò:

Écchiti ccá, arraggia! (Eccoti qua, schiatta!)

Ma proprio in quel momento sbucò dal Misóstraco  Franci  U Biasi con suo fratello Agostino: ─ SACCU!

Urlò precipitandosi a raccogliere tutte le nocciole disseminate e scomparendo fulminei dietro la casa della Riggitana.

Un gelo di morte cadde su tutto il gruppo. Anch’io guardavo impotente e trasecolato:

─ Dincillu di frati toi, accussì nci scúgnanu i mussa! ─ (Dillo ai tuoi fratelli, così gli spaccano la faccia! )

Esplose la Trácina inviperita.

─ Ma iju gridau SACCU, u sentimma tutti … ─ (Ma lui ha gridato: SACCO, l’abbiamo sentito tutti … )

Questa del sacco era una legge non scritta, un’usanza poco in voga, ma mai abrogata. Toto Zito il giorno prima nell’edicola mi aveva detto che Nuccio Daniero aveva fatto Sacco ‘nte Barracchi. (alle Baracche)

Poi Cola Testavascia lo fece a Zirgone e Gino Chiefari ‘nte Palazzini.

Fatto sta che da quel giorno si giocò cu vitru e gudeja (col vetro alle budella). Bastava che in lontananza si avvistasse qualcuno che si avvicinava, andando magari per i fatti suoi, che qualche giocatore, o perchè perdente, o perché sotto la psicosi del Sacco, si precipitava ad afferrare il suo gridando: ─ Eu mi pigghju i mei! ─ (Io mi prendo il mio!)

Al che tutti si precipitavano a fare altrettanto, sia le nocciole, sia le monetine.

Così passarono le feste e si tornò a scuola.

L’anno successivo non si giocò più a nocciole, almeno non da noi alla Marina. Ormai i commercianti le vendevano a chilo e quindi si erano inflazionate. Alla Singa durò qualche anno ancora, ma presto si passò a giochi con denaro vero: sette e mezzo, mazzetto e per i più sofisticati la Stoppa. I tempi stavano ormai decisamente volgendo verso un nuovo, crescente benessere.

 

I ragazzi di Piazza Stazione: Tra Spiaggia e Asilo

Prima della costruzione della via Marina, la spiaggia era molto più ampia. Vi si accedeva dal ponte di Zirgone, da quello di S. Antonio, dal Ponte Rossetti, dalla Dogana, dal breve sottopasso di Pistonello e dal Passaggio a livello della Piazza, ma per lo più si attraversavano i binari, quando ancora non c’era il muro divisorio.

La spiaggia in estate era frequentatissima: di mattina i bagnanti, nel pomeriggio le famiglie al completo si arrotavano sul brecciolino a far comunella, mentre i figli giocavamo sulla rena: molti vi dormivano anche di notte.

In spiaggia ci si toglieva le scarpe, chi le aveva, acchè non si riempissero di sabbia e di queste se ne faceva un mucchio vicino ai genitori. Spesso noi ragazzi, per scherzo, nascondevamo le scarpe di qualcuno dei grandi, sotterrandole lì vicino sotto pochi centimetri di sabbia, godendo poi dello sgomento di chi non le trovava.

Orbene, eravamo nel  ’44, nell’immediato dopoguerra al sud e mia madre, per mandarmi decorosamente all’Asilo delle Suore, aveva sacrificata una sua borsa di pelle rossa, regalo di nozze d’anteguerra, per farmi le scarpe. Eravamo andati con mio padre da Tommasino Romano, ciabattino, che aveva la bottega a lato del monumento, a fianco del tabacchino di Anselmo Borgese. Il mastro mi prese le misure del piede, ricalcandole con la matita su carta da pasta e dopo qualche settimana me le fece provare e finalmente me le consegnò.

Inutile descrivere la mia gioia quando le misi (dialetto: m’i misi. Termine usato sia per “calzare” che per “indossare”) per uscire, sotto le raccomandazioni dei genitori: non tirare calci ai sassi, non giocare con le scarpe, non metterle senza aver infilato bene il tallone, altrimenti “il pezzo forte” (quello che copre il tallone) avrebbe ceduto. Uscii, mi pavoneggiai, rientrai indenne.

La sera andammo tutti in spiaggia noi, i Sirtore, i miei zii Cruciani e Gonzales, don Nicodemo Macrì e signora nostri

vicini di casa, e altri che trovammo già lì.

Noi ragazzi ci mettemmo a giocare a Guerra Francese, dopo aver tracciato il campo trascinando Valerio dai talloni sul sedere.

A sera ansanti, sudati e soddisfatti, ci togliemmo a mare la sabbia sottile che ci era rimasta appiccicata addosso, e ognuno si dette a raccogliere la propria roba per il rientro.

Andai a prendere le scarpe e ne trovai soltanto una: il solito scherzo. Guardai attorno per cercare “il segno” che abitualmente si lasciava sul luogo del misfatto per facilitare le ricerche: una pietra su un montarozzo, una famazza ben in vista, un pacchetto vuoto di sigarette, altro.

Non vedendone, cominciai la ricerca a raggio, alzando la sabbia col piede, piano, per non essere proprio io a sotterrarla di più.

Intanto i grandi si accorsero delle mie manovre e si dettero a scavare anche loro, e quindi anche tutti i ragazzi della “Guerra Francese”.

Il sole declinava e ormai una ventina di persone erano intente alla ricerca sempre più preoccupate, sempre più nervose, sempre più irritate contro l’anonimo o gli anonimi che avendo fatto lo scherzo, non si decidevano a rivelare il luogo del nascondiglio. L’avevano rubata? E che se ne facevano di una scarpa sola? E rossa per giunta, riconoscibilissima.

Essendo gli astanti ormai fuori sospetto perché partecipavano attivamente alla ricerca, si cercò di ricordare chi se ne era andato prima. Ne venne fuori una rosa di nomi, per lo più santantonari, chi aveva giocato, chi era passato di là: certamente avevano fatto lo scherzo e poi se ne erano dimenticati.

Si andò a trovare le famiglie degli indagati, ma nessuno sapeva niente della mia scarpa.

Tornammo a casa con le braccia ciondoloni. Nessuno volle cenare quella sera. Prendemmo lanterne, lumi a petrolio e candele e tornammo in spiaggia. Era notte inoltrata e ancora

scavavamo, ma della mia bella scarpa nuova non si seppe più niente, né quella sera, né mai, né trapelò niente, né ci furono altri sospetti: scomparsa!

E così all’Asilo ci andammo con le scarpe vecchie, Valerio e io: alle quali Tommasino mise le vitarelle o attacci (Piccoli chiodi con la testa grossa cupoliforme) per farle durare di più. Erano questi dei chiodi piccoli ma con enormi cuspidi tondeggianti che venivano inchiodati alle suole, mentre sui tacchi, dalla parte che si consumava di più, si applicavano delle mezzelune di ferro. Tutti quelli che allora avevano un paio di scarpe, le proteggevano con le vitarelle. Le strade ne erano piene perché a lungo andare molte si staccavano e restavano per strada, pericolo costante per i molti scalzi, ma non per i vecchi pescatori che avevano i piedi talmente corazzati da ricevere indenni qualsiasi cosa. Li ricordo come ora che, seduti sulle panchine della piazzetta, curvi, col coltello, si tiravano da soli o vicendevolmente, gli attacci che vi si erano confitti.

Alla spiaggia, vi ero andato presto una mattina, c’era Pascali U ‘Ndocci che doveva varare la barca e da solo non ce la faceva.

Questo Pascali, pescatore, aveva vinto il concorso per Vigile Urbano in quanto guercio con occhio di vetro, dallo sguardo sinistro.

Erano stati in due a concorrere, lui e Italo Paganica.

Al colloquio per il posto Italo si dice abbia detto alla Commissione:

─ Si u postu u ‘ndaju eu, u pozzu chjudiri n’occhju, ma Pascali ‘on criju c’o poti fari! ─ (Se il posto l’avrò io, potrò all’occorrenza chiudere un occhio, ma non penso che Pascali potrà fare altrettanto! )

Ma fu un tentativo disperato perché il posto se lo prese Pascali che però, nei momenti e nei giorni liberi, non tralasciò  di dare al mare.

Era domenica quel giorno e Pascali, più grande di me, voleva

varare la barca nella speranza di caricare qualche signorina a

farsi un giretto, forse ne aveva adocchiata qualcuna.

Non essendoci ancora nessuno in spiaggia, mi chiamò: ─ Si m’aiuti u varu a barca, fazzu  u ti fai ‘nu giru! ─ (Se mi aiuti a varare la barca, ti farò fare un giretto! )

Io non avevo niente da fare e quindi mi detti a spingere, lui da una parte e io dall’altra e a spostare le falanghe sotto la carena della barca. Ma quando Pascali fu in acqua, si mise ai remi e si allontanò senza dirmi una parola.

Più tardi scesero anche gli amici ed eravamo a bagno a fare la battaglia degli schizzi quando vidi la barca d’U ‘Ndocci, carica di bagnanti che arrivava, lui ai remi, di spalle. La lasciai avvicinare e andai sotto con la maschera, individuai i ddui leggiu, cioè i tappi di legno sotto l’impiantito, e col pollice li feci saltare entrambi. Poi lo dissi agli amici, uscimmo dall’acqua e aspettammo l’inevitabile. Dopo una diecina di metri la barca cominciò a prendere acqua e ad abbassarsi di livello. Allora ci fu panico a bordo e Pascali dovette manovrare frettolosamente per riportare tutti a terra, quindi si mise a poppa a dare la mano per farli scendere, mentre la barca calava già mezza d’acqua e lui rimase solo e scornato.

Alla spiaggia giocavamo anche a pallone. Avevamo scoperto una zona né di terra e né spiaggia, sutta o Vajuni d’i Pisciazzi (La fogna a cielo aperto), di fronte alla casupola di Peppineja, oggi diremmo oltre Calura. L’avevamo diserbata dei radi cespugli, delimitata con pietre e sistemate le due porte, anch’esse segnalate da due pietre grandi. Qui andavamo a disputare le nostre interminabili e chiassose partite serali.

Le porte delimitate da pietre erano causa di litigi esasperati e a volte violenti circa la validità del punto. In caso di ambiguità tutte le due squadre al completo si affrontavano urlando le proprie ragioni:

─ Iju mancu sartau! ─

─ Si arzava i mani arrivava! ─

─ ‘Ndavia u si jetta e a pigghjava. Iju mancu si moviu! ─ (Lui neanche è saltato! –- Avesse alzate le mani ci arrivava! – Doveva buttarsi e prenderla. Neanche s’è mosso!)

Iju (lui) naturalmente era il portiere.

Alla domanda degli amici assenti sull’esito della partita, spesso si rispondeva:

─  Vincimmi  trentanovi  a  vintiquattru  e  ottu  non  ndi  dettiru! ─ (Abbiamo vinto 39 a 24 e otto non ce li hanno dati! )

Comunque noi potevamo contare in squadra in un “giocatore” formidabile: Franci d’u Biasi.

Il suo motto era: O ‘a palla o ‘a gamba!

Entrava terribile e deciso a gamba tesa, a gamba a martello, coi gomiti, spingendo e terrorizzando gli avversari.

Roccella Jonica: via S. Antonio

Roccella Jonica: via S. Antonio

Durante le interminabili dispute sull’assegnazione del punto, ne valeva almeno quindici tra quelli ottenuti a furia di gridate, minacce, spinte e musi duri e altrettanti rivendicati dagli avversari e decisamente negati con egual decisione.

Penso che neanche Sivori nella Juventus valesse tanto.

Ma neanche i centravanti pagatissimi di tutte le squadre di serie A e B messi insieme.

La mattina naturalmente si andava a mare.

Mio padre insisteva acchè portassimo il nostro cane Boby a fargli il bagno. Questo, appena cucciolo, ce lo trovammo una mattina in casa: ferito, tremava, aveva una corda spezzata al collo.

Io e Valerio gli demmo del latte e dei biscotti: era affamato.

Non aveva coda, se non un batuffolo piccolino, evidentemente gliela avevano mozzata per togliergli la “zzinnanca” (malattia immaginaria).

Era questa una credenza comune e molti cani venivano così mutilati. A domandare poi cosa fosse la “zzinnanca”, nessuno lo sapeva dire.

Sia mia madre che mio padre non volevano impicci ed erano del parere di cacciarlo via, ma noi tanto implorammo, tanto piangemmo che ottenemmo di tenerlo. Comunque io e Valerio gli mettemmo il collare, prendemmo il guinzaglio e, recalcitrante, lo portammo con noi attraverso la ferrovia. Quando Boby vide il mare e capì che stavamo per buttarlo dentro, si acquattò pancia a terra e si mise a uggiolare e a tremare. Allora, aiutati da Rino e Giorgio Meo, lo prendemmo di peso e lo gettammo in acqua.

Boby nuotò disperato fino a riva, eluse le nostre braccia protese e scappò via.

A mezzogiorno sapemmo l’epilogo: il vigliaccone, tutto bagnato, si era prima infarinato bene bene nella sabbia calda, poi si era avvoltolato nella carbonella delle ferrujine, aveva riattraversato i binari, elusa la sorveglianza  di  mamma  e  si era spaparanzato sul letto. Immaginarsi in che condizioni erano ridotte coperta e lenzuoli.

Comunque Boby con me e Valerio non è che se la passava sempre liscia. Mio padre era amicissimo del veterinario, che, forse, era anche medico. Comunque era lui che ci curava e a me ingessò anche un braccio rotto. In tempo d’influenza ci ordinava supposte. Erano le prime e io e Valerio non volevamo, per ovvii motivi, applicarcele. Allora ce le facevamo dare con la promessa di ficcarcele da soli in quel posto, ma poi chiamavamo Boby, gli raspavamo sopra il codino, lui si girava e noi le ficcavamo a lui.

Poi guarivamo, perché dovevamo guarire e mio padre trionfante:

─  Vidístivu?   E non  volevu mu vi mentiti.  Medicinali  potenti! ─ (Avete visto? Non volevate metterle. Medicinali potenti! )

Fatto sta che a furia di supposte a Boby venne il cimurro, male che si portò per tutta la vita, anche quando mio padre non ci fu più.

 

*    *    *    *

 

Una mattina io, Giorgio, Testerrè e Valerio eravamo scesi a mare a sondare la visibilità dell’acqua, cioè se era torbida oppure no. Se era limpida saremmo usciti con fucile e maschera, altrimenti con l’ombrellone a farci regolarmente il bagno.

Arrivati sotto la Stazione, proprio in mezzo alla spiaggia, trovammo la fatta. Era una cosa enorme, inusitata, avrà avuto almeno due chili, perfettamente tonda come una pizza, visibili ancora coccia di fagioli cannellini scocivuli: una fatta – diremmo oggi – da guinness dei primati. Ci fermammo a guardare e a commentare quella meraviglia, quindi la coprimmo di sabbia con grandi piattonate di piede.

Eravamo quasi arrivati all’imbocco del ponte di S. Antonio quando vedemmo sbucare correndo, ancora col naso tappato,

Cesarino u Pirilli, Peppi Chitichirri e, distanziati,Vici U Buggiali e Pascali U Scarparu. Tutti trattenevano il fiato o attraversavano di corsa quel sottopasso, utilizzato ormai da decenni come pisciatoio.

Mentre quelli si riprendevano Testerrè, sornione, sussurrò proseguendo indifferente:

─ Cotrari, atterrammi ‘nu maluni e u perdimma. Cu’ u trova s’u pigghja! ─ (Ragazzi, avevamo sotterrato un melone e lo abbiamo perso. Chi lo trova se lo prende! )

I primi due scrutarono bramosi la spiaggia coi loro occhi acuti di pescatori, localizzarono lontana la montagnola di terra e si lanciarono a gara come levrieri. Gli altri due o non avevano sentito o non avevano capito e restarono al palo.

Cesarino e Peppi arrivarono insieme al montarozzo, s’inginocchiarono e cominciarono a scavare a grandi bracciate e trovarono…quel che trovarono.

Li accolse una risata corale quando, scornati, si alzarono con

gli avambracci, gli abiti e anche i visi imbrattati da quella porcheria che avevano fatto schizzare dappertutto.

Allora, anche per sfuggire all’onta della canzonatura, presero la rincorsa e così, vestiti com’erano, si mondarono nel grande abbraccio del Mediterraneo.

 

Sulla spiaggia succedevano o si commentavano tanti avvenimenti e s’intrecciavano anche nuove amicizie.

Avevo quattro anni e andavo all’Asilo.

Avevo preso amicizia in spiaggia appunto, con un altro ragazzetto della mia età, Mariolino Carella.

Lui abitava nto Vajuni d’a Rina, però i suoi avevano la barca a S. Antonio. Il padre, Franci d’a Paccia, aveva le attrezzature di pesca costiera, sciábica e sciabacheji (tipi di reti). Quando si trattava di andare lontano c’u cianciólu (altro tipo di reti più grande) per la pesca delle alici, allora si appoggiava ai Catello, parenti della moglie.

Questa, per aiutare la famiglia, andava anche a servizio  dal-

l’assicuratore Gemelli, che allora abitava a Pistonello, vicino ai Panetta. Orbene, con Mariolino all’Asilo eravamo sempre insieme, inseparabili. Lui portava anche la sorellina Tara di tre anni, che giocava con le femminucce.

Proprio all’imbocco della stradella per l’Asilo abitava Ghibellini, un altitaliano secco e dinoccolato, ex gerarca fascista, direttore della Provvida, lo spaccio dei ferrovieri.

La moglie, anch’essa dell’Alta Italia, era una rossa dolce, rotondetta e sempre sorridente. Non aveva avuto figli e ci guardava noialtri bambini che andavamo all’Asilo, con sguardo tenero d’amore materno insoddisfatto. Ci amava tutti e per tutti aveva un sorriso, una parola, una carezza.

Io andavo vergognoso all’Asilo, perché il giorno prima suor Agata ci aveva dato per giocare le costruzioni nuove di legno, quelle colorate, meravigliose.

Io, Mariolino e Aldo Frascà ci avevamo giocato con passione, poi all’uscita, Aldo se ne era già andato, ci guardammo complici e ci sussurrammo:

─ ‘Ndi ‘mmucciamu e ndi portamu a casa? ─ (ce li nascondiamo e ce li portiamo a casa)

Così prendemmo due manciate ciascuno e le nascondemmo sotto il grembiule.

All’uscita suor Agata ci avvicinò per il bacio di commiato, noi lasciammo la presa e le costruzioni caddero a terra lì, davanti a tutti. La suora, sempre sorridendo, ci invitò a raccoglierle insieme a lei e riportarle nel salone. Noi, morti di vergogna, ubbidimmo.

Ecco perché tornavo di  malavoglia,  strascicando i  piedi, temendo di incontrare ancora gli occhi di suor Agata.

Ma lei fece finta di niente e io mi tranquillizzai.

Mariolino era già arrivato. Arrivava presto lui con Tara, accompagnati dalla madre che li lasciò dinanzi ai Ghibellini.

Tutto trionfante, con gli occhi che gli lucevano, Mariolino aprì la sua cartella e mi fece vedere le quattro fette di pane nero, due per sè e due per la sorellina, le aprì ed erano spalmate di marmellata, lui che portava al massimo quattro olive e due fichi secchi: giocammo, provammo la recita e poi ci sedemmo a fare colazione.

Dopo un paio d’ore sia Mariolino che Tara si sentirono male. Fu chiamato il medico Minici che arrivò trafelato col suo bastoncino tenuto dal dito mignolo; noi ci fecero uscire in cortile e dopo poco il medico uscì serio e rabbuiato. Vedevamo le suore, a crocchio, nere e preoccupate. Tornò il maestro di musica Rafeli d’u Pintu che ci aveva insegnato le canzoni, caricò i due bambini sulla macchina, uno steso dietro e l’altra in braccio a suor Agata e partirono per l’ospedale.

Dopo tre giorni si seppe che i due poveretti erano morti: causa era stata la marmellata offerta dalla signora Ghibellini. L’enterocolite acuta, senza ancora gli antibiotici, era una malattia molto spesso mortale.

Subito il paese si divise in colpevolisti e innocentisti.

Io sapevo, ero arcisicuro, che la signora Ghibellini, la nostra fatina buona era innocente e soltanto per amore aveva regalato la marmellata ai due bimbi poveri che avevano mostrato le fette di pane vuote.

E fu con gran dolore che dovetti ascoltare mia madre, buona con tutti, che accusava insieme alle Capitanio la signora Ghibellini di essere come la ‘strega di Biancaneve’.

Cercai di intromettermi nel discorso per difenderla, ma non mi dettero retta.

Si era comunque in tempo di guerra. La signora fu accusata di omicidio, ma fu assolta in appello dall’allora terribile Corte di Catanzaro.

Ma la poverina non resse a lungo alle occhiate di disprezzo di buona parte della popolazione e si prese l’ulcera, che allora non perdonava.

Roccella Jonica

Roccella Jonica

 

Un altro scandalo coinvolse l’anno dopo l’Asilo.

Lo seppi ascoltando di nascosto i discorsi concitati e sussurrati delle donne. La buona suor Agata, la nostra direttrice di giochi e animatrice dei nostri cori, era rimasta incinta ed aveva dovuto lasciare di notte il convento.

Se ne parlò a lungo, si fecero mille ipotesi e mille allusioni. La più accreditata accusava il maestro di musica Rafeli d’u Pintu di averla sedotta.

Ma tale ipotesi non venne mai confermata.

 

 

 

I Ragazzi di Piazza Stazione: TERZO CASELLO

A cinque anni mio padre mi fece fare la primina e quindi gli esami per passare in seconda, forse presago della mia futura, tormentata carriera  scolastica. Era insegnante di seconda una maestra anziana, donna Bettina Romeo, ai limiti della pensione bonaria, meticolosa e buona fabulatrice. Eravamo almeno trenta alunni di tutte le provenienze rionali e di ogni classe sociale. Come spesso succede all’interno di vaste comunità, si formano naturalmente altri piccoli gruppi che si coagulano per simpatia, per comuni interessi, per vicinanza di casa.

In questo periodo facevamo cronga (gruppo) io, Aldo Frascà, Damiano Panetta, Toto Zito, Rino e Nello Sirtore, Franco Cremona, Nicolino ‘i Maraciciglia e altri che si aggregavano saltuariamente. Con Aldo Frascà mi legava l’amore per la lettura e il fatto che facevamo parte della Compagnia Teatrale di don Nicolino Cunia. Era questi un prete-insegnante che abitava all’ingresso della Ruga Grande e aveva il pallino per il teatro. Ora stavamo preparando “Pinocchio”, commedia in tre atti.

Aldo alto, secco e dinoccolato era un burattino ideale. Io dovevo interpretare la figura di Lucignolo e Maraciciglia stava provando quella del Grillo-Parlante. Curava la parte musicale il maestro Rafeli Spagnolo d’u Pintu e le scenografie il padrone di casa, maestro anch’egli, Raffaele Coluccio, che abitava sopra i magazzini delle prove. Damiano Panetta abitava in affitto nel gaffio (sottopasso) di Pistonello, in un antico palazzo dal portale in pietra e dal portone interno molto spazioso, dove noi ragazzi ci riunivamo per imitare le funzioni religose, specialmente quelle pasquali. Con Rino Sirtore ci conoscevamo già perché abitava nello stesso palazzo di mia nonna. Toto Zito e Franco Cremona provenivano dalla primina di mio padre ed era quindi logico che continuassimo a frequentarci. Nicolino‘i Maraciciglia era amico di piazzetta, umorista allegro e scanzonato. A scuola poi facemmo amicizia coi fratelli Cosimo e Vito Taverniti che abitavano al terzo casello a 3 Km verso Caulonia.

Per noi, ragazzini di sei anni, tanta distanza era il Far West, l’ultima Tule: nessuno di noi si era mai spinto oltre il Cimitero, quindi una gita al di là dei confini del noto, in compagnia, con il traguardo di una casa sconosciuta, senza acqua e senza elettricità, lontana da qualsiasi altra presenza umana, ci intrigava e ci faceva sognare. I genitori tentennavano, né c’era allora qualcuno che potesse accompagnarci con la macchina. Noi a chiedere piagnucolosi e loro a rimandare: tanto si era in inverno, le giornate corte, il freddo, il tempo minaccioso: meglio rinviare a primavera. Quando fummo a marzo le nostre insistenze raggiunsero il diapason e le loro resistenze, per contro, fecero occhio. Cedettero stranamente prima i papà e poi le mamme e finalmente i genitori, consultatisi tra di loro, concessero l’agognato permesso e noi potemmo concordare con Vito per una domenica di metà mese, per la successiva in caso di cattivo tempo. Cominciarono le raccomandazioni di babbi, mamme, nonne e vicini di casa: attenti alle macchine, ai camion, al postale di Caulonia, agli zingari, al treno, al sole di Marzo…

– Mégghju mámmita u ti ciangi c’o suli i marzu mu ti tingi – (E’ meglio che tua madre ti pianga che il sole di marzo ti tinga )

Mi predicò seria mia nonna, imponendomi un berretto ridicolo che decisi di internare nella cartella prima di Zirgone. Il tempo, era questa l’ultima incognita, l’ultima barriera che divideva noi argonauti dalla partenza per il Ponto ignoto. Ma la domenica non poteva regalarci giornata più bella, rallegrata da un fresco venticello di ponente (ci eravamo alzati un po’ tutti di notte, diverse volte, a controllare le stelle). E fu così che otto ragazzi, con le cartelle piene di pane e frittata e di sogni unici e incommensurati, subite le ultime raccomandazioni, ci abbracciammo giù in piazzetta e partimmo: mia madre trepidante al balcone a seguirmi fino alla curva di S. Antonio.

Eravamo io, Franco Cremona, Damiano Panetta, Rino Sirtore, Aldo Frascà, Nicolino ‘i Maraciciglia, Toto Zito e Cecio u Brigghju (il birillo) che era amico di Damiano Panetta, suo vicino di casa e che conobbi in quella occasione, consolidando poi l’amicizia all’interno dell’Azione Cattolica.

E così partimmo, sbucammo a Zirgone e quindi al Cavone. Qui tutti volemmo abbeverarci al fontanone di acqua moscia e “abbuzzammo” (facemmo bagnare Cecio)

Era uno scherzo questo che facevamo spesso: l’amico beveva, gli altri fingevamo di aspettare il turno e poi tac, gli davamo una spinta sulla nuca sicchè l’acqua gli andava sul naso e sulle orecchie. Cecio bagnato fino al collo, si dette a spruzzarci l’acqua che aveva in bocca e altra a piene mani. Noi corremmo attorno ridendo felici. Intanto Aldo e Damiano, Nicolino giudice e testimone oculare, continuarono la querelle della partita alla spiaggia a “guardamugghjeri” (guarda-moglie). Si giocava così: prima si tracciava il campo tirando dai piedi qualcuno e facendolo strusciare col sedere; si formava così un grande rettangolo diviso in due quadrati (un po’ come un piccolo campo di calcio). Poi, fatta la conta, si sceglievano due squadre. Ogni squadra doveva difendere la propria “moglie” e attaccare la “moglie” altrui, poste alle due estremità del campo. Scopo delle squadre era il toccare le cosce alla moglie avversaria. Quindi si correva, si fintava, si tornava disperatamente in difesa. Se un giocatore veniva preso diventava prigioniero e usciva dal gioco. Però bisognava che l’acchiappatore lo tenesse fermo fino a pronunciare la fatidica frase:

─ Lupu ténimi fittu e lupu ténimi lentu! ─ (Lupo tienimi stretto e lupo tienimi lento! )

E soltanto allora scattava la prigionia.  Ora Aldo sosteneva  di aver pronunciata tutta e intera la formula, mentre Damiano  ribatteva di essersi  divincolato prima.   Nicolino sosteneva la tesi di Aldo (però era stato della sua squadra). La partita si era svolta sotto il ponte di Rossetti, mentre noi altri avevamo giocato a “Guerra Francese” sotto la spiaggia di S. Antonio.

─ I moorti! ─ Urlò Rino, facendoci tremare le ginocchia: eravamo arrivati al cimitero senza accorgerci. Corremmo come matti per paura di Peppi U Campusantaru, il becchino dalle unghie adunche, sporco di terra e curvo come un lupo mannaro. Ci fermammo pian piano, ansanti, quando superammo il muro di cinta. Io e Franco Cremona iniziammo a parlare di Ragar, il nostro eroe dei fumetti e presto tutti parteciparono alla nostra ansia. L’ultimo numero aveva lasciato Ragar in una brutta situazione: il Re delle Tenebre gli aveva rapita Christia e lo aveva attirato in un suo sotterraneo. Nell’ultima vignetta scoppiavano certi palloncini gonfi di gas velenoso e Ragar sveniva. Il rettangolo finale così ci lasciava: – Riuscirà Ragar a sconfiggere il Re delle Tenebre e a liberare Christia? –

─ Certu ca a líbera ─ intervenne sicuro Toto Zito ─ sinnò u giornalinu comu u fannu? ─ (Certo che la libera… sennò il giornalino come lo fanno?)

─ E vai tu ma líberi nta chiju scuratoriu chinu i velenu! ─ (E vai tu a liberarlo in quell’oscurità piena di veleno!) Obiettò Damiano.

─ Certu ca i ‘ncorchi manera ‘ndavi u faci. V’aricordati quandu s’a fujiu di l’isola delle Amazzoni supra a ‘na fascina? (Certo che in qualche maniera deve uscirne. Vi ricordate quando scappò dall’Isola delle Amazzoni sopra dei cespugli?) ─ Ricordai io.

─ Chi ‘ncintra! ─ riprese Franco Cremona ─ tandu u sarvau u Delfino Verde d’u capitanu Secur… (Che c’entra… Allora lo salvò il Delfino Verde del capitano Secur…)

─ Chi si trovava propria ja, guarda casu… (Che si trovava proprio lì, guarda caso…)

─ Ca ‘ndeppi culu! (Perché ha avuto culo!) ─ Interruppe convinto Nicolino, aggiustandosi la cartella sulle spalle.

─ E’ penzu ca sta vota trova ‘ncarchi bótula a sa sbigna ─ (Io penso che stavolta troverà qualche botola e se la svignerà!  )

Azzardò Rino serio serio.

─ Scusati, perzuneja ─ gli risposi garbatamente io ─ ma nta l’urtima figura u corridoiu si vidia tuttu e non nc’era nuja bótula, comu diciti vui ─ (Scusate “personcina” ma nell’ultima figura il corridoio si vedeva tutto e non c’era alcuna botola, come affermate voi )

Rino e io eravamo “perzuneja” da almeno quattro mesi. Era questo uno stato allotropico tra l’amicizia e l’inimicizia. I nemici non si parlavano, non si frequentavano, non si salutavano: si ignoravano, quando non finiva a botte. Tant’è che per anni su una porta di via Nanni ha campeggiato una scritta in gesso ricalcato:

15 GIUGNO 1946

GIORNO IN CUI.

MI SONO FATTO

NIMICE A MORTE

CON UGO MURDOC

Francuccio

Doveva essere Ugo Murdocca ma lo spazio era finito e il “CA” finale s’era perso sul muro. La fatalità volle che comunque si avverasse perché il padre di Ugo, ferroviere, venne trasferito a Soverato e quindi nello stato di “nimice a morti” (nemico fino alla morte) non lo vidi più. I ”perzuneja” (personcina) invece si frequentavano come prima, ma dovevano darsi del “Voi” usando  un  linguaggio  curiale.

Questo stato rimaneva finchè qualcuno non faceva il menzòtaro (garante) per farli tornare amici come prima. Con me e Rino  fu  appunto Toto che fece da menzòtaro.

Mentre camminavo avanti con Franco e Aldo, mi avvicinò furtivo all’esterno, mi prese sotto braccio serio serio, allungò il passo e con fare da cospiratore mi sussurrò: ─ Tu voi

u ti fai n’attra vota amici cu Rinu? ─ (Tu vuoi farti di nuovo amico con Rino? )

─ E iju chi dissi? ─ (E lui cosa dice? ) Risposi guardingo io

─ Ca voli u sapi i condizioni ─ (Che vuole sapere le condizioni )

─ Allura dinci a chija perzuneja jani ca ‘ndavi u mi chjama deci voti avanti a tutti ─ (Allora riferisci a quella “personcina” là che mi deve chiamare dieci volte davanti a tutti )

E Toto, comu u Sangianni d’a ‘Ncrinata, (‘Ncrinata o Confrontata: rito pasquale) tornò indietro e riferì a Rino che, intanto, si era prudentemente rintanato tra Cecio e Nicolino, mentre Damiano, attardato, faceva pipì contro un oleandro.

Tornò Toto con la risposta:

─ Iju dici ca è dispostu u ti chiama deci voti, ma tu ndai u chjami cincu a iju ─ (Lui dice che è disposto a chiamarti dieci volte, ma tu lo devi chiamare cinque volte a tua volta )

Tutti, attenti al massimo, facevano gli indifferenti.

─ Va dinci a chija perzuneja ca a petrata ‘nto pedi fu iju chi m’a tirau e fuv’eu chi m’a sucai! ─ (Vai a riferire a quella personcina lì che la pietrata sul piede è stato lui a tirarmela, e io a subirla )

Tornò ancora Toto con la risposta:

─ Iju dici ca però patrisa ti detti ‘nu sacchiceju i nuciji. E’ veru? ─ (Lui dice che però suo padre ti ha regalato un sacchetto di nocciole. E’ vero?)

− Si − Ammisi io − Iju mi tirau a petra e s’a fujiu. Eu ndavia pigghjata chija petra e mi ndavia conzatu  nta  loggia i nánni-

ma, supra a scala sua pè quandu tornava mu ncia tiru nta testa. Mi vitti frátisa Nellu e nciu dissi i pátrisa. Iju nesciu e mi  dissi ca si dassava pérdiri mi dava i nuciji. Ed eu m’i pigghjavi. − (Si…Lui mi tirò la pietrata e scappò via. Io raccolsi quella stessa pietra e mi appostai sul loggiato di mia nonna, sulla scala da dove lui doveva rientrare per dargliela in testa. Mi vide suo fratello Nello e lo riferì a suo padre. Questi uscì e mi disse che se lasciavo perdere mi avrebbe regalato le nocciole, ed io le presi.-)

─ Allura siti paci! ─ concluse Toto. ─ Chi nci dicu? ─ (Allora siete “pace” – Cosa gli dico? )

Io valutai la proposta e la controproposta. Veramente non pensavo che il fatto d’i nuciji (delle nocciole) venisse messo in trattativa e capii che non era il caso di tirare più avanti:

─ Iju deci ed eu cincu ─ (Lui dieci e io cinque )

Ormai era fatta ed osservai di sottecchi Rino che fingeva di fare il risentito ma si faceva intanto spingere verso di me. Gli altri fecero cerchio intorno a noi e Rino chiamò me forte e chiaro dieci volte per nome. Quindi io, galantuomo, lo chiamai cinque volte e così la pace fu fatta. Dico “galantuomo” non a caso, perché a volte succedeva che il secondo, dopo essere stato regolarmente chiamato, sbeffeggiava l’avversario rifiutandosi di chiamarlo a sua volta e questi restava scornato.

Eravamo arrivati intanto al secondo casello e qui c’era un altro bivere. Ci guardammo tutti in faccia e, su proposta di Damiano, promettemmo di non fare scherzi e così bevemmo in tutta tranquillità. Mentre aspettavamo pazientemente il nostro turno ci accorgemmo che il vento era aumentato.

Cecio guardò verso il mare. Allora non c’erano i calipsi e i cipressi del campeggio e, dopo la ferrovia, si allungava una lunga prateria di cespugli radi, coronata da una fila di dune basse.

− Guardate! – ci indicò.

Ci voltammo tutti e riconoscemmo la barca dei Catello che arrancava, faticosamente contro il ponente. Era dura la vita dei nostri pescatori in balia di un mare aperto, capriccioso, senza approdi.

─ Ndannu a lampara ─ osservò Cecio ─ jiru c’u cianciòlu. Cu sapi i duvi tórnanu?! ─ (Hanno la lampara, sono andati con la rete per alici. Chissà da dove tornano )

Anche da Crotone tornavano a volte, dietro i banchi di alici. E qualche volta dovevano buttare a mare il pescato per alleggerire la barca, o venderlo a prezzo stracciato ai molti avvoltoi che calavano su di loro per sfruttarne il bisogno. Tornavano “o prudisi” (con la barca tirata per la prua). Questa manovra era necessaria quando la forza del mare era superiore a quella della braccia.

Allora due restavano a bordo, uno al timone e l’altro al remo di terra a tirare, tirare, tirare. Toto guardava come noi, sempre di poche parole, ora muto e taciturno. E sarà proprio lui, proprio su quella spiaggia, che a distanza di cinquant’anni, da indimenticato Sindaco di Roccella, dopo estenuanti battaglie legali, scioperi della fame e della sete, costruirà il Porto delle Grazie. Ma ormai la grande flottiglia dei pescatori roccellesi, il nerbo economico e caratterizzante della Roccella di allora sarà sparita; i pescatori ingoiati dalle varie ondate migratorie verso il Nord e le terre d’oltremare: il tanto sognato, sofferto Porto delle Grazie sarà sfruttato dai Pugliesi, dai Siciliani, da ricchi diportisti.

Ci restava ormai l’ultimo chilometro. Il terzo casello era lì, minuto, davanti a noi, quasi coperto dalla scarpata della ferrovia. A un certo punto Rino e Aldo che trotterellavano avanti si fermarono e si girarono gialli come il limone, con gli occhi di fuori e la bava in bocca. Li raggiungemmo e leggemmo terrorizzati anche noi la scritta tragica e minacciosa pennellata da qualcuno, certamente per noi, sul muretto di un ponticello:

CHI SI FERMA E’ PERDUTO (Erano scritte propagandistiche del Regime Fascista durante la guerra. Altre erano: Noi Tireremo diritto! – Taci, il nemico ti ascolta! – Meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora! – Vincere! E vinceremo! )

Pazzi di terrore, cominciammo a correre come disperati con le cartelle che ci ballonzolavano sulle costole, ognuno cercando la salvezza in avanti. E corremmo, corremmo, ansanti e trafelati, inseguiti dalla nostre paure e dal monito di quella scritta terribile:

CHI SI FERMA E’ PERDUTO…PERDUTO…PERDUTO

Parimai!

Ad un tratto vedemmo sbucare dalla scarpata ‘Ntoni i Gozza. Forse stava facendo i suoi bisogni laggiù, forse voleva qualche cicca o soltanto parlare. Ora a gambe larghe, col bastone, barricava la strada. Aveva.però scelto male il momento perché noi, ormai lanciati come i tori di Pamplona, lo caricammo e lo rigettammo nella scarpata, forse addosso ai suoi stessi escrementi. E continuammo a correre, irrazionali e sventati.

─ Fermativi! Ma chi vi succediu? ─ (Fermatevi! Ma cosa vi è successo?)

Ci gridava il papà di Vito in bicicletta col suo berrettino da casellante. Vito e Cosimo, già all’alba, si erano appostati alla finestra come le vedette di Colombo per vederci arrivare. Quando ci scorsero, mandarono il papà a venirci incontro. Sceso di bicicletta, ci abbracciò tutti, sorridente e cordiale e si mise a ridere di gusto quando seppe il motivo della nostra fuga. Allora ci spiegò l’equivoco ancora ridendo e così tranquillizzati, ci mettemmo a ridere anche noi.

Ormai in vicinanza del casello, ci raggiunsero correndo Vito e Cosimo e ci abbracciammo pazzi di gioia. Arrivammo, salimmo la scarpata della ferrovia, guardando attentamente da una parte e dall’altra secondo le mille raccomandazioni ricevute, superammo i binari e fummo nel cortile di casa Taverniti, il favoloso casello dei nostri sogni. E così conoscemmo il resto della famiglia: la mamma, un donnino energico e sorridente, premurosa e accogliente e il fratellino Giorgio di due anni.

C’era dinanzi alla casa un ampio cortile con un tavolo in muratura dove appoggiammo le nostre robe, ma subito fummo attratti da una cosa meravigliosa e inaspettata: la pompa in ferro dell’acqua. L’avevamo vista nei film western e

nei giornaletti di Tex e del Piccolo Sceriffo e trovarla lì, nel nostro quotidiano, a nostra disposizione, fu una sorpresa che ci mandò in orbita tutti quanti. Naturalmente ci accavallammo a manovrarla e godere di quel gesto antico e della fuoriuscita di quel canale d’acqua che finiva nell’orto, raccolto da una piccola cisterna in cemento. Vito e Cosimo, tutti fieri, partecipavano delle nostre emozioni mentre il piccolo Giorgio, ancora timido e vergognoso, non abituato a tante presenze, ci guardava moccioso col dito in bocca.

Ci accomodammo alla tavola sotto il folto mandarino e tirammo fuori le nostre colazioni alle quali la signora aggiunse delle cialde al miele calde di forno, dei bicchieroni d’aranciata di casa e fichi di tutte le fatture.   Mangiammo di buon appetito, rinforzato dalla camminata, dalla fuga, dall’alzata mattutina e dalla forte empatia di gruppo.

Quando penso ai ragazzi di oggi che non fanno un passo senza la presenza dell’adulto, che si muovono in spazi strutturati e controllati quali palestre, scuole-calcio e piscine, sento una pena infinita per quello che la falsa civiltà che abbiamo costruito, ha tolto a queste intere generazioni in spontaneità, libertà, fantasia e gioia di vivere: SCIOGLIETELO E LASCIATELO ANDARE! Recita il Vangelo di Giovanni. Ma noi tutto il contrario!

Fatta colazione e saziato l’appetito ma non la curiosità, esplorammo il resto della casa. Al piano terra una vasta, affumicata cucina a legna, con le pentole nere appese a chiodi tutt’intorno. Al centro una buffetta con sedie impagliate e tre casse dotali piene, una di pane e biscottini, l’altra di legumi e pasta e la terza, a scomparti, con fichi a schjocca (fichi infilati in una forcella di canna), mastozzica (fichi infornati), a crocetta e quelli bianchi, saporitissimi, soffusi da una patina bianca zuccherina. A lato, con vista del mare, la stanza di studio dei ragazzi e la macchina per cucire della madre. Sopra, le camere da letto: una per i genitori e una per i tre figli.

Non c’era gabinetto in casa ma un casotto di frasche discretamente lontano.

La spiaggia era distante almeno duecento metri e tra essa e il casello si stendeva una prateria di cespugli spontanei, tipici delle zone salmastre. Il papà di Vito aveva dissodato un bel pezzo di questo terreno e coltivava l’orto che innaffiava con la mastra. E poi c’erano gli animali. In un recinto la capra Betta assicurava il latte a tutta la famigliola; le galline, oltre che nell’ampio pollaio, razzolavano in un recinto circondato da aloe e fichidindia, insieme a quattro oche schiamazzanti e presuntuose. Vito, presto imitato da tutti, si mise a cercare le chiocciole bianche sotto le foglie di aloe che proteggevano colonie molto abbondanti. Appena raccolta una manciata, le tirava alle galline che si scannavano per contendersele e se le strappavano dalla bocca. Tutti lo imitammo ridendo e schiamazzando più di loro. Quindi ci demmo a esplorare e ammirare il loro Ranch e la vita da prateria che conducevano, così simile a quella dei nostri eroi dei fumetti. Superata la prateria cespugliosa, fummo alla spiaggia vera e propria, divisa da una corona di basse dune.

Al centro della spiaggia Cosimo aveva preparato la Pista. Si trattava di un circuito a ostacoli scavato nella concavità della sabbia umida, ricavato dalla rimozione della sabbia secca. La pista era molto irregolare e alternava un lungo rettifilo a curve e rientranze da Rally di Montecarlo, né mancavano due ponti con “muretti” laterali, uno ripido e l’altro lungo e alto, e una galleria scavata con la mano a cucchiaio. Urlammo di gioia e corremmo alla recinzione delle galline dove gli occhi esperti di tutti noi avevano già avvistato diversi cespugli di “pumadora  i serpi” (pomodorini dei serpenti). Questi cespugli spinosi producevano delle bacche perfettamente sferiche, dure, giallo oro e lucide. Ci demmo a scegliere ognuno tre o quattro bacche della misura voluta, tastandone attentamente la consistenza che non ci fossero buchi o vizi occulti, e quindi tornammo alla pista.

Fatta la conta, cominciammo la gara: si trattava di spingere la pallina con un zziccardata (scartagnola) o con l’indice contro il pollice o viceversa, alla femminina, a seconda della bisogna, come le mazze da golf. La pallina non doveva varcare per troppa foga i margini rialzati della pista. Si doveva superare le palline avversarie e dopo il concordato numero di giri, tagliare primi il traguardo, posto alla fine del rettifilo, tenuto alto da due ferri da calza. All’ultimo dei cinque giri Cecio, Damiano e Toto erano ancora impantanati nel sottopasso; io, Cosimo e Nicolino eravamo di fronte alla doppia curva; gli altri più indietro.

Ora bisognava calibrare bene il tiro, cercando di sfruttare la rotondità e la pendenza del margine. Tirò Cosimo e si dimostrò un vero campione e con un solo tiro uscì dalla prima curva e fu a mezzo della seconda.

Quando toccò a me cercai di imitarlo ma calcolai male e la palla uscì di pista causando l’urlo di gioia di Cosimo.

Ritornato al punto di partenza, mi sorpassò Nicolino e mi raggiunse un redivivo Vito. Gli altri si ammucchiarono tutti nell’insidia della galleria. Ancora Cosimo con un’altra zziccardata capolavoro, non solo uscì dalla curva, ma si piazzò proprio sotto il ponte.

La palla aveva viaggiato miracolosamente almeno per trenta centimetri sul bordo della pista, poi era calata in obliquo e guadagnato ancora centimetri.

− Chissu ‘ndavi ad aviri a licerteja cu’ ddu’ cudi – (Questo deve avere una lucertola a due code portafortuna)

Commentò Damiano.

Ma io sapevo che era bravura perché di tiri così, nel corso dei cinque giri, ne avevo visti parecchi.

Vinse Cosimo, naturalmente, Nicolino secondo e io terzo. Stavamo per proporre la rivincita quando la signora ci

chiamò per il pranzo e allora vincitore e sconfitti, inghiottendoci il limone, ci spostammo verso casa. Avevano apparecchiato all’aperto tra casa e forno.

La mamma di Vito non doveva aver fatto studi di psicologia ma sapeva,  dall’esperienza  di  tre figli, che i ragazzi

tutti vanno pazzi per le patate fritte e ci aveva preparato per antipasto due zuppiere di patatine fragranti tagliate a rocchetti,  mentre  il padre, con tanto di grembiule e pentola di rame,

ne stava friggendo altrettante: loro a friggere e noi a mangiare.

− Vidimu cu’ si stanca prima! (Vediamo chi si stanca prima! ) – Attaccò Nicolino

− Fessa l’urtimu! (Fesso l’ultimo! ) – Riprese Rino, già a bocca piena.

Intanto la signora era corsa nel cucinino e dopo un po’ ritornò con una pentolaccia nera, enorme, esagerata. Scodellò in un angolo dove era pronto lo scolapasta e si dette a versare il sugo nella pentola stessa, poi, aiutata dai due figli, si dette a servirci i piatti che man mano riempiva. E qui ebbi una sorpresa perché a casa mia la pasta si divideva nettamente in due categorie: la lunga e la corta. La lunga si faceva col sugo, la corta per minestre.

Qui invece i cannarozzeja (Tipo di pasta corta) venivano serviti col sugo e col cucchiaio. Non mi formalizzai certo per questo e insieme agli altri, allegramente, feci sparire anche la pasta, e poi le cotolette e quindi le mele piccole e profumate del loro giardino. Poi tutti a sparecchiare, mentre il signor Taverniti raccontava alla moglie della nostra paura per la scritta sul ponticello. Allora ridemmo ancora della nostra dabbenaggine.

─ A poesia v’a mparástivu? (La poesia l’avete imparata? ) ─ Ci riportò Vito ai nostri compiti.

─ A ‘mbrusciunijavi ‘nu pocu (L’ho raffazzonata un pochino ) ─ Ammise Aldo

─ Eu a casa a sapia e mo m’a scordai (Io a casa la sapevo ed ora non la ricordo ) ─ Si rammaricò Damiano.

In verità con l’ansia della partenza a tutto avevamo pensato, meno che ai compiti.

─ Si boliti nda ‘mparamu ccà (Se volete la impariamo qua ) ─ Propose ancora Vito e senza attendere risposta, prese il quaderno, salì sul tavolo fisso e cominciò:

La Primavera

Si desta, si veste,

corre leggera

per prati e foreste.

─ Mo ripetimu tutti ‘nzemi (Ora ripetiamo tutti insieme)

Ripetemmo. Poi Vito ci interrogò uno per uno e rispondemmo sicuri, anche Cecio che non era della nostra classe.

Tutto contento Vito passò alla seconda strofa:

Guarda un giardino,

ci spunta un fioretto,

guarda un boschetto:

c’è già l’uccellino.

Ripetemmo la prima e la seconda, stavolta non tanto sicuri. Leggemmo ancora insieme e fummo a posto; quindi la terza strofa:

Guarda la neve,

già corre il ruscello:

viene l’agnello,

si china e ne beve.

─ Jamu c’arrivammi: sulu l’urtima strofa .

Ripetimu ‘nzemi ─ (Andiamo insieme: solo l’ultima strofa. Ripetiamo insieme )

Canta l’uccello

nel folto del rovo:

− il mondo è bello,

vestito di nuovo! −

Con questo metodo, con la voglia di fare e compiacere, imparammo in metà tempo che a casa, tanto che a distanza di sessanta anni la ricordo perfettamente. Ho dimenticato però, e con rimpianto, il nome del poeta. Chissà se qualcuno dei miei dieci o undici lettori lo conosce e può farmelo sapere?

Ora che in così breve tempo avevamo assolto il nostro dovere,

Cosimo entrò in casa e ne riemerse con una scatola ancora incartata. La aprì e leggemmo tutti: Monopoli.

─ Ma chi esti, ‘na tómbula? (Ma cos’è, una tombola?) ─ Chiese perplesso Franco Cremona

Nicolò i Marciciglia all'Ora Yu - Azione Cattolica

Nicolò i Marciciglia all’Ora Yu – Azione Cattolica

─ No, esti nu jocu novu. M’a portau ziuma. (No, è un gioco nuovo. Me l’ha portato mio zio )

L’aprimmo e c’era effettivamente un cartellone piegato doppio come quello della tombola, ma diviso a quadrati diversamente colorati: gialli, celeste, verdi, rossi, marrone, blu. Sotto il cartellone un’altra scatola divisa a scomparti. Saltavano agli occhi mazzi di carta moneta da 5, da 10, da 20 e financo da 50, rosse smaglianti. In un angolo una coppia di dadi, in un altro delle statuine in legno e dei cartoncini colorati con delle scritte di Vie e Piazze, le stesse e con gli stessi colori del cartellone.

C’era anche una fossetta con casette verdi e un’altra con case rosse più grandicelle, e poi due mazzetti di cartoncini, uno azzurro e uno arancio. Ne fummo incuriositi. Intanto il piccolo Giorgio, smessa ormai ogni timidezza, voleva arraffare tutto e quindi Vito lo portò alla madre nell’orto. Uscì, da sotto la seconda scatola il foglio del Regolamento. Lo prese Toto in mano e ce lo leggeva. Evidentemente lui ci capiva, ma gli altri,

almeno io, dicevamo sì sì alla sinfasò, convinti che avremmo imparato strada facendo. E iniziammo, Cosimo alla Banca.

Ci demmo dei soldi, scegliemmo i contrassegni per sorteggio, arricchiti da bottoni, gomme e temperamatite, e avemmo, sempre per sorteggio, gli incomprensibili tagliandini colorati. Io pensavo, e molti altri come me, che il gioco consistesse nell’accaparrarci tutto il denaro possibile, specialmente i brillanti pezzi rossi da 50.000 lire. Toto però, il futuro politico, con quella faccia da pokerista, nel mentre ci incoraggiava nel nostro errore, ci comprava, noncurante, per un tozzo di pane, le proprietà più preziose: Largo Augusto da Cecio e Corso Impero da Aldo e così completava la serie e ci preparava la zíppola. Così io gli cedetti per una carta da 50.000 il mio Viale Costantino: meno male che Franco Cremona, che aveva subdorato qualcosa, si tenne stretto finchè potè il suo Viale Traiano. E così, dopo un paio di giri dacchè Toto aveva disseminato sul nostro cammino case e alberghi,  io  incappai  in Corso Impero e Vito in Corso Magellano e fallimmo.

Gli chiesi di portarmi al bagno. Mentre andavamo al baracchino gli dissi che, finita la partita, noi dovevamo rientrare prima che facesse buio.

─ E ca vui a pedi volarríssivu u tornati? (E che voi a piedi vorreste rientrare? ) ─ Mi chiese con la maggior naturalezza del mondo.

─ Pecchì? Cu chi ndavarremu u ‘ndi ‘nda jamu?  (– Perché? Con che cosa dovremmo rientrare? ) ─ Obiettai più che perplesso.

─ C’u trenu ─ Mi rispose serafico lui ─ Pecchì, a scola comu venimu? (Col treno. Perché a scuola come veniamo?)

─  Chi  bricichetti.  Nui  penzávamu  ca  venevu  chi   bricichetti! (Con le biciclette. Noi pensavamo veniste con le biciclette!)

─ E puru quandu chjovi e faci friddu? (E anche quando piove e fà freddo? ) ─ Mi sfidò Vito.

─ Ma u pigghjamu u trenu ‘on ndavimu u jamu a Marina i Cavulogna? E non sunnu ddu’ chilometri boni? (Ma per prendere il treno, non dobbiamo arrivare a Caulonia Marina? E non sono due chilometri buoni? )

─ Chi capiscisti! Vui u trenu u pigghjati ccà, ca pátrima i ferma i treni. (Che hai capito! Voi il treno lo prendete qua perché mio padre ferma i treni )

─ Chi faci?! (Cosa fa? ) ─ Risposi io in piena confusione.

Fermare i treni. Ma neanche l’Uomo Mascherato, neanche Tex faceva questo. Lo fece una volta il Piccolo Sceriffo per prendere Jimmy Coyote, ma lui era uno sceriffo.

─ Certu non ferma i treni passeggeri, sulu i merci. I canusci a tutti, caputreni e conduttori. Nc’annaca a lanterna davanti e

chiji si férmanu: nchjanamu vicino o conduttori e simu a Roccella. E sei e menza ‘nc’esti u merci. (Certo non ferma i treni passeggeri ma soltanto i merci. Li conosce tutti, macchinisti, conduttori, capotreni. Gli agita la lanterna davanti e quelli si fermano. Noi saliamo vicino al conduttore e siamo già a Roccella. Alle sei e mezzo c’è un merci. )

Toto Zito

Toto Zito

Il terzo casello oggi

Il terzo casello oggi

Roccella ottobre 1954. Alle muntagneje: Mario Tobia, Vito Taverniti, Francuccio, il Triestino

Roccella ottobre 1954. Alle muntagneje: Mario Tobia, Vito Taverniti, Francuccio, il Triestino

L’idea mi ronzava in testa e non riuscivo a digerirla. Quell’ometto piccolo piccolo, semicalvo, sorridente col quale avevamo pranzato era capace di fermare i treni…

Tornammo. Rino fuori bestemmiava Cristoforo Colombo e Nicolino ce l’aveva con Costantino; Aldo sopravviveva con le sue Società, ma presto dovette cederle; Cecio era al lumicino, Damiano si aggrappava ai suoi poco remunerativi possedimenti celeste… e Toto ingrassava. Per poco resistette Franco Cremona, ma poi non cedette a Toto direttamente, ma fu l’Imprevisto delle tasse a metterlo fuori. Toto alzò alti i pugni in segno di vittoria.

Rimettemmo tutto scrupolosamente a posto. Arrivò il papà di Vito, noi salutammo e promettemmo di tornare, poi scavalcammo la ferrovia e rimanemmo in attesa a margine strada. Ed ecco, come nei western, un fischio lontano e poi apparve il

treno lento, fumoso e nero. A questo punto il signor Taverniti

si mise in mezzo ai binari e cominciò a sbandierare uno straccio rosso, tenendo in mano anche una lanterna. Il treno si fermò ubbidiente come un leone dinanzi al suo domatore. Mentre il Taverniti salutava il ferroviere in coda al treno, noi su indicazione degli amici, salimmo sui vani liberi in fondo ai vagoni, e in pochi minuti fummo a Roccella.

Con Vito poi ci perdemmo di vista quando lui andò all’Avviamento e io alla Media. Rividi suo padre a Roma. Frequentavo l’Università e appoggiavo in casa di mio zio Cruciani, capostazione a Prenestina. Avevamo fatto a cambio col figlio Sergio: lui era rimasto a Roccella da noi per continuare il Liceo, e io abitavo da loro, appunto alla Stazione. Guardando dalla finestra sui binari, proprio di fronte a me,  c’erano  degli operai curvi, grigi e anonimi che toglievano dei binari per sostituire le traversine, allora di legno. In uno di loro, curvo, anonimo e grigio come gli altri, riconobbi il Capo-Ranch di tanti anni prima: l’Uomo Che Fermava I Treni. Stetti a guardarlo per un gran pezzo, poi aspettai che passasse sotto la stazione per avere conferma e lo seguii a lungo con lo sguardo mentre in bicicletta, insieme ad altri, pedalava stancamente verso Casal Bertone: l’Uomo che Fermava i Treni, il Ranchero del mio immaginario di bambino.

I Merry Boys in Piazza Stazione - Anni '50.

I Merry Boys in Piazza Stazione – Anni ’50.

 

 

I ragazzi di Piazza Stazione: GLI ARTERITANO

Se il Castello è il centro storico ed emozionale della Roccella antica, la Stazione Ferroviaria, costruita in maniera speculare proprio sotto il centro della rocca, è l’anima della Roccella nuova.

Dinanzi ad essa si apre una piazzetta quadrata con al centro una gradevole fontana rotonda con vasca in granito, a labbri sporgenti.

Dentro la vasca si alza una piramide triangolare tronca di pietre morte, bucherellate dai trilobiti quando la Calabria era ancora sommersa.

Sui tre spigoli si adagiano tre eleganti tritoni in marmo bianco, dalla cui bocca versano altrettante cannelle.

Attorno alla piazza folti ficus benjamina assicurano  l’ombra alle panchine e ai clienti del Bar- Ristorante della Stazione e del Caffè della Lirica.

Davanti, oltre il Corso Roma, si apre l’ampia strada detta U Misóstracu, una volta alberata, che incontra la via Nanni ad angolo acuto.

Ai lati del Misóstraco (Strada lastricata da cocci) si alzano casette a un piano, oggi intonacate, ma una volta tutte a mattoni a vista.

La strada è tagliata da vicoli, tre da una parte e quattro dall’altra.

Da qui, dalle Palmare, dalle Timpe, da Zaddeo e dal vicino quartiere di S. Antonio provenivano i ragazzi di Piazza Stazione.

Gli Arteritano abitavano sul primo vicolo a destra, al piano terra del palazzo Ariganello.

La casa aveva due entrate: la principale sul vicolo e dava direttamente in cucina, l’altra sul Misóstraco dalla quale si accedeva nella camera dei ragazzi: Rocco, mio coetaneo e compagno di scuola e Armando più piccolo.

Il padre faceva il meccanico e aveva l’officina nella piazzetta della Dogana per le poche macchine allora in circolazione.

Era un padre padrone, sempre truce e severo con diritti assoluti e incontrastati su tutta la famiglia. Lo si vedeva raramente in casa, sempre unto e bisunto nella sua officina.

Quando sapeva di qualche marachella da parte dei figli, comandava livido e glaciale al condannato:

─ Va’ jani a Peppi d’u spacciu e accatta ddu’ metri i corda e ‘na buttígghja d’acitu! ─ (Vai da Peppe dello Spaccio e compra due metri di corda e un litro d’aceto )

Avuto il richiesto in mano, bagnava lentamente la corda fatta doppia nell’aceto e via nerbate sulle gambe e sulle braccia del malcapitato.

La mamma e la sorella, pallide e terrorizzate, sapevano di non poter intervenire in difesa.

Rocco, gracilino, occhi chiari della madre, di carattere dolce e arrendevole, era perciò chiamato U Musciu; Armando, il fratello più piccolo, era invece protervo e teppista, detto ‘U Cacasangu.

La madre Clelia era una donna magra e allampanata dagli occhi chiari e dai capelli biondicci che portava lunghi: parlava sempre piano, sorrideva triste, era gentile e riservata, si muoveva come una sonnambula. La sorella Lilla era il pezzo forte della famiglia: bella e formosa, labbra turgide, vita stretta e seno prosperoso, fianchi perfetti, era l’oggetto del desiderio di tutti i ragazzi grandicelli della piazza.

Noi andavamo da Rocco, con la scusa dei compiti, sperando ci fosse la sorella. Questa si accorgeva naturalmente dei nostri sguardi e dei nostri turbamenti e giocava a stuzzicarci.

Si sedeva, si scomponeva ad arte, lasciava intravedere sapientemente le sue grazie. Quando usciva di casa, era seguita dagli sguardi bramosi di tutti i maschi accampati dinanzi ai bar, ai caffè e alle panchine.

Con Rocco eravamo compagni di scuola dalla seconda elementare.

Era un patito del calcio e della Juventus.

Comprava tutti i numeri di “CALCIO ILLUSTRATO” e li leggeva e rileggeva fino a impararli a memoria.

Poi ci raccontava di Boniperti, di Parola e di Muccinelli.

Sul Calcio Illustrato venivano disegnate le azioni dei goals, tratteggiando le traiettorie della palla e mostrando le posizioni dei giocatori.

Così anche noi, attraverso di lui, godevamo dei guizzi di Muccinelli, dei passaggi calibrati e della intelligenza di Boniperti, nonché naturalmente delle doti realizzative di Charles, lo scozzese potente come un ariete. Quando poi alla Juventus arrivò Sivori, fummo tutti pazzi per lui.

Don Alfredo Capitanio ci aveva regalato due dei suoi registri di spedizioniere perché noi gli portavamo a spasso il cane.

Rocco ritagliava e incollava foto di giocatori in azioni acrobatiche e nelle movenze plastiche, specialmente i portieri e le rovesciate aeree e spettacolari di Parola. Io avevo cominciato da poco la collezione di francobolli e li applicavo, Stato per Stato, utilizzando i tronconi collati rimasti dalle striscette della Sisal (il Totocalcio di allora).

Poi avvenne la terribile tragedia della squadra del Torino di Valentino Mazzola. L’aereo, che li riportava a casa dopo un’amichevole in Portogallo, si era schiantato, per la nebbia, sulla collina di Superga.

Scomparsa in un attimo la mitica squadra che dava alla Nazionale ben otto giocatori, e con essi le riserve, i tecnici, gli accompagnatori, i giornalisti…

La radio non parlava d’altro e quotidiani e settimanali erano pieni di foto e servizi.

Io e Rocco leggevamo e assorbivamo tutto, partecipando intensamente, col nostro cuore di bimbi,  alla  immane commozione nazionale e mondiale. Quelle foto, che insistevano tragiche sul lacerante contrasto tra le linee pure della basilica rinascimentale, emergenti dalle le brume del mattino, e l’inestricabile disastro di quelle lamiere contorte, si stampavano indelebilmente nei nostri ricordi primevi, tenaci come le impronte dei grandi rettili sulle argille del Cretaceo. …Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Gabetto, Loik, Mazzola, Ossola. Addio! Addio per sempre!

Leggevo e piangevo con la Domenica del Corriere aperta sul lettone dei miei e automaticamente sbocconcellavo del pane e salsiccia e mi straziavo dentro per l’ineluttabilità di quanto successo. Mi commuoveva soprattutto la promessa dei Presidenti delle squadre di serie A, Agnelli della Juve in testa, di presentare le loro formazioni giovanili ogni qualvolta avessero dovuto incontrare i giovani che il Torino era costretto a mandare in campo.

Bene, a tutt’oggi, dopo più di sessanta anni da quella tragedia, ogni qualvolta mi ritrovo a mangiare salsiccia, associo immancabilmente il profumo del salame alle sensazioni e alla immane tristezza di allora.

 

*  *  *  *

 

Anche a Roccella si giocava al calcio, da amatori, si intende.

I grandi usavano uno spiazzo dinanzi a palazzo Genovese, ora Via Marina.

Dove oggi s’innalzano le colonne, al tempo c’era il Cinema-Teatro Globo, ex Casa del Mietitore.

Costruita dal Fascismo, ad opera di un suo gerarca, durò appunto poco più di un ventennio, quanto il regime che l’aveva voluta. Davanti si apriva uno slargo irregolare che finiva contro la montagna piatta delle ferrujine. Qui i ragazzi più grandi avevano piazzato una sola porta e ci andavano a giocare. Noi, guidati da Rocco, assistevamo e ammiravamo l’eleganza di Massimo Jellamo e dei suoi fratelli, la potenza di Michele Muscolo U Pistolaru, di Angelo Laganà “Pongiula”, dei virtuosismi del portiere Mario “Miu” Capitanio, che si esibiva in tuffi alla Sentimenti IV, l’astuzia di Ciccio Zito.

Naturalmente tutti giocavamo al calcio, ma con la palla di pezza. Questa era costituita da una calza da donna, il cui fondo veniva riempito di vecchi stracci fino a darle una forma rotondeggiante, poi il resto della calza veniva più volte arrotolato su questa rotondità e i bordi residui cuciti.

Il nostro campo di calcio era il primo vicolo a sinistra del Misóstraco. Era un budello lungo, stretto e polveroso. Le porte erano larghe quanto il vicolo stesso. Si giocava in quindici contro quindici, in venti contro venti. Bastava che si presentassero due pretendenti e avevano automaticamente posto in squadra: uno da una parte, uno dall’altra.

Non c’erano regole, se non quelle di togliersi le scarpe, né si potevano usare accortezze, strategie o fare passaggi, come invece voleva Rocco: era uno spingere, un urlare, uno scalciare pazzo tentando di lanciare la palla contro la porta avversaria, difesa di solito dai più piccoli o dai più sprovveduti.

Ricordo mia madre che dal balcone sul Corso mi gridava inutilmente:

─ Francucciu! Méntiti i scarpi ca oji è domínica! ─ (Francuccio! Mettiti le scarpe chè è domenica! )

─ Ássimi stari! ─ (Lasciami stare! ) Rispondevo io ansante e sudato.

Durò finchè un pomeriggio il fotografo Violi uscì furente tenendo in mano, alta, una pistola e minacciò di ammazzarci tutti.

Allora ci spostammo sul vicolo di fronte.

Ma anche da qui ci sloggiò il parroco Cappelleri, notoriamente iroso e insofferente.

1948, al centro Massimo Iellamo, Mario Iellamo, Nicolinu u Giarraru, Michele Muscolo d’u pani, Vincenzino Iellamo, Cic-cio Asprea d’a “ndrina”

1948, al centro Massimo Iellamo, Mario Iellamo, Nicolinu u Giarraru, Michele Muscolo d’u pani, Vincenzino Iellamo, Cic-cio Asprea d’a “ndrina”

Una partita del Roccella al "Nino Bumbaca". Da notare l'alta scarpata della ferrovia.

Una partita del Roccella al “Nino Bumbaca”. Da notare l’alta scarpata della ferrovia.

Sloggiati dal Misóstraco, trovammo accesso in uno spiazzo erboso alla Marina, di fronte alla casetta di Peppineja, proprio alla foce d’u Vajuni d’i Pisciazzi, la cloaca maxima di Roccella.

Poi,  finalmente,  il  campo  di  calcio  regolamentare,  anche se

senza recinzione e spogliatoi, venne costruito al limite del primo casello verso Caulonia, e Roccella si ebbe la squadra di calcio con tanto di magliette, scarpette, pantaloncini e calzettoni: sponsor la Pasticca Taitù di Don Pasqualino Laganà.

Tutti noi ragazzi impazzivamo per la nostra squadra, granata come il grande Torino e le domeniche, manco a dirlo, quando si giocava in casa, eravamo tutti al campo a urlare, a scalmanarci, a odiare l’arbitro con parole di raccapriccio.

Portavamo alta “a reschja”, un pezzo di aloe dentellato ai bordi e infisso in una canna, forse ricordo della  più famosa “Spina” dei Carafa. Quando il Roccella vinceva, gettavamo sprezzanti la nostra reschja agli avversari come per dire: − Ecco, noi abbiamo mangiato il pesce e per voi soltanto le lische! –

Orbene, tra tanti impegni di giochi e sogni giovanili, dedicavamo poco tempo allo studio, basato molto sulla memorizzazione di regole e date,rasentando spesso l’assurdo. Basti pensare che mentre eravamo costretti a studiare tutti i particolari delle Guerre Sannitiche, nel Mediterraneo si sviluppava la civiltà ellenistica, una delle più fascinose e sontuose di tutta la storia. E noi giù, soltanto con le guerre sannitiche.

Anche Rocco, pertanto, si ebbe la sua pagella pesante, la convocazione del padre e le filippiche conseguenti.

Don Giulio,  vedendo che la cura della  corda e dell’aceto era

inefficace, decise di punire Rocco in quello che gli era più caro: nel calcio.

Domenica Roccella doveva incontrare la Palmese, prima in classifica e noi eravamo  secondi.  Avessimo  vinto, saremmo saliti in vetta alla classifica. Immaginarsi i preparativi, le reschje gigantesche, la spasmodica attesa.

Eravamo tutti pronti quel pomeriggio con le nostre “reschje” a partire per il campo e Rocco non si vedeva. Andammo da lui e lo trovammo piangente e incatenato alla macchina Singer della madre.

Rocco era disperato e si torceva in quel suo supplizio, nella sua frustrazione, nella sua impotenza umiliante e rabbiosa, quando Toto Zito osservò: ─ Ma a máchina ndavi i roti…Ti spingimu nui fina o campu! ─ (Ma la macchina ha le ruote. Ti spingiamo noi fino al Campo!)

E così, complice la madre che per amore del figlio si metteva in una brutta posizione, sollevammo di peso Rocco e

tutta la macchina e superammo i due alti gradini d’ingresso, poi giù nel vicolo e finalmente sulla strada asfaltata.

Eravamo in sei, ma presto fummo decine: tutti volevamo partecipare a quella stranezza e spingere Rocco per quel buon chilometro fino al campo.

Fu quindi in maniera trionfale che arrivammo a destino, con la Singer che andava all’ambio e Rocco curvo e saltellante con movenze da Orango-Tango.

Chi non era al momento impegnato a spingere, doveva reggere, oltre alla sua, le reschje degli altri, alte e minacciose e sembravamo le armate del Macedone in marcia sull’Indo.

I grandi guardavano e commentavano divertiti, mentre nugoli di ragazzetti ci ballavano attorno facendo cagnara.

E arrivammo al Campo.

Qui ora bisognava scendere dalla strada e risalire sulla scarpata della ferrovia e sistemarci su di essa in modo che Rocco dall’alto, senza spettatori davanti, potesse farci la radiocronaca in diretta come faceva Nicolò Carosio alla radio.

La Palmese era una signora squadra. Ci fece enorme impressione il fatto che scendessero dal pulman con tutte le borse verdi uguali, con la scritta U.S. Palmese e che poi tirassero fuori le asciugamani con i colori sociali e le scarpette nuove e lucide.

Si cominciò e noi a gridare, a schiamazzare, a insultare l’arbitro e prenderlo in giro per i capelli rossi:

─ Pari ‘nu vijozzu i panículu gugghjutu! ─ (Sembra un bitorzolo bollito di granoturco! )

E tutti a ridere.

─ Garómpulu ammusciatu d’a Pardisca, vi’ ca ‘nci misi a sgambetta. Fetusu! ─ (Garofano moscio della Pardesca, attento chè gli ha fatto lo sgambetto. Fetente )

E tutti a incazzarci insieme all’urlante.

Era questi uno dei tifosi più pittoreschi e ammirati, un pescivendolo vivace, sarcastico e rubizzo, di cognome Muscolo ma universalmente conosciuto come U Belluzzu.

Quando passava vociante per il paese col suo banchetto del pesce a traino e vedeva raccogliersi attorno curiosi e probabili compratori, dava calci occulti alla carretta, facendo sobbalzare il pescato:

– Móvinu! Ancora sártanu! Rrobba viva! Móvinu! Sártanu! – (Si muovono, ancora saltano! Roba viva! Si muovono! Saltano! )

Urlava convinto e convincente.

Al campo era uno spettacolo, insieme o’ Ceciru, un altro pescivendolo “agathos boén”(valente nel gridare (cit. omerica)): li si sentiva da ogni parte del campo coi loro vocioni allenati dall’esercizio, alzando  reschje enormi e spropositate.

Rocco intanto, storto come il pedale d’una pergola annosa, non potendo muovere le mani, sbatteva i piedi, rischiando di rovinare giù dalla scarpata di ciottoli e intanto “trasmetteva”:

− Siamo al diciottesimo del primo tempo. Avanza Cara sulla sinistra  a grandi falcate, supera in velocità Rovati e appoggia a Jellamo, questi a Orlando che sposta leggermente sull’accorrente

Ciccio Zito che tira in porta una bordata forte ma centrale. Para Dell’Oglio in due tempi! –

Finì il primo tempo senza reti.

a reschjia

a reschjia

Nell’intervallo, poiché le squadre, in assenza di spogliatoi, rimanevano ai margini del campo, ci sfogammo contro gli avversari, proprio sotto di noi, per intronarli e demoralizzarli.

─ Forza cotrari! Gridati forti! Tutti ccà, tutti ccà, ne’ fati u raggiúnanu! ─ (Forza ragazzi, gridate forte, non fateli ragionare! )

Ci spingeva Colombo, il barista della piazza: un personaggio!

Durante la settimana era il ritratto della fiacca, sempre con in bocca la sigaretta dalla cenere lunga.

Si narra che durante una siesta, seduto al tavolino del suo bar, per quell’ora deserto, un cliente l’avesse svegliato per un caffè:

─ Ma cávulu! Ti partisti ‘i Zirguni, passasti d’u Centrali, d’a Stazioni, d’u Modernu, d’u Novecentu.. e propria ccà ndavivi u chjovi po’ cafè?! ─ (Ma cavolo, ti sei partito da Zirgone, sei passato dal Centrale, dalla Stazione, dal Novecento, da don Mico…e proprio qui mi dovevi piovere per il caffè! )

A una turista che gli aveva chiesto la chiave del bagno, ricordandosi che mancava la carta igienica, gridò dietro:

− Solo urinare! Solo urinare!–

E quella serafica da dentro:

− Troppo tardi! Troppo tardi! –

A un altro che gli urlava che dentro la tazza del caffè c’era una mosca, rispondeva piccato:

─ E ca tu pe’ centu liri chi volivi? ‘Nu crapettu? ─ (E che tu per cento lire cosa pretendevi? Un capretto?)

Al campo si trasformava, diventava una belva, dovevano tenerlo che non entrasse in campo a fare sfracelli.

Comunque non avevamo bisogno di incitazioni chè da soli sembravamo le scimmie urlatrici di Salgari.

Immaginarsi cosa successe quando l’arbitro assegnò il rigore alla Palmese: Angelo “Póngiula” aveva respinto di pugno, a portiere battuto, un tiro degli avversari.

Chi pregava, chi si girava per non vedere, chi ancora imprecava: niente da fare, Mario da una parte e pallone dall’altra.

La rabbia, lo sgomento, l’incredulità e poi l’incitamento ai nostri che si riversavano nell’area avversaria in cerca del pareggio. Intanto scorrevano i minuti sull’orologio di Franco Cremona: meno otto, sette, sei… il silenzio era piombato sul campo, quando sentimmo Massimo urlare al fratello a pieni polmoni:

─ Léviti i menzu! ─ (Levati di mezzo!)

Calciò di collo pieno e la palla s’infilò nell’angolino alto.

Fu un grido che arrivò al cielo, un peana corale di gioia collettiva: ci si abbracciava tra sconosciuti, si saltava assieme.

Rocco sgambettava per aria e noi dovevamo anche tenerlo, lui e la macchina.

Poi finì e fummo tutti contenti per come si erano messe le cose.

Già quasi imbruniva e riprendemmo la via del ritorno.

Rocco appariva preoccupato ora: certamente da tutta quella pubblicità qualcuno lo avrebbe detto a suo padre. La sua tristezza divenne la nostra e fu col cuore in gola che lo riconsegnammo a sua madre.

Il giorno dopo l’amico, tutto pimpante ci rasserenò: suo padre, almeno per questa volta, l’aveva presa a ridere e se l’era cavata con una ramanzina e un innocuo scappellotto.

Dopo qualche giorno sia Rocco che Toto ripresero a tormentarmi chè volevano vedere mio zio Peppe, il matto cieco.

Questo mio zio, fratello del papà di mia madre, viveva in soffitta, due piani sopra di me. Vi si accedeva per una ripida scaletta in legno, sporca e bisunta, che partiva dal cucinotto interno del secondo piano.

Qui vivevano, da una parte zia Pierina di Nicotera, moglie di letto separato di zio Peppe, e dall’altra le sorelle Capitanio, Emilia e Nannina, napoletane di Pompei.

Zio Peppe era cieco e pazzo. Egli era stato ufficiale delle Poste, quando queste erano ubicate in un’ala dell’attuale Municipio.

Mentre rientrava a casa in un giorno di forte vento, si sgretolò il tetto del campanile della Chiesa Matrice e volò via in mille pezzi.

Uno di questi colpì lo zio Peppe alla testa, proprio là dove anni prima lo avevano bastonato alcuni caprai per questioni di pascolo abusivo.

Fatto sta che a zio Peppe, lentamente, venne meno la vista e l’intelletto.

Si ridusse a vivere in soffitta dove confondeva il giorno con la notte; scendeva di là a tutte le ore con una larga benda dinanzi agli occhi, guidandosi con un  bastone  e  affrontando  lunghi monologhi con Taitù, con Menelik, con Badoglio, il Re e Mussolini e quanti altri il suo cervello bacato gli suggeriva.

Zia Pierina, moglie ripudiata di letto già dai primi giorni di matrimonio, prima lo aveva abbandonato tornandosene a Nicotera dai suoi, poi era rientrata “per le due pensioni e per l’eredità” come commentavano maligne al braciere mia madre e le sorelle Capitanio.

Le due sorelle erano completamente diverse: Emilia alta, fine, delicata, naturalmente aristocratica, usciva di rado; Nannina,

al contrario, era robusta, sboccata, volgare. Entrambe però, dal cuore d’oro.

Io salivo alla soffitta da zio Peppe per portargli da mangiare su un vassoio, quando la zia Pierina ancora non c’era, poi ritornavo a riprendere l’usato.

Fu appunto in questo periodo d’assenza di zia Pierina che accettai di portare con me Rocco e Toto, col patto che mi venissero dietro in silenzio e senza far rumore.

Così,  quando fu l’ora, feci segno ai due ‘nguattati  (nascosti)

piazzetta, e salimmo tremebondi le due rampe fino al piano delle Capitanio. Io mi assicurai che la porta fosse chiusa e il cucinino vuoto e così attaccammo la scaletta di legno: io avanti col vassoio e loro dietro col cuore che batteva forte.

Eravamo a metà salita quando la porta si aprì violentemente e apparve zio Peppe sanguigno, con la benda sugli occhi, dando bastonate furenti sul mignano della scala e gridando rauco ed esaltato:

− Non riuscirete a uccidere Matteotti! Cani non ci riuscirete! Vi ammazzo tutti! –

I due dietro di me precipitarono dalla scala; uscirono le Capitanio con gli occhi spiritati; io che gridavo a mia volta:

─ Sugnu eu, ziu, sugnu Francúcciu, vi portavi u mangiari! – (Sono io, zio, sono Francuccio, vi ho portato da mangiare! )

Salì mio padre, incontrò i due terrorizzati a fondo scala, capì tutto e prese in mano la situazione.

Gli parlò con calma, pacato e conciliante:

─ Carmátivi, don Peppinu, sugnu eu, Gegnu: nuju vi voli mali, carmátivi! ─ (Calmatevi, don Peppino, sono io, Eugenio: nessuno vi vuole male, calmatevi! )

Così il pazzo rientrò, papà mi prese di mano il vassoio con un’occhiataccia e lo consegnò lui e così l’episodio finì con una delle sue filippiche a doppioni:

─ Mascalzone lordiliti, brigante malnato, farabutto zulù…! Ma no’ sai ch’è pacciu? Ca si t’ammazza mancu ti paga? ─ (Mascalzone, orditore di liti, brigante malnato, farabutto zulù… Ma non lo sai che è pazzo? Che se t’ammazza manco ti paga?)

Poi sentii lui, la mamma, le Capitanio che erano scese di furia a conciliabolo: si decise di scrivere a Nicotera e declinare ogni responsabilità. E fu così che zia Pierina rientrò a Roccella.

 

*   *   *   *

 

Noi ragazzini giocavamo in piazzetta e negli slarghi della Stazione, attorno alla Piccola (deposito merci), fin giù al Personale Viaggiante, alla Provvida, lo spaccio dei ferrovieri e da qui uscivamo nella piazzetta del Dormitorio.

Eravamo in guerra aperta coi due militi ferroviari che ci inseguivano perché noi spiombavamo i merci per recuperare il piombo che squagliavamo e gettavamo liquido nell’acqua dove solidificava assumendo le forme più strane.

Insieme a Rocco, a Rino, a Nello, a Franco Cremona e Toto Zito e il figlio del capostazione di turno andavamo anche a giocare nel giardino di Vici Di Bianco, all’interno dei vicoli del Misóstraco.

Vici abitava in una casa strana. Dalla strada si vedeva soltanto un alto muro di cinta con un doppio portone in lamiera.

Dentro però c’era un ampio giardino con palme, banani e un abete gigantesco con sotto una vasca con pesciolini.

Dietro la casa si apriva un altro spiazzo più grande con una stalla dove teneva un cavallo.

Naturalmente noi ambivamo, a memoria dei Seminole di Tex, ad imparare a cavalcare e tremebondi salivamo in groppa a turno. Quando toccò a me, fantasioso già da allora, non mi contentai di andare come gli altri, ma legai alle caviglie le redini per cavalcare a pelo come gli Indiani.

Il cavallo era per sua natura docile, ma io mi diedi a scalciarlo coi talloni per cui prese il trotto e si diresse aumentando la velocità, verso la stalla.

Era questa un ampio locale con due porte: una grande e una piccola di servizio. Il cavallo entrò dalla grande e voleva uscire dalla piccola ed io mi accorsi con terrore che era bassa e lui, forse, ci sarebbe passato, ma non certamente io.

Mi guardai intorno in cerca di salvezza e vidi sopra di me dei trapezi appesi alle travi con panieri, stracci e altro. Mi attaccai a uno di essi, dimenticando che avevo scriteriatamente legato

le redini alle caviglie e mi trovai col cavallo che tirava e io appeso a gridare con forza.

Arrivò Vici e gli altri e fermarono il cavallo prima che mi squartasse.

Con Rocco, Rino e Franco Muscolo, il figlio del capostazione, non leggevamo soltanto di calcio, ma aspettavamo con ansia il “Corriere dei Piccoli”.

Già dopo qualche giorno dall’uscita del numero, tormentavamo il povero Lia con stressanti richieste dell’altro. Intanto guardavamo i fumetti: Ragar prima di tutto, poi l’Uomo Mascherato, Mandrake, Topolino e Paperino, Tex Willer, Fulmine, il Piccolo Sceriffo, Black Macigno e altri.

Del Corriere io ero Tamarindo, Franco il Capitan Cocoricò e Rino il piccolo Marchese e cercavamo di ripetere le gesta dei nostri eroi trasferendole dall’Africa Nera alla Piazzetta e al giardino di Vici Di Bianco.

Poi tornavamo a giocare in  Piazzetta.  Qui  sostavano gruppi di cavulognisi che aspettavano il Postale di Caulonia,fermo in attesa dei treni, invadendo così il nostro regno esclusivo e privato. Noi disprezzavamo i cavulognisi perché non sapevano nuotare, vestivano alla tamarra e parlavano c’u ‘ngusciu. Aspettavamo che qualche gruppo si sedesse sul bordo della fontana e li aggiravamo, quindi, dietro, immergevamo le braccia nell’acqua fino ai gomiti e iniziavamo insieme a scuoterla in silenzio, fino a provocare l’onda. Questa saliva senza rumore e inondava pantaloni e sederi dei malcapitati.

Scappavamo già prima nella stazione e attraverso la Sala d’Aspetto varcavamo, serrandola, una porticina ed eravamo nel portone di Franco a goderci, attraverso una finestra dai vetri polverosi, lo spettacolo di  quei tangheri che cercavano di asciugarsi l’un l’altro coi fazzoletti e si guardavano ebeti, attorno, cercando di capire cosa fosse successo.

Con Rocco fummo compagni di scuola fino alla quinta ginnasiale, ripetendo anche assieme la quarta.

Fu in quest’ultimo anno, d’estate, che mi scontrai con suo fratello Armando.

Avevo da poco comprato le attrezzature subacquee dietro la spinta emotiva del film-documentario Mondo Sommerso, che ci aveva mostrato, per la prima volta a colori, le bellezze di questo universo sconosciuto, anche perché a Siderno un commerciante di articoli sportivi aveva messo in mostra irresistibili i fucili, le maschere, respiratori e pinne.

Armando, più piccolo di me di tre anni, aveva raccolto attorno a sé una banda di mocciosi del suo stampo: erano dieci, dodici e qualche volta anche di più. Li avevo visti all’opera.

Tutta la banda stazionava, crogiolandosi sulla sabbia calda, finchè non vedevano qualche bagnante isolato, allora tutti assieme, al grido di guerra:

─ Testa i vacca,                     ─ Testa di vacca,

adduvi pigghja spacca;          dove prende spacca;

testa i vajetra;                         testa di vitello,

adduvi pigghja ‘mpetra! ─     dove prende solidifica! ─

si gettavano in acqua, circondavano il malcapitato e giù calate a mani e piedi. La calata consisteva nell’afferrarlo per le spalle e spingerlo sott’acqua prima con le mani e poi ancora più giù con i piedi. Appena la vittima tornava a galla, gli davano il tempo di respirare una sola volta e giù di nuovo.

Il supplizio durava finchè Armando non dava il segnale di fermo, alzando il braccio. Il bagnante, mezzo affogato, con gli occhi rossi, tossendo e risputando l’acqua che aveva bevuto,

riguadagnava a fatica la spiaggia.

Loro tornavano sulla sabbia in agguato, aspettando un’altra preda.

Li avevo visti all’opera e mi ero proposto di stare attento, tanto con le pinne li avrei distanziati in un attimo, ma in caso mi avessero attaccato, decisi come comportarmi.

Orbene, Chitichirri padre, il pescatore santantonaru, aveva calato le rizzille tra S. Antonio e Zirgone.

Erano queste delle reti che venivano messe in acqua e dovevano rimanere verticali sul fondo, trattenute in basso da piombi e sollevate in alto da sugheri. I pesci non s’avvedevano dell’insidia e così rimanevano impigliati.

Il giorno dopo, con comodo, il pescatore con la barca ritirava le reti e, quasi senza fatica, sganciava i pesci che erano rimasti impigliati.

I subacquei visitavamo le rizzille dall’alto cercando i pesci, ben visibili con la maschera. Se c’era qualche preda degna, scendevamo cauti e attenti a non lasciare tracce rovinando la rete e ci appropriavamo illecitamente del lavoro altrui. Ma allora di questo non ci rendevamo conto.

Mentre ero tutto intento a scrutare il fondo, non mi accorsi della banda di Armando e mi trovai circondato. Ormai non potevo più attuare il piano di fuga A e quindi mantenni la calma e mi affidai al piano B. Quando quelli dietro di me mi calarono con forza giù, non riemersi nel cerchio come loro si aspettavano, ma raggiunsi il fondo, guardai in alto con la ma schera e individuai Armando, gli emersi alle spalle e me lo portai giù.

Ora ero nel mio regno. Sott’acqua ero capace di resistere anche tre minuti senza respirare; tiratolo giù, lo abbrancai fermo tra le gambe e gli detti un bel colpo sul naso, che subito schiattò a sangue: Armando, lo sapevamo tutti, era detto “U Cacasangu” proprio perché aveva i capillari deboli nel naso.

Lo riportai su che sembrava un tricheco ferito. Quando aprì la gargia per respirare, bramoso di ossigeno, gli spruzzai una generosa palmata d’acqua di mare, giù nel profondo e mentre lui scatarrava, tossiva e cercava di tenersi il naso, ne afferrai un altro e andammo sotto. Quando riemersi, non vidi che gambe scalciare terrorizzate verso riva. Da quel giorno la banda di Armando si sciolse e io dopo qualche giorno mi ebbi un rabbioso:

− Assassino! Sanguinario! – da parte di mio padre cui il meccanico era andato a fare le sue rimostranze.

Dopo qualche mese don Giulio Arteritano trasferì tutta la famiglia a Bologna dove aveva trovato un posto di lavoro.

E fu così che non seppi più niente di Rocco, il dolce amico d’infanzia e di prima giovinezza, tifoso della Juventus ed esperto di calcio.

Panorama di Roccella Jonica

Panorama di Roccella Jonica

Brik – I Ragazzi di Piazza Stazione

Fu nel 1949, quando, alla fine di febbraio, fratima (mio fratello) Valerio trovò il coniglio. Così io, lui, Franco Cremona, Toto Zito, Testerrè e Micu U Pajazzu decidemmo di allevarlo.

Insieme a Franco e Toto andavo alla Media, Valerio era ancora alle Elementari e gli altri due andavano all’Avviamento Agrario.

Fu Micu Alfarone U Pajazzu d’a Tarantina d’i Timpi (aveva più nomignoli lui d’un titolato spagnolo) a indicarci la locata dove allevarlo. Micu lavorava come ragazzo di fatica con don Niccodemi Macrì. Questi vendeva a domicilio i sacchi di carbone per uso domestico. Ed era appunto U Pajazzu ad effettuare le consegne, quindi conosceva ogni scantinato, ogni cantuccio, ogni nascondiglio della sub-Roccella.

Mico ci portò in un orto ormai inselvatichito tra il palazzo Rossetti e la ferrovia. Vi si accedeva attraverso una scaletta interrotta da un mignano dissestato. Lo spazio era abbastanza grande ma coperto da enormi cespugli di ricino, eleganti candelabri di cucuzzeji spinusi(carciofini selvatici spinosi)e macchie di euforbie. Davanti chiudeva il muro della ferrovia.

Nel giardino si alzavano i resti di un antico casale ormai collassato su se stesso e invaso dalle erbacce. Alla distanza di circa un metro e mezzo dal muro, resisteva una parete ancora alta e sbrecciata.

Bene, utilizzando i fori lasciati in questa parete dagli antichi muratori, piazzammo un tetto di canne e spichi(gettoni) d’aloe, chiudemmo il dietro con una mezza armacera(muri a secco) di pietre e canne e sul davanti incastrammo una vecchia finestra sgangherata che fungeva da porta.

Questa  fu  l’abitazione  di Brik (diminutivo di Briccone) e noi

fondammo la Società dei Sei Bricconi, con tanto di nomi segreti, giuramento, quaderno per le firme, penna e calamaio debitamente nascosti in un anfratto del muro, chiuso da un calendario.

Brik era un tesoro di coniglio, nero lucido con le “calzine” davanti bianche, gli occhietti espressivi di un arancione brillante, di carattere dolce, allegro e compagnone.

Noi lo andavamo a trovare nel primo pomeriggio, dopo la scuola; Franco Cremona, che abitava di fronte, anche più spesso, e Micu U Pajazzu non mancava di fare una sortita quando le sue consegne lo portavano in zona.

Brik, manco a dirlo, ci aspettava ansioso e noi gli portavamo da mangiare foglie di lattuga, carote, ciuffi di finocchio, frutta di stagione e altre leccornie e quindi lo liberavamo nell’orto.

Lui, pazzo di libertà e di gioia, correva a nascondersi nei cespugli, poi sbucava all’improvviso, si esibiva in tre o quattro capriole e ci si fermava dinanzi con le zampine per aria. Noi gli grattavamo la pancia, cosa che gli dava enorme piacere e “rideva” felice con le orecchie e il musetto d’un rosa pastello.

Quando gli portavamo da mangiare non è che glielo davamo subito: c’era un rituale da rispettare. Ci mettevamo in fila davanti a lui come soldati davanti al sergente istruttore, tenendo in mano le nostre offerte e Brik ci passava e ripassava in rivista tenendoci sulla corda, finchè sceglieva dalle mani di uno di noi il primo boccone, il più gradito. Questo il Briccone non lo mangiava come tutti gli altri conigli, a muso a terra, ma seduto come gli scoiattoli, tenendo il cibo tra i “guanti” delle zampine anteriori ed emettendo prolungati uggiolii di gradimento.

Dopo aver giocato a nascondino con noi, dopo aver coscenziosamente esplorato ogni cespuglio, ogni anfratto del “suo” cortile, tornava ubbidiente alla baracca al noto fischio, come il più bravo dei barboncini.

Orbene, dall’altra parte del muro, dentro la proprietà della ferrovia don Ciccio Raschellà, manovale della stazione,

aveva recintato una lunga striscia di terreno e la serviva come  u previti all’artaru (il prete all’altare) e si sa, la terra, se accarezzata da mani

esperte e oliata da sudori diuturni e abbondanti comu i Canali i Ciurrìa(Fontana a due becchi nella parte alta di Roccella), risponde con generosità.

Qui don Ciccio aveva piantato alberi da frutta per tutte le stagioni e nell’orto produceva ogni ben di Dio: pomodori, melanzane, cetrioli, peperoni, piselli, jovanella a nastro e a metro e d’inverno cavoli, lattughe, verze e cavolfiori, il tutto innaffiato con l’acqua della ferrovia.

Però don Ciccio questo se lo poteva permettere in quanto per anni, con perizia e abnegazione, aveva coltivato rose e fiori, potato alberi e siepi tanto da far vincere più volte a Roccella l’ambito titolo provinciale di Stazione Più Bella.

Vanto e orgoglio di tutto il personale era l’enorme albero di ficus benjamina sapientemente potato a cupola pizzuta e del quale mi parlò, con mia soddisfazione, un controllore sulla linea Napoli-Cassino.

Ora il Raschellà vedeva con crescente preoccupazione la presenza di noi ragazzi di là del muro del suo orto, nel quale già fiorivano il nespolo, il mandarino e la pergola, certamente di ottimo zibibbo ai quali dedicava ogni sua ora libera, i riposi e tutti i suoi pensieri.

─ Guagliuncè! A barracchella ccà non poti stari!(Ragazzi! La barrachella qua non può stare! )

Ci apostrofò dapprima bonario, poi sempre più insistente.

Ogni giorno diventava più ostile e scostante:

─ Quantu voti vi l’haju a dìciri? A barracchella l’aviti a sgombrari!(Quante volte ve lo debbo dire: la barracchella dovete sgomberarla )

E andò a lamentarsi col maestro Rossetti, proprietario del terreno, ma questi, amico e collega di mio  padre,  non  gli  dette ascolto.

E noi a rassicurarlo sinceri e a giurargli che non avremmo toccata una sola foglia del suo orto…   Che se li contasse pure i suoi frutti, ad uno ad uno. Niente.

Arrivò infine a minacciarci che avrebbe avvelenato il coniglio.

Dopo qualche giorno, all’uscita dalla scuola, facemmo una capatina da Brik, come di consuetudine, e trovammo la barracchella violata: una enorme fatta umana, puzzolente e ingiuriosa, insozzava l’entrata del nostro sacrario così gelosamente custodito.

Allora decidemmo che era ora di sloggiare e bisognava trovare una nuova locata per Brik.

Per intanto mettemmo tutti l’indice teso della mano destra sotto il palmo incazzato della sinistra e recitammo insieme la terribile formula di vendetta dei Calabresi offesi:

Ccá sutta non chjovi,                         Qua sotto non ci piove,

e si chjovi non s’abbagna!                 e anche se piove, non si bagna!

Ora ci eravamo impegnati a morte.

Lasciammo perdere la Società Segreta e ponemmo il problema agli amici della Piazzetta.

Qui viveva un’umanità variegata e pittoresca: molte famiglie di ceto medio impiegatizio, specialmente ferrovieri, e numerosi i pescatori.

Arrivati, trovammo diversi crocchi accampati come al solito agli angoli e sulle panchine. Avvicinammo Angelino Capitanio, Mariu U Súrici e Renato Muscatello, seduti pigramente sull’orlo della vasca. Gli altri capirono dalle nostre facce che c’era qualcosa di importante e si avvicinarono man mano; dal bar, con tanto di gelato arrivarono Peppi ‘i Cenzu e Mimmu U Landaru, dall’edicola caracollando con il loro passo tipico da pescatori Ceciu U Tarí e Toto ‘i  Tobia  e  a  un  fischio di Testerrè si aggregarono anche i Sìrtore, gli Arteritano e Nicolino ‘i Maraciciglia.

L'antica Corte dei Tobia Lombardo

L’antica Corte dei Tobia Lombardo

Antica corte del forno di Saronno

L’antica corte del forno Sarroino, oggi dimezzata, e l’arco delle fascine

Prospettammo a tanta assemblea il nostro problema, speranzosi che, tra tanti, ne venisse la soluzione.

Fu Toto ‘i Tobia a proporcela: la legnaia del forno dei Sarroìno, su al vico Fumata, di fronte a casa sua. Ci andammo in massa.

Questo vicolo è traversa cieca di via Nanni e termina con una casa rossa a un piano, proprio alle pendici del Castello.

In fondo, ai lati della casetta rossa, due muri paralleli, alti e sbrecciati, nascondevano altrettanti cortili: a destra c’era l’abitazione dei Lombardo Tobia, a sinistra c’era il forno Sarroino. Due portoni speculari, arcati in mattoni, ne regolavano gli ingressi: uno dava sul cortile dei Tobia e l’altro sulla corte del forno. In fondo a questo, due bassi “gaffi” chiusi fungevano da legnaia, uno per i tronchetti e uno per le fascine. Ecco, qui sotto i gaffi potevamo tenere il coniglio. Certamente Gigi e Giuseppe, i gestori del forno non ci avrebbero negato il favore.

E fu così che Brik venne ad abitare in vico Fumata e fu adottato dalla chiassosa comunità di Piazza Stazione.

Manco a dirlo, Brik esplorò minuziosamente ogni angolo del suo nuovo regno, fece conoscenza di tutti i ragazzi che a frotte lo venivano a trovare, li incantò e ne fu incantato.

Il forno panificava di notte e al mattino i fratelli andavano a riposare, dando il cambio alle due sorelle che vendevano fino a mezzogiorno, poi portavano le rimanenze a casa.

Nel pomeriggio restava chiuso.

La mattina Brik ebbe quindi modo di conoscere la clientela adulta del forno, specialmente le mamme e le ragazze che non andavano a scuola ed erano mandate al forno per il pane.

Dopo pranzo, quindi, noi avevamo agio di giocare con Brik che naturalmente non era mai solo.

Un pomeriggio, s’era ormai sul finire dell’estate, nell’arrivare al forno insieme a Toto Zito, Testerrè, Franco Cremona e Valerio, sentimmo un coro di risate scroscianti e compiaciute. Ci affrettammo.

C’erano dentro il cortile Angelino Capitanio, Renato Muscatello e i due Tobia che si scompisciavano dalle risate, mentre Mariu U Súrici, con un paniere di fichidindia a lato, li scorciava (puliva) con un coltello ricurvo e li dava a Brik: c’era già di lato un notevole montarozzo di scorze. Il Briccone sembrava gradirli molto, scodinzolava e faceva il buffone per averne di più, ma Franco domandò a muso duro:

─ Ma quanti si nda mangiau? ─ (Ma quanti ne hai mangiati?)

─ Ottu! ─ (otto) Rispose Angelino, già cessando di ridere e cominciando a intuire la gran cazzata che avevano combinato.

Ora la comitiva era diventata d’un tratto seria e silenziosa perchè per noi ragazzi il limite massimo era di sei fichidindia, dopodichè si rischiava l’occlusione intestinale, e allora erano spaventi, dolori e… virgole di fuso. Immaginarsi per un coniglio…

Franco lo prese in braccio e gli tastò lungamente l’addome e tutti quanti, per empatia, ripetemmo l’operazione, poi lo liberammo e Brik si dette a correre e a sciorinare il meglio del suo repertorio.

Restammo lì fino a sera e ce ne andammo tranquillizzati: Brik scoppiava di salute.

Il giorno dopo, di mattina, stava ancora benone per cui andammo a mare.

A mezzogiorno venne a trovarci Peppi ‘i Cenzu ansante e trasecolato:

─ Fujiti, Brik no’ staci bonu! ─ (Correte! Brik non sta bene!)

Brik era piegato su un fianco ed appariva sofferente: l’addome era duro come una màzzara, il pelo arruffato ed emetteva sordi uggiolii.

Intanto erano arrivati molti altri e i pareri si accavallavano discordi, come spesso succede. Brik era ‘mbujato, (ostruito)  su

questo non c’erano dubbi, ma quale era il rimedio? La virgola di fuso? Questo sistema, che avevamo sperimentato un po’ tutti, consisteva nel bucare attraverso l’ano, appunto con l’asta di un fuso, la massa di semi dura e compatta che ostruiva il basso intestino e ne impediva, dolorosamente, il naturale svuotamento. Ma questo rimedio, per noi miracoloso, era adatto per un coniglio?

Fu a questo punto che Testerrè, Angelino e Renato Muscatello si offrirono di andare al Borgo per chiedere consiglio al professore Timpano, loro insegnante di agraria.

Così partì l’ambasceria, presto rinforzata da Maraciciglia e Peppi ‘i Cenzu.

Appena ebbero iniziata la salita dopo le Barracche, furono avvistati e intercettati da quelli del Borgo e subito affrontati da ‘Ntoni U Longu, i terribili fratelli Michetto, Totu ‘i Lariantoni, Pinu U Turnisi, Vittorio Nanni e altri sei o sette nerboruti burghisani. Quando però seppero il motivo della sortita e li videro ansiosi e preoccupati, furono essi stessi a guidarli:

─ Ma a chist’ura staci dormendu ─ (ma a quest’ora sta dormendo) Osservò u Lariantoni

─ Si staci dormendu si rivigghja ─ (Se sta dormendo si sveglia) Chiuse perentorio ‘Ntoni U Longu.

Batterono ripetutamente al battaglio del portone e assumò (fece capolino) la moglie al balcone. Effettivamente il professore stava dormendo, ma vista l’insistenza, il cipiglio e la forza dei richiedenti, il Timpano fu svegliato e apparve al balcone in maglia di lana e mutandoni lunghi.

Sentito il problema, così l’oracolo parlò:

─ Gugghjiti ‘nu litru d’acqua e fátinci ‘nu cristeri ─ (bollite un litro d’acqua e fategli un clistere)

Chiaro, sintetico e professionale.

Avuta la soluzione, i nostri tornarono a fujuni a rivelarcela.

Subito Rocco, Toto Zito e Valerio si munirono di sacchi e ceste e andarono a legna (non volemmo utilizzare quella dei

Sarroino per non creare un nuovo, inutile fronte di guerra). Contemporaneamente i Tobia salirono su per la scala esterna e portarono l’ampolla del clistere che ogni famiglia possedeva. Intanto io, Peppi i Cenzu e Mariu U Súrici preparavamo una fornacetta con mattoni smessi trovati in un angolo; Mario e Nicolino lavavano la vecchia casseruola nella quale beveva Brik; Angelino e Micu U Pajazzu preparavano un gancio di ferro su a un ramo del fico per appendere l’ampolla.

Tornarono quelli della legna e accendemmo il fuoco, lo alimentammo generosamente con i ritagli della falegnameria Cianflone e facemmo bollire l’acqua. Quindi poggiammo dei sacchi su una pietra da troppito (frantoio) rovesciata che fungeva da tavolo, portammo il coniglio e lo adagiammo delicatamente di fianco. Così io e Franco lo tenevamo, Toto Tobia, il più alto, riempì l’ampolla e la sistemò al gancio e Angelino si assunse il compito di introdurre la cannula: tutti gli altri ansiosi attorno.

E fu così che sciocchi e sconsiderati, ammazzammo il miglior coniglio del mondo.

Non appena la cannula penetrò nell’ano e dentro arrivò il getto d’acqua bollente, Brik ebbe un terribile sussulto, raddrizzò le gambe e restò immobile mentre un filo di vapore gli usciva dal naso e dalla bocca.

Restammo muti, increduli, impietriti.

─ Ma iju non dissi…ca ‘ndavemu…ma rifriddamu…! ─ (Ma…lui non ci ha detto…che dovevamo…raffreddarla…!)

Balbettava Angelino, ancora con la cannula in mano, e nessuno osò rimproverarlo.

─ Ca mancu i Cavulognisi… ─ (Ma neanche quelli di Caulonia! )Borbottai io, più per me che per gli altri. Tutti ci sentivamo complici idioti e ognuno di noi stava macerandosi dentro per non averci pensato. Imbambolati e silenziosi ci guardavamo in faccia senza vederci e carezzavamo il coniglio come trasognati chè la mente rifiutava di focalizzare l’ineluttabilità di quanto era successo. Eravamo intontiti, disperati, ebeti quando arrivarono i Sarroino per aprire il forno, videro l’accaduto e Gigi, tra il sornione e lo sfottente azzardò:

─ E mo ‘ndaviti u nci fati u funerali! ─ (Ed ora dovete fargli il funerale! )

Questa frase ci tolse immediatamente dal torpore e ci dette lo stimolo ad agire. Certo! Bisognava preparare il funerale, un accompagno degno di Brik: tutta la Piazza e il Misóstraco dovevano piangerlo insieme a noi.

Mandammo a chiamare Agostino Punturi, lì a due passi sulla svolta della via Nanni: lui era il regista delle recite teatrali, capace di inventarsi qualsiasi cosa e realizzarla con niente.

Partirono a razzo Valerio e Rino Sirtore e subito tornarono con Agostino e il fratello Virginio. Confusamente, accavallandoci, ora debitamente eccitati, gli chiedemmo di aiutarci a preparare l’accompagno. Agostino immediatamente cominciò ad esplorare con gli occhi acuti i due cortili, per vedere quali fossero le risorse utilizzabili e subito cominciò a dare disposizioni a raffica.

Mentre lui, Rocco e Ceciu U Tarì preparavano una barella con rete da pescatori e le stanghe di una sedia a sdraio sgangherata, mandò Renato e Toto Zito a chiamare Giorgio Tirone.

Era questi il figlio del maestro della banda e abitava a Zaddeo, di fronte al Mercato Coperto: ci serviva un “prete” e Giorgio faceva il previtocciolo in chiesa durante le funzioni e quindi aveva la veste. Comandò poi a me, ad Angelino, a Cecio e a Toto ‘i Tobia di prendere la scala a pioli e scendere giù all’orto del parroco Cappellieri e tagliare due rami di palma sporgenti sul vicolo:

─ Portativi ‘na serra e v’iti nommu vi sdarrupati e attenti ‘e vitri! ─ (portatevi un seghetto e attenti ai vetri e a non cadere malamente)

Raccomandò. Spedì quindi U Pajazzu, Angelino e Testerrè a setacciare le Timpe e le pendici del Castello alla ricerca di fiori e verdura, mentre impose  a Mariu U Súrici di provvedere per almeno tre canne o dei manici di scopa. Intanto Valerio e Virginio avevano scovata in un angolo un’ombrella sdogata e stavano ricavando la stoffa nera, la tagliavano a strisce e le distribuivano, da legare al braccio in segno di lutto, come facevano i grandi. Agostino spedì quindi Virginio a casa a prendere il crocifisso d’ottone dal letto della zia.

Partimmo decisi e concentrati. Noi delle palme appoggiammo la scala al muro dell’orto: io Cecio e Angelino la tenevamo ferma e Toto piano piano con la sega, senza far rumore, tagliò due belle foglie arcuate.

Rientrammo e intanto arrivavano gli altri.

Agostino prese il Crocifisso e lo fissò saldamente a una verga di scotulaturi ( scuotitore d’olive) spuntata, utilizzando del nastro isolante nero, quindi si guardò attorno e la consegnò a Valerio.

Intanto si ebbe le canne da Mario e ne unì tre a formare una “A” e su questa intelaiatura fissò con del fil di ferro le foglie di palma, ottenendo così una bellissima corona. Peppi ‘i Cenzu e Mimmu U Landaru si offrirono di portarla. Era arrivato anche Giorgio che aveva indossato la veste e aggiunto anche un rosario in mano.

Tornarono quelli dei fiori, più secchi che freschi, ma inverditi da foglie di acanto e ne fecero due grossi mazzi armonici.

 

Alle sei tutto era a posto e partimmo rispettando posti, distanze e ruoli, tutti agli ordini di Agostino.

In testa avanzavano, seri e compunti, i portatori della corona,

seguiva a quattro passi di distanza Valerio con la croce e quindi Giorgio con la veste da previtocciolo, il rosario tra le mani e lo sguardo basso.

La barella, ornata da foglie di acanto, era portata da Franco Cremona,  da  me,  da  Toto  Zito  e da Micu U Pajazzu; ai lati ,

Angelino da una parte e Testerrè dall’altra, reggevano i mazzi di fiori.

Subito dietro il feretro, abbracciati, con le fasce nere al braccio, avanzavano Rino, Agostino, i due Tobia, Cecio u Tarì, Renato Muscatello, Mario U Súrici e Rocco Arteritano. Dietro tutti, gli altri.

Partimmo e puntammo verso il Misóstraco, non volendo offendere Brik con vie traverse.

La morte di Brik aveva fatto il giro delle case. Troppo era stato il movimento preparatorio e tanti gli uomini impegnati, c’era quindi aspettativa e curiosità.

Sulla via Nanni ci aspettava, col rosario in mano, la zia di Agostino e la nutrita tribù ‘i Nibuli d’i scarpi e i Catello; al balcone la Maraciciglia stava appendendo una sottana allo stendino e rimase di sasso, con due mollette tra i denti, girando la testa lentamente come un girasole. Svoltammo sul Misóstraco e lo vedemmo pieno di gente da entrambi i lati: il fotografo Saverino ci aspettava appoggiato allo stipite del suo studio. Gelai dentro di me. Lui così sarcastico e pungente, come si sarebbe comportato? Ci lasciò passare senza batter ciglio. Ora c’era il gruppo più numeroso: i Murdocca, i Marando─Landari, i Lombardo d’Affronzo, i Romeo del Ristorante e i Croce d’Armandu u Guardia avevano fatto gruppo. Appena passammo notai Giulio U Landaru, sempre incazzato e scostante, che si levava il cappello da ferroviere. Proprio all’angolo del Corso, Emma Loiero stava  parlando  c’a  Riggitana per mano la piccola Vanna, crespa come la regina Taitù e con gli occhi sgranati: stava ancora decidendo se ridere o piangere, ma quando vide le donne che, al passaggio della croce istintivamente si segnavano, sbottò in un pianto dirotto che si tirò dietro altre lacrime. Noi maschietti inghiottimmo le nostre e attraversammo.

A casa mia, sui balconi, si erano riunite tutte le maistre di  ricamo  di  mamma:   sul  primo  Olga  Croce d‘a Catazza,

Pina ‘a Scórfina e Lidia ‘a Trácina; alla finestra Renata Surace, Rafela e Rosa d’i Timpi.

Vicino alla vasca, con i cappelli in mano, si erano schierati Bruno, Federico, Totonno e Luigi Cascetta, i quattro facchini della Stazione.

Arrivò Mimmo Cùzzola ad avvisarci che non c’erano treni in arrivo, così attraversammo i binari, salimmo sul tavolato delle ferrujine, (Ferrujine: resti bruciati del carbon fossile usato dalle locomotive) calammo in spiaggia lungo un sentierucolo tracciato dai bagnanti e qui posammo la barella e ci fermammo.

Noi portatori e tutti i “dolenti” risalimmo il sentiero e ci mettemmo in fila, così come facevano i grandi sul ponte di Zirgone e gli altri ci passarono ad uno ad uno davanti, ci abbracciarono e ci dettero le condoglianze: c’erano anche Totu ‘i Lariantoni e Vittorio Nanni in rappresentanza dei burghisani. Poi i più se ne andarono e restammo soltanto gli intimi.

Riguadagnata la spiaggia, ci demmo a scegliere un posto riconoscibile per la tomba e optammo per la punta di un promontorio formato dal cascare difforme delle ferrujine.

Così, mentre alcuni scavavano la fossa nella sabbia cedevole, altri andavano in cerca di pietre piatte per lastricare la base.

E fu così che Brik, baciato dagli ultimi raggi d’un tramonto infuocato, fu deposto sul suo fondo di pietre ben messe. Ricoperta la tomba, circondammo ancora con pietre la base della cupoletta di sabbia avanzata;  infiggemmo  quindi  profondamente le canne della corona in testa alla tomba, deponemmo delicatamente ai lati i due mazzi di fiori e rientrammo con un senso di vuoto, di spossatezza e di amputazione psicologica.

Il giorno dopo, all’uscita della scuola appena iniziata, manco a dirlo, ci trovammo tutti attorno alla fossa. Il desiderio di rivedere Brik ancora una volta divenne struggente e insostenibile, così ci accovacciammo attorno al montarozzo e cominciammo a scavare come  ossessi.  D’un tratto lo trovammo, anzi lo sentimmo sotto le mani e provammo un senso indicibile di ripugnanza e ribrezzo: Cecio e Valerio si rovesciarono l’anima sotto le ferrujine, noi corremmo a lavarci le mani a mare e a stricarcele lungamente con la sabbia bagnata. Quella cosa che avevamo toccata non era il nostro vivo e morbido coniglio, ma una massa dura, fredda, ispida e bagnata.

Ricoprimmo a prescia e furia la fossa e corremmo verso la Piazzetta.

*   *   *   *

─ Ccà ssutta non chjovi! ─

─ E si chjovi non s’abbagna ─ (Qua sotto non ci piove, e anche se piove, non si bagna)

Mi rispose Franco Cremona con gli occhi feroci. Trovammo Mico, Testerrè e Valerio. Toto Zito era andato a Portigliola da certi suoi zii e ci sarebbe rimasto fino alla vendemmia, così ci informò suo fratello Aurelio. Ma anche in cinque, bastavamo.

Il giorno dopo Testerrè domandò al professore Timpano cosa doveva fare per disseccare ‘nu ruvettaru (un cespuglio di rovi) che si stava allargando nel suo giardino.

Ancora una volta l’oracolo parlò calmo e conciso:

─ Vai j’o Subbìci e accáttiti cincu litri d’estrattu i varichina, nciu menti nte pedali e ripeti fina a chi non sicca ─ (Vai dal Subbici e compra cinque litri di estratto di varechina, glielo versi nel pedale e ripeti l’operazione fino a che non si secca ).

 

Ccà sutta non chjovi, e si chjovi, non s’abbagna!

Ccà sutta non chjovi, e si chjovi, non s’abbagna!

Lucio Macrì e Agostino Punturi

Lucio Macrì e Agostino Punturi

U Subbici aveva il negozio quasi sulla Piazzetta, subito dopo il Ristorante Flora. Da lui compravamo la pece greca per fare le fiammate, come quelle dei diavoli nella Cantata dei Pastori. Così acquistammo due boccioni di varechina e li nascondemmo sotto l’ombrello del ricino, nell’antica tana del Palazzo Rossetti.

Il don Ciccio arrivava al suo orto in bicicletta, seguendo il sentierucolo a lato dei binari, venendo dalla stazione. Giunto all’orto, l’appoggiava alla siepe vicino al cancelletto e si attardava a zappettare, potare, innaffiare e raccogliere i prodotti in un borsone di paglia che legava al portabagagli dietro il sellino, poi reinforcava placidamente la bicicletta e rientrava.

Aspettammo furtivi che abbuiasse ancora un poco,  scavalcammo il muro e cominciammo a versare la varechina ai piedi degli alberi e delle piante, poi cancellammo con una scopa di frasche ogni traccia del misfatto e rientrammo.

Franco Cremona ci invitò a casa sua a sorseggiare il vermut della solidarietà.

Già il giorno dopo le piantine si erano ammosciate, quindi anche gli alberi cominciarono a ingiallire.

Don Ciccio si affannava contro le erbacce e triplicava gli innaffi.

A una settimana ripetemmo l’operazione e dopo due di inutili tentativi, l’orto fu abbandonato e invaso dalle erbacce.

─ Ma sarà stato davvero lui l’artefice della fatta? ─

Mi domandavo dubbioso, quando vedevo il don Ciccio seduto ozioso al sole, con la pipa, davanti a casa sua alle palazzine della Dogana.

─ Ma certo. Chi altri sennò ?─ Mi rispondevo da me.

Un bell’esempio di processo indiziario.

Dopo  qualche  settimana  dalla  morte  di  Brik,  sulla Piazzetta, Totonno il facchino napoletano, cominciò a cantarne le lodi all’uso d’i cingiulini d’a Geiusa (come le prefiche di Gioiosa)

─ E ti ricordi quandu ti portavi ‘na carota chi m’a cacciavi d’a vucca e tu ‘ngratu volisti a lattuca i Pepp’i Cenzu? ─ (E ti ricordi quando ti portai una carota che mi tolsi dalla bocca e tu, ingrato, preferisti la lattuga di Peppi ‘i  Cenzu? )

E continuava cu’ ‘ngusci cavulognisi (lamenti tipici nella parlata di Caulonia)

e intercalava col suo pezzo forte: i gattuzzeji picciricchji (gattini piccoli).

E noi prima a sorridere e poi a ridere di gusto.

Allora attaccava Mariu U Súrici a fargli il contrappunto. Ma il diapason si ebbe quando Angelino apparve con una coperta in testa e si mise a fare a vecchja d’a rota (Le rote erano rappresentazioni carnevalesche all’aperto):

 

Fígghju, dilizia di la casa miiia

Figlio, delizia della casa mia,

Dinci alla nanna tua comu ti seeenti.

dicci alla nonna tua come ti senti.

Disgrazia chi ‘mbattiu nta panza miiia:

Disgrazia si abbattè alla pancia mia:

curriti tutti, vicini e pareeenti.

correte tutti, vicini e parenti

E noi tutti  a sganasciarci dalle risate, e man mano arrivava altra gente e la Piazzetta si riempiva di popolo fino a diventare una Rota vera.

Noi ci caricavamo e caricavamo loro in un crescendo senza fine…

Enzo ‘a Sagoma e Angelino Capitanio nella parte dei giahanti

Enzo ‘a Sagoma e Angelino Capitanio nella parte dei giahanti

Il Misóstraco e via Tenente Carella 60 anni dopo

Il Misóstraco e via Tenente Carella 60 anni dopo

N’omu famosu pe’ la sapientìa

            Un uomo famoso per la sua sapientìa

‘nd’issi u gugghjimu l’acqua fortementi.

              Ci disse di bollire l’acqua fortemente

Lu cunígghju a cul’all’aria mi stacìa:

Il coniglio a culo all’aria mi stava,

la canna ncia zziccavi prestamenti.

                                                               e io la cannula gli ficcai prestamente

Ripartiva Angelino.

N’appena nci arrivau chija gugghjia,   

 Ma appena gli arrivò quella bollia

u stantinu si spaccau subitamenti,          

 l’intestino si spaccò subitamente

‘on fici ‘ntempu mancu mu ngurrìa

non fece in tempo neanche mu ngurrìa

ca stendicchjau e non moviu cchju nenti.

che s’indurì e non mosse più niente.

Mo tu sapienti i st’attra testa mia,

Or tu saggio di questa seconda testa mia

on’avivi u m’avvisi previggenti?

non dovevi avvisarmi previggente?

Ca prima l’acqua m’affriddu ‘ndavia

Che prima l’acqua raffreddare dovevo

e doppu mu ncia zziccu lentamenti.

e dopo iniettarla lentamente.

E intanto Totonno continuava irresistibile coi suoi gnau gnau dei gattuzzeji quando giocano con la pallina e specialmente quando cercano di acchiappare la farfalla, e così facendo creava scompiglio e si gettava addosso ad Angelino che, sotto la coperta, rischiava di cadere e rompersi i denti. E Maraciciglia faceva il barboncino incazzato che zittiva i gattareji e Testerrè squittiva i suoi fischi a rumbuluni.

E riprendeva Mario:

Fusti cazzuni, e mo chi voi di mia?

Fosti cretino, e ora che vuoi da me

‘nta testa ‘ndai cerzuji certamenti!

in testa non hai che paglia certamente!

C’o sannu tutti, puru a Sumerìa

Lo sanno tutti, anche la Somarìa

Ca non si joca cu l’acqua gugghjenti.

Che non si gioca con l’acqua bollente

Noi a tenerci la pancia, barcollanti e rischiando l’apnea.

Questo per un paio di settimane. Poi i ragazzi di Piazza Stazione passarono ad altro.

I ragazzi di piazza stazione – Storie di mare

copertina i ragazzi di piazza stazione

copertina i ragazzi di piazza stazione

PREFAZIONE

Era prevedibile. Il grande amore di Francuccio per la sua terra, per gli amici, per la famiglia e un innato desiderio di raccontare, sono stati ancora una volta lo stimolo per scrivere questo secondo libro di racconti paesani che, con emozione e qualche venatura di tristezza, ci richiamano ad un passato che il tempo inesorabile, irrimediabilmente, getterebbe nel dimenticatoio. I racconti di Francuccio, infatti, sono storie vere, storie di personaggi che vissero negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale: gli anni della povertà, delle privazioni, del vivere con fiducia l’attesa di un futuro migliore, della ricostruzione, dei primi albori della nuova tecnologia, del benessere. Storie di vite vissute che nulla hanno di eroico o di particolare se non la tipicità dei personaggi che proprio per loro caratteristica o per la singolarità di quanto loro accaduto, rappresentano uno spaccato di vita paesana mediante il quale il lettore coglie un “modus vivendi”, sopito nella memoria di un anziano, completamente sconosciuto al giovane di oggi. Storie che, nonostante la loro semplicità, il loro marcato sapore di un vivere quotidiano tipico del tempo in cui sono ambientate, nel richiamare alla memoria fatti, sentimenti, emozioni che il tempo ha solo nascosto e non cancellato, invitano ad una profonda e seria riflessione: stiamo perdendo la nostra identità? Probabilmente no. Stiamo solo correndo e, oggi, “chi si ferma è perduto”. Siamo sempre quelli di un tempo che, con fermezza e volontà, stiamo dietro un incalzante progresso che in pochissimo tempo ha stravolto le nostre abitudini e la fisionomia stessa del nostro paese. Quello che è stato, forse per un’intima frustrazione, non riusciamo a trasmetterlo ai nostri figli i quali devono sapersi inserire nel tempo in cui vivono a pena di rimanere esclusi.

Ma la vita va guardata in faccia, con serenità, quella che è stata e quella che è.

La conoscenza del passato prossimo, reso praticamente remoto dalla stravolgente rapidità degli eventi, resta, tuttavia, la condizione indispensabile per conoscere e interpretare il nostro presente.

I racconti di Francuccio, che in questo secondo volume si presentano in un’ambientazione più corale rispetto al primo, con la piazza, lo slargo, il muretto da sfondo, ci ricordano un passato a noi vicino in cui preminente era la condizione di povertà della gran parte delle famiglie intimamente legate da una “humanitas” intrisa di “pietas” che oggi difficilmente si riscontra, sostituita da un chiaro ed evidente individualismo personale e famigliare dovuto certamente alla mancanza di quel contatto, quasi fisico, quando tutto si svolgeva nella “ruga”, nei quartieri, nei bar, nelle “cronghe” dei giovani, nei crocchi degli anziani, al chiuso delle molte bettole del paese, alla fontana.

Quel sorriso bonario e, a volte divertito o ironico, che emergeva in quasi tutti i racconti del primo volume, presente ancora in buona parte in questo secondo lavoro, sovente lascia il posto ad una coinvolgente e pensosa riflessione su episodi che il Fato ineluttabilmente ha reso tragici e che inevitabilmente sarebbero stati dimenticati se l’ottima penna di Francuccio non l’avesse impressi sulla carta per essere consegnati ”ai Roccellesi che verranno”. E così, inevitabilmente coinvolti, proviamo noi l’ansia, il freddo e la paura di Ceciu u Tarì, siamo noi a calare “giù sempre più giù” nella Fossa di Pracariti, siamo noi a “tirare, tirare” l’odiato “prudisi”,  scalzi, affamati, vuoti, infreddoliti e bagnati insieme a Micu Mangiacasu e Damiano Valastro, a scuoterci dentro per la fine di Rinaldo “Flora” improvvisa e inaspettata come “na sperzata i libici” e a quella incredibile, se non fosse vera, di “Cola d’u Colau”. Ad un giovane di oggi che ha fatto del consumismo la sua bandiera e che va dietro alle mode mutevoli ed alle “firme”, apparirebbe inverosimile che una ventina di persone, disperate, siano tornate in spiaggia di notte, con le lanterne, a cercare una scarpa, una misera scarpa rossa. Chiaro, dunque, l’intento dell’autore: quello del palesare realisticamente la condizione di povertà in cui si viveva nel primissimo dopoguerra quando andare scalzi era la regola, non l’eccezione. Sarebbe, dunque, un errore leggere questi nuovi racconti di Francuccio con superficialità, seguendo il fatto e il personaggio, perché ogni racconto, ogni sequenza non è messa a caso, ma si muove su uno sfondo che rimanda a riflettere sul fatto che si tratta di frammenti di vita veramente vissuta in cui, le emozioni e i sentimenti che si nascondono sotto le parole, racchiudono un preciso messaggio: l’uomo è figlio del suo tempo se mantiene viva la memoria del suo passato.

In un mondo che vive sull’avere, sulle discoteche, sui telefonini, le macchine, la televisione e l’apparire a tutti i costi, che cosa può giovare una raccolta, quasi anacronistica, di storie, viste e vissute, episodi spariti e vicende quasi dimenticate?

A chi possono interessare queste storie di paese dalle quali emergono i nostri giochi da adolescenti, i nostri scherzi paesani, i nostri timori, le nostre paure, le nostre speranze, i nostri sogni?

“Ai Roccellesi che verranno” appunto, per non dimenticare.

In questo libro, infatti, si trova l’essenza, l’anima del nostro essere paesani che è importante conoscere per non perdere la nostra identità, non diventare una comunità senza volto e impedire che la povertà o la miseria economica dei tempi passati diventi oggi povertà intellettuale, miseria di idee, di progetti, di prospettive.

Gli avvenimenti sono scritti con un linguaggio efficace e molto semplice, al punto da sembrare, in alcuni tratti, anche scorretto, ma sembrerebbe che un’eccessiva correzione potesse solo compromettere la genuinità del racconto e, con essa, anche il senso.

Come spiega Francuccio già nei primi “Racconti”, anche questo secondo libro è stato pensato in dialetto roccellese. La “traduzione” in italiano è stata una mal sopportata necessità. Dove è stato possibile è rimasta la sintassi del dialetto, le sue cadenze, le sue semplicità e le sue sovrabbondanze, una lingua senza congiuntivi e senza futuri.

Anche nel presente volume il dialetto permane immutato e godibile nei dialoghi diretti, sferzante e immediato come “na ‘rigata i ventu”.

Pino Alvaro

 

 

Roccella Jonica - stazione ferroviaria con vaporiera -anni '40

Roccella Jonica – stazione ferroviaria con vaporiera -anni ’40

Via Roma - Ristorante Flora

Via Roma – Ristorante Flora

 

FUNDADOR

Ebbi una lunga supplenza a Cerasara di Caulonia: molti chilometri sopra Ursini, zona senza luce né acqua corrente; una pista pietrosa e l’attraversamento di due fiumare a guado.

Conobbi lì due maestri di Bagnara che mi invitarono a pernottare con loro, contribuendo alle spese. Lasciai mia madre non proprio sola in quanto, maistra di ricamo, era sempre contornata da uno stuolo di ragazze di tutte le età che la accudivano e la riverivano: molte in casa da diversi anni. Così andai a Cerasara. Il sabato e la domenica tornavo a casa: anche i due amici, quando non rientravano a Bagnara, scendevano con me a Roccella. Ero con loro quel sabato quando mia madre rivelò di avere un “coccio” brutto al seno: per un misto di timore e pudore non lo aveva rivelato prima. Osvaldo, più grande di noi, ex maresciallo dei Carabinieri, mi consigliò di lasciar perdere la scuola e di ricoverarla subito in ospedale.

Al sentir parlare di ospedale mia madre si mise a piangere, a invocare:

− No, in ospedale no!… −

Voleva Angelo Barillaro, nostro cugino, medico a Locri. Gli telefonò. Arrivò a precipizio, visitò e diagnosticò una “mastite tremenda”. Andammo con lui a Melito dove conosceva il Primario, suo compagno di scuola. Si fecero gli accertamenti e si accorsero che sotto la mastite c’era una massa grossa quanto un limone. Operarono d’urgenza e fu necessaria la completa demolizione del seno e l’asportazione di noduli alle ascelle e all’utero. − L’operazione è riuscita perfettamente…. Ma non c’è da avere troppe speranze − Questa fu la diagnosi chiara e definitiva dei medici. Così tornammo a casa in attesa dell’inevitabile fine.

Fu in questo intervallo che ritrovai Rosetta sul famoso treno delle sette per Stilo, dove insegnava. Tra le due nacque subito un feeling immediato e inossidabile. Quando si rese necessario il secondo, definitivo ricovero, io mi spostai a Locri, in casa di Rosetta, più vicina a Melito da dove ci alternammo giorno e notte fino all’epilogo. Intanto avevo vinto il concorso ed ero titolare.

Quell’otto maggio, prima di perdere definitivamente conoscenza, fortunatamente senza dolori, mamma ci volle vicini e ci chiese di sposarci a  Pompei, all’altare maggiore. Poi si spense piano piano, impercettibilmente, mentre gli altoparlanti dell’ospedale facevano sentire la supplica.

Espletate le pratiche e le doverosità relative al lutto, affidammo la casa di Roccella ai muratori di Enzo Sciàbola e cominciammo da Locri a programmare il matrimonio.

Qui cominciai a prendere nuove amicizie, ad uscire e colloquiare con altri giovani. Passeggiavamo con un mio ex compagno di scuola delle Magistrali Nino Candido di Grotteria, sottile disquisitore e sanguigno assertore d’idee; Orlando, alto e simpatico, comunista ed esperto nella linea di partito; un trentaquattrenne avvocato di Messina, pelato e occhialuto, e altri. Mi accorsi subito che l’ambiente di Locri, rispetto a Roccella, era in pieno medioevo riguardo i rapporti con le ragazze. Non avevano avuto un trenino, loro, che aiutasse e favorisse la conoscenza e la stima reciproca: i ragazzi alle ragazze davano del “lei”; al passeggio del dopo messa i gruppi erano nettamente separati. Poi, una cosa che mi fece enorme impressione, perduravano ancora i metodi di corteggiamento scomparsi a Roccella da almeno quindici anni: interminabili passa e ripassa sotto le finestre della ragazza, per mesi, per anni…. Sguardi rubati in chiesa e nei casuali incontri che venivano lungamente analizzati, interpretati, vagheggiati.

Il nostro amico avvocato viveva uno di questi amori astratti, fatto di passeggiate, sguardi e sogni: in quattro anni di corteggiamento aveva parlato alla sua bella soltanto una volta: Dante e Beatrice. I giovanotti, poi, sera di domenica, volevano tutti a Roccella o a Bovalino, secondo gli interessi, dove il passeggio promiscuo permetteva contatti ravvicinati con le compagne di scuola o con altre avvicinabili con la complicità di queste. Le ragazze di Locri erano disperate: guatavano con odio i preparativi delle macchine in partenza e commentavano acide: − Eccu, fujinu tutti j’e puttagnoli d’a Rucceja! –(Ecco, vanno tutti dalle puttagnole di Roccella! ).

Un altro segno di arretratezza era il perdurare delle classi sociali. Noi al Club non facemmo mai discriminazione di classe tra studenti, lavoratori, pescatori, figli di ricchi o di poveri: eravamo tutti giovani, liberi, amanti della buona musica, desiderosi di divertirci e realizzarci. C’era certamente una scala di valori che determinava le simpatie e le maggiori frequentazioni all’interno della grande famiglia del Club, ma queste erano dovute alle capacità dell’individuo di porsi e di essere: ognuno era accettato, appunto, per quello  che era dentro, non per altre qualità esterne. A Locri, piena preistoria: i ricchi coi ricchi; i laureati con i laureati; i figli dei “nobili” (quelle quattro famiglie  di  magistrati,  avvocati e medici)  sempre tra  loro.   Noi che credevamo Locri una città rispetto a Roccella e Grotteria, commentavamo allibiti.

Cominciavo intanto a conoscere la famiglia di Rosetta: la madre, rimasta vedova di guerra a ventiquattro anni e mai risposata per amore della sua unica figlia; la nonna cieca e il nonno novantenne, ex guappo in America.

− ‘Erimu ‘na vota a’ curza d’i cavalli − mi raccontava compiaciuto arricciandosi i baffi − quando si ‘mbicinau  unu d’a Chjana: volia u si para i drittu cu mmia.−

− Tu i chi schjattimi si’? − Mi domandau.

− Eu cacciavi a pistola e ncia ‘zziccavi nta vucca: tè, guarda i chi schjattimi sugnu! –

(Eravamo una volta alle corse dei cavalli in America… quando si avvicinò uno della Piana (di Rosarno): voleva apparire dritto nei miei confronti –

− Tu di che razza sei? –

−  Io tirai fuori la pistola e gliela piazzai in bocca: ecco di che razza sono!)

A Locri godeva di massimo rispetto, anche se in Italia non volle più far parte della ‘Ndrina.

focu e petri gugghjenti nc’appara:

avrà fuoco e pietre bollenti.

eu lu ‘ntisi e lu dirò

io ho sentito e lo dirò

e peni di ‘mpernu non patirò.

e pene d’inferno non patirò

Adesso era vecchia e malandata, ma mi dicevano che veniva gente numerosa da lei per consigli e per i mali più svariati e anche per aggiustarsi le slogature delle ossa: mai pretese soldi o regali, anzi era proverbiale la sua carità, specialmente nei tempi miserevoli della guerra e della fame.

Così curava gli orzaioli e altri disturbi della vista:

Santa Lucia di lu mari jia e venia.

Santa Lucia dal mare veniva.

Nci ‘mbattiu Nostru Signuri:

Là incontrò Nostro Signore:

–  Chi ndai a ciàngiri Lucia? –

– Che hai da piangere Lucia? –

– Ndaju nu mali d’occhji

– Ho un mal d’occhi

Chi non viju li petri di la via! –

– Che non mi fa vedere le pietre per via!-

– Pìgghja i st’acqua e stricatilli tutti

– Prendi di quest’acqua e frizionali tutti

Ca s’è rina vaji a marina,

Chè s’è rena va alla marina,

e s’è mali vaji a mari –

e se è altro male và al mare –

Poi consigliava di mettere in un bicchiere, mezzo d’acqua, alcuni chicchi di caffè non tostato e di lasciare il tutto per una notte al sirino, cioè alla rugiada.

Ricordo  formula  e cura perché me la ebbi io: feci come prescritto e guarii.

Scrivemmo al Santuario di Pompei per la prenotazione e ci fu fissato il matrimonio per il tre di luglio: cominciammo i preparativi.

Correva l’anno fatidico 1968. Pensammo ai vestiti: il mio, naturalmente scuro, e il suo, da sposa. Io avevo a Roccella il mio bravo e simpatico mastro David Loiero,  presso  il  quale  ritiravo le stoffe e  poi  mi  cuciva  il  vestito  completo con due paia di pantaloni, per diecimila lire; ero anche amico e collega della figlia Vanna con la quale avevamo fatto comitiva sul traballante bus di Giovannone su a Ursini, Stignano, Camini a seconda delle supplenze….

− Il vestito tuo te lo regalo io! −

Fu perentoria la mia futura moglie.

− Lo faremo da mastro Larciano, bravissimo; da lui va tutta la Locri bene: vuole trentamila lire… −

Armeggiarono tra i cataloghi e poi scelsero. Il Mastro mi prese accuratamente le misure, si appuntò la data di matrimonio e di consegna: ci avrebbe avvisati lui per la prova.

Per il vestito di Rosetta partimmo per Roma dove lei aveva due zie sarte. Arrivammo da zia Ninì, quella più vicina.

− La boutique più famosa di Roma è Gina Cavallaro, pensate, ha ben tre vetrine di esposizione sotto i portici del centro. –

Aspettammo che tornasse dal lavoro zio Gino, il più piccolo dei fratelli di mia suocera, gran ballerino di liscio e sudamericano, in gioventù; pranzammo e ad ora comoda arrivammo in Centro. Il negozio troneggiava ampio e pretenzioso sotto i portici della piazza. Conoscemmo la Gina Cavallaro bassa, tonda e napoletana: sembrava Bice Valori nella parte della Direttrice nel Giamburrasca della Pavone. Ci portò su, al piano di sopra dove c’erano i laboratori: un piano intero, fervente attività, con uno stuolo di sartine impegnate nel diverso stadio di lavorazione di molti abiti, tutti rigorosamente bianchi.

Prendemmo appuntamento per l’indomani: avremmo dovuto passar parola anche all’altra zia, Emma, sorella della suocera, abitante a casa di Cristo, giù oltre la Portuense, alla borgata del Trullo. Telefonammo e quindi zia Ninì tornò a casa e noi prendemmo per il Trullo: un’ora o giù di lì di varie corse in autobus. Il giorno dopo ci portò all’appuntamento il figlio Enzo, giovane ascensorista, conoscitore di Roma meglio di un tassista, gran mangiatore di stocco, buono, disponibile e compagnone.

Lasciammo le donne al laboratorio e noi fummo liberi fino a mezzogiorno: non era lecito agli uomini superare questo limite. All’una furono pronte.

In macchina capimmo qualcosa dalla concitazione dei commenti: avevano sfilato le ragazze coi vari costumi ed era stato scelto una specie di peplo greco al quale si sarebbe dovuto  aggiungere  un mantello:  l’abito  sarebbe  stato pronto fra due giorni, quello nuovo, naturalmente, non quello della sfilata.

Intercorse in questi due giorni un lungo fraseggio di telefonate tra Rosetta e la Cavallaro. All’ora convenuta, circa le due del pomeriggio, andammo a ritirarlo: lo portarono giù già incartato e confezionato.

− Ma come? − azzardammo noi, maschietti inascoltati − ma neanche l’avete controllato? − No, no, ndi dissi ca porta mali… −

Fummo al Trullo. Non resistette Pandora al tranello del vaso e volevate che resistessero le nostre donne? Apriti cielo: nel pacco si mostrò agli astanti, orrido come la mummia di Tutankamen, l’ingiallito, consunto vecchiume del vestito da sfilata. Mangiò qualcuno quel giorno? Pianti, disperazione, svariati propositi: il vestito era già stato profumatamente pagato.

Prevalse l’iniziativa di rivolgersi a un loro cugino carabiniere.

Si telefonò, si spiegò, si implorò e così in un assolato pomeriggio, ci ritrovammo furiosi ed esagitati, almeno dieci forsennati calabresi dinanzi al portone della Cavallaro.

Lei si era barricata dentro e non voleva aprire; noi a picchiare insieme alla porta, a gridare, a minacciare. Uscirono persone sui vari piani del palazzo; noi a gran voce, confusamente, a denunciare il misfatto. Infine aprì, forse avendo intravisto il carabiniere; fece la vittima, si fece venire il collasso, poi le lacrime: era rimasta senza lavoranti…. Che volete da me.. ho fatto quello che potevo!… Entrammo tutti e naturalmente non sentimmo ragioni. Si arrivò al compromesso: due giorni di tempo e avrebbe fatto l’abito, non quello però, un altro da scegliere. Lasciammo le donne e andammo per Roma. A sera tardi le riprendemmo: l’abito sarebbe stato pronto fra due giorni ma… niente peplo.

Dopo due giorni, manco a dirlo, eravamo là tutta la banda, maggiorata da  altri  elementi: la sorella di Enzo, la fidanzata, la padrona di casa….una forza. Enzo tornò al lavoro, le donne entrarono nel laboratorio ad assistere alla ultima messa a punto e io e il Pirillo, il carabiniere, facemmo anticamera in una vasta sala contornata interamente da armadi a muro di legno.

Curiosammo dentro e li vedemmo pieni di abiti da sposa, molti già finiti. Riapparve in me l’antico Cland mai sopito? Lo guardai con complicità, presi tra i pollici il corpetto di uno degli abiti e lo interrogai con lo sguardo: tra calabresi offesi non c’è divisa che tenga. Al cenno affermativo, tranciai con forza: la trina cedette in un lungo strappo. Per quasi un’ora ci alternammo: uno faceva da guardia e l’altro strappava, sempre dalla parte interna, sempre in zona irreparabile. Quando ritornarono le donne col pacco ne avremmo rovinati venti. Non dicemmo nulla, rientrammo alle nostre case e a sera io e Rosetta, col sudato vestito, partimmo per Locri.

Venne con noi anche zia Emma, sarta di fino. Il perché lo capii dopo: Rosetta aveva detto peplo? E peplo doveva essere: bisognava trovare la stoffa uguale e tra mia suocera e la zia il miracolo si sarebbe compiuto. Arrivammo a Locri il 29 giugno, giorno di San Pietro e Paolo. Partimmo alla ventura con la 500 e una cinta del vestito per pronta: a Catanzaro, a Crotone, a Bari, in Grecia, in Russia, dovevamo trovare quella stoffa a tutti i costi: o stoffa o morte. Non fu necessario andare tanto lontano: la trovammo a Soverato. Rientrammo e per due giorni le macchine Singer ebbero il loro da fare. Andammo dal Larciano: la giacca era pronta, la misurai e vestiva a pennello; per i pantaloni dovevamo ripassare il giorno prima della partenza. − Senza misurarli? − Azzardai io, ricevendomi di rimando un’occhiata irosa e un’altra sprezzante.

Così giorno 2 luglio, vigilia del gran passo, di prima mattina, insieme a tutti i parenti di Roccella miei e quelli di Locri, acquisiti, partimmo in treno. Per il viaggio di nozze saremmo andati in 500, con la tenda. Rosetta che, essendo figlia unica e a Locri per di più, aveva avuto un’infanzia e una giovinezza di restrizioni, si era ammarvizzata ai miei racconti di campeggi e avventure e quindi saremmo andati fuori due mesi: Italia, Svizzera, Francia. I miei amici Tullio, Gianfranco, Enzo Sciàbola e Muià il fotografo, mi avrebbero portato la macchina con la tenda e tutto il necessario per la lunga tournee.

Arrivammo a Pompei e ci attestammo al Rosario: c’erano già Testerrè e Valerio arrivati da Torino: Valerio con la moglie Giovanna, già incinta. Il giorno dopo, verso le dieci − il matrimonio era previsto per le undici − iniziai la vestizione: doccia, intimo, calze, camicia nuova, pantaloni. Vado a indossarli e quasi mi ci perdo dentro: le misure erano quelle di Giuliano Ferrara e per un maggior tocco di classe, mancavano addirittura le asole sul davanti. Telefono all’altra camera, arrivano le sarte con aghi e filo; apprezzamenti al Larciano da fargli frusciare le orecchie. Mentre le zie e mia suocera mi cucivano addosso i pantaloni, Valerio correva per Pompei a trovarmi la cinghia. Me la portò trafelato, il meglio che aveva potuto trovare nell’ambascia e nella prescia (fretta) del momento: una cinghia di foca, blu, con costoni in tubolare bianco. Dopo la vestizione sembravo uno di quegli americani di Brocculino: mi mancava soltanto il sigaro e la catena d’oro. Era ormai tardi, corsi a rottadicollo al santuario e mi sistemai in attesa del corteo che doveva arrivare dall’albergo, lì, visibile a quattro passi. Aspettavo e non vedevo arrivare nessuno: Testerrè e Gianfranco a consolarmi e calmarmi: d’altronde era la prima volta che mi sposavo. Arrivò concitato Enzo, l’ascensorista:

− Ahò! Franco, bisogna che te dai ‘na mossa: Rosetta è già in chiesa! −

Corsi, tenendomi i miei pantaloni, sorpassai la sposa che incedeva lenta al suono dell’organo, e mi presentai all’appuntamento sudato, col mio ridicolo mazzo di mughetti.

Il corteo, a causa di un senso unico, aveva dovuto  effettuare un lungo giro e mi era arrivato, non visto, alle spalle. E così finì la cerimonia, facemmo le foto di rito, pagammo alle casse per tutto quello che avevamo avuto: il tutto tariffato e deciso per offerta spontanea. Ci fu naturalmente il pranzo e l’Agenzia se la cavò ottimamente e poi gli invitati ci salutarono e corsero ai vari treni. Finalmente potei togliermi le palandrane e mettermi in pantaloncini e zoccoli di legno. Rimanemmo al Rosario ancora una settimana e ce la godemmo tutta: avevamo la macchina, quindi Castellammare, Sorrento, il Faito… Poi partimmo per Roma.

Nel giardino del Rosario c’era un’enorme aiuola a forma d’Italia. Con la retromarcia portai via la Sicilia spingendola, idealmente, addosso alla Turchia: in un sol colpo avevo realizzato appieno i sogni separatisti di Finocchiaro Aprile e la riconquista normanna dell’isola che era stata riassegnata al Saladino.

A Roma portai la macchina in revisione alla Fiat, diretta allora da mio zio Gino ing. Muscolo. Ricordo ancora i lazzi e le risate dei capi-officina quando palesai l’intento di andare a Parigi. E ancora non avevano visto il carico: anche nel vano motore, dove possibile, c’erano boccacci di sottaceti da smistare ai parenti che avevamo intenzione di visitare. Soggiornammo a Livorno, sul Lungomare: una mareggiata mai vista. Gli spruzzi sbattevano sui vetri della finestra dell’albergo. Fummo a Novi Ligure, a Torino da Testerrè (Valerio era in Calabria), a Milano da Carlo Gonzales e zia Elda e quindi, attraverso il Piccolo San Bernardo, fummo in Svizzera, sul lago di Losanna. Finalmente piazzammo la tenda e Rosetta potè iniziarsi alla prima esperienza di campeggio. Uscimmo sul Lungolago: eravamo pieni di soldi, quelli delle buste, che tenevamo stretti nei giubbotti gemelli di velluto verde a coste che avevamo ritirati da Vestro: sul petto, due taschini con tettuccio a bottone, erano un nascondiglio sicuro.

Era domenica e i negozi erano chiusi: a una bancarella chiedemmo della cioccolata ma la svizzera, quando vide i soldi italiani, ce la strappò di mano. Incontrammo  un  italiano,  grasso  e  trasandato.  Ci riconobbe  alle  voci e ci chiese se avevamo bisogno di qualcosa. Io gli dissi confidenzialmente che avevamo bisogno di cambiare lire in franchi.

− Pochi o assai? − Volle sapere il compaesano. − Abbastanza − Risposi io.

Pensò un attimo e poi ci invitò a seguirlo: c’era un suo amico, un italiano, che doveva rientrare in Italia. Camminammo assieme e quello ci invitava a seguirlo in una specie di scantinato: era già alla scala ripida, fredda e buia. A questo punto Rosetta mi prese, tremante il braccio:

− No, no! Non abbiamo bisogno di nulla! −

E cominciò a correre. Io la seguii e quello dietro gridando. Ci seguì per un bel pezzo, poi non avemmo difficoltà a distanziarlo e perderlo, anziano e pesante qual era. Corremmo ancora, svoltammo strade e stradelle, superammo un interminabile sottopasso e uscimmo all’aria. Qui vedemmo l’insegna di un nuovo paese: La Tour de Peilz. Ci eravamo perduti. Comunque vedemmo un taxi fermo su una piazzetta, gli demmo l’indirizzo del campeggio e ci riportò.

Fu qui che conoscemmo i coniugi Germano e Rita Lusuardi di Modena ma da anni in Svizzera, lui dirigente della Nestlè. Essendo senza figli, la sera uscivano a sedersi al bar del camping nella speranza di incontrare italiani. Eravamo morti di freddo.

Di luglio ci eravamo equipaggiati con vestiti estivi, invece, lì in Svizzera, la sera si gelava, anzi la mattina c’era addirittura il nevischio sull’erbetta del campo.

Ci portarono a casa loro e bevemmo una bottiglia di vino bianco Cotè Du Rhone. In cambio poi saranno nostri ospiti a Roccella per un mese.

Comprammo delle tute ma non bastavano:  Rosetta  la notte batteva i denti per quanta roba potesse mettersi addosso.

Decidemmo di rinunciare a Parigi: avevamo bisogno di sole, di vita, di mare e così detti addio a tutta la programmazione culturale che avevo ideata, attaccammo il lungo-Rodano e in un giorno arrivammo a Marsiglia. Girammo un po’ per la città e fummo al porto. Consultai la carta e vidi una stradella che ci avrebbe portato sull’autostrada per la Spagna. La trovai e la imboccammo. I kilometri si susseguivano e io non vedevo traccia del raccordo né, stranamente, incontrai altre macchine né in un senso né nell’altro. La stradella era recintata ai due lati da pali e ferro spinato: ovunque cartelli di divieto. Oltre la recinzione campi sterminati, vuoti con casolari abbandonati, ruderi e mucchi di pietrame. A un certo punto, da uno di quei casolari abbandonati, vedemmo alzarsi  un elicottero militare,   ci  venne  quasi  addosso, ci girò attorno per qualche kilometro e poi se ne andò. Dopo quaranta kilometri era finita la stradella e imboccammo finalmente l’autostrada costiera del Sud. Avevamo attraversato da poco per lungo, tutta la zona militare interdetta dove la Francia costruisce le sue atomiche.

E fummo in Spagna: attraversavamo la provincia di Tarragona, ricca di mandorli e cominciò a occhieggiarci un cartello: Camping con Piscina, dapprima ogni dieci kilometri, poi più frequentemente in un martellamento subliminale irresistibile.

Decidemmo di pernottare lì. Prendemmo un bungalow per non disfare i bagagli, ci mettemmo in costume e ci dirigemmo alla piscina; non trovandola, chiedemmo. Ci indicarono una normale gebbia d’acqua con un inserviente che annaffiava con una pompa i pochi turisti che vi si erano raccolti al centro. Il giorno dopo continuammo fino a Barcellona; visitammo la Sacrada e poi le fabbriche di Lladrò e giù, sempre più a sud, fino a Valencia. Rivivo ancora l’emozione quando vidi su un cartello stradale l’indicazione: Sagunto. Chi ricorda qualcosa di storia romana, sa a cosa mi riferisco.

Ci accampammo al Camping “La Granjia” a Calella del Mar e decidemmo di fermarci qui: era il camping più grande che avessi mai visto, quasi cinquemila tende, su tutta una collina tagliata a terrazze. In prospettiva di una lunga permanenza, cercai scrupolosamente il posto vicino allo spaccio, all’acque e alle latrine, ma non troppo; sistemai bene il suolo, piantai bene i paletti e tesi allo spasimo tutte le cordine; scavai i canali di scolo attorno, abbastanza profondi a “V”, culminanti in una specie di pozzetto. Rosetta intanto gonfiava con la pompetta a pedale il materassino a due e sistemava la tenda per la notte; pian piano posizionammo tutti i bagagli e poi andammo al ristorante. Conoscemmo i gestori del Camping: i coniugi Isabella e Gonzalo Gutierrez e i loro numerosi figli disseminati chi al bar, chi allo spaccio, chi al campo: c’erano anche diversi lavoratori stagionali. Andammo al mare bello, ma niente a che vedere con Roccella. A sera uscimmo per il paese vivo e affollatissimo, ricco di negozi e ritrovi. Mangiammo in un ristorantino con patio interno e assistemmo al primo balletto di flamenco.

Qui vedemmo il manifesto di una fiesta in un paese interno vicino: c’era anche la corrida con il famoso torero El Cordobes.

Il giorno dopo andammo alla fiesta: bancarelle, colore, musica… Rosetta si perse dietro file e file di trinette e merletti; io mi incantai alle bancarelle con intagli in legno  di  balsa  e d’ulivo, specialmente i Don Chisciotte e i Sancio Panza a piedi, a cavallo, come porta libri, come fermacarte: guardavo estatico nella difficile scelta. Il padrone di una di quelle bancarelle, scambiando i miei dubbi per ignoranza, si mise ad illustrarmi i due personaggi. Io lo lasciai dire, poi mi raddrizzai e cominciai a recitare, così, a memoria.

“La fortuna va incamminando le nostre cose assai meglio di quanto potremmo desiderarlo, perché guarda lì, amico Sancio, che ci si mostrano trenta e più smisurati giganti, con i quali ho intenzione di azzuffarmi e di ucciderli tutti, così con le loro spoglie ci arricchiremo, chè questa è buona guerra ed è rendere un servizio a Dio togliere dalla terra una sì cattiva semenza.

− Non scappate, vili e codarde creature, che è un cavaliere solo che vi assale e quand’anche moviate più braccia del gigante Briarèo, assaggerete la forza del mio forte braccio! –“

L’ambulante mi guardava a bocca aperta, complice, stupito e completamente rapito. Alla fine mi abbracciò, mi sollevò di peso, quasi le lacrime agli occhi: avevo trovato “un uomo che si volta, che va zitto, tra gli uomini che non si voltano, col suo segreto” come canta Montale. Pagai quattro soldi le due statuine in balsa e mi regalò pure una madonnina stilizzata in legno d’ulivo.

Nel pomeriggio in Plaza de Toros. Tutti gridavano: − Burro! Burro! − alla volta del toro; noi gridavamo: − Burro! Burro! − Alla volta del torero.

Il grande El Cordobes, alla fine della carriera, batteva ormai piazze periferiche, coperto dalla gloria del nome. Tormentò quella povera bestia già ridotta allo stremo dai picadores e dai banderilleros e poi ci vollero tre stoccate per farla crollare e in più il colpo di grazia per farla morire. Ce ne andammo schifati e maledicenti contro Hamingway e quanti trovano grande una simile macelleria.

A sera uscimmo per Calella. Decidemmo di comprare una giacca di renna per me, contrattammo e infine la prendemmo.

Rosetta tirò fuori una banconota da centomila lire, da poco in circolazione. Sentimmo le due commesse consultarsi sul resto: avrebbero dovuto restituirci settantacinquemila pesetas, invece si impappinarono e ce ne restituirono settecentocinquantamila: un’enormità. Avrei dovuto restituirle, lo so, ma nel viaggio avevamo prese tante di quelle batoste che le tenemmo come un dovuto risarcimento della sorte. Intascammo il resto, prendemmo il pacco e via, veloci per vie  traverse, cambiando spesso, in mezzo alla folla.

Festeggiammo in un ristorante di lusso, poi Rosetta comprò un bell’anello  a  compenso di quello che il nostro compare di nozze non le aveva regalato.

Passammo il tempo tra il mare, gite e nostalgia di casa: spesso, la sera, ci appostavamo davanti alla porta del camping e guardavamo le macchine di passaggio:

− Guarda, Firenze! − Guarda, Catania! −

Quando finimmo le pesetas mal ricavate, andai all’Ufficio cambio con un’altra banconota da centomila: mi dette centomila pesetas, invece di diecimila. Tornai di corsa, sempre per vie traverse, alla tenda e raccontai la cosa a un’incredula Rosetta. Il giorno dopo, per colmo, lei rovistando nella valigia, trovò un milione che aveva nascosto e dimenticato: eravamo ricchi da nababbi ove si pensi che allora un appartamento nuovo di centocinquanta metri quadri costava sei milioni: noi ne avevamo tre. Feci un vaglia e lo mandai a mia suocera.

Nel pomeriggio in paese, improvviso, ci sorprese il fortunale: acqua mai vista, tuoni e fulmini da annorbare. In dieci minuti di quella pioggia torrenziale le strade divennero fiumi; vere cascate cadevano dai tetti, non più contenute dalle gronde. Tutti i passanti, a migliaia, cercammo scampo negli androni delle porte, quelli sotto i balconi ma in breve l’acqua superò i marciapiedi e ci fu addosso, poi scoppiarono i tombini. Eravamo fradici e il temporale non diminuiva: bagnati per bagnati, decidemmo di tornare alla macchina e correre al camping, alla tenda, alla nostra sola risorsa di soldi , vestiti, riparo.

− Ma ti ricordi adduvi a dassasti? − (Ma ti ricordi dove la lasciasti? )

− Certo, in via Estaban Gomez −

Come potevo dimenticarlo, anche in quella ambascia, il traditore di Magellano, quello che con la sua defezione con la nave vivandiera mise alla fame gli altri quattro equipaggi: non finì sulla forca per la morte dell’Ammiraglio e per la complicità di Del Cano.

E qui gli avevano intitolata anche una strada. A volte la storia è strana! Comunque a me, in quel momento, il Gomez fu molto utile perché ritrovai la macchina e vi entrammo, bagnati fino alle ossa, con l’acqua ai polpacci. Partii a razzo: la strada a senso unico era stretta e passando provocavo due ondate laterali come la scena dell’apertura del Mar Rosso nei 10 Comandamenti di Cecil De Mille. La gente riparata sotto i portoni ne era letteralmente coperta: vedevo nella nebbia della pioggia i loro pugni irosi: Taliano! Taliano! Ma io pensavo alla tenda.

Arrivammo al Camping, mi fermai vicino allo spaccio; avevo poca visibilità sia per il velo d’acqua, che per il vapore dei nostri respiri. Scendemmo e ci riparammo sotto il portico già affollato.

− Katastrophen! Katastrophen! −

Si urlava da più parti. Ebbi la visione di una parte del Camping: i muri a secco crollati, le tende sommerse, spezzate dal vento, gente che in quell’inferno scavava con le mani per cercare di recuperare qualcosa: soldi, passaporti, gioielli, macchine fotografiche… Intanto arrivavano altri: famiglie intere con bambini inzuppati, infreddoliti, piangenti… La pioggia diminuì d’intensità e noi decidemmo di andare alla tenda, dietro la costruzione nella quale eravamo. Chiedemmo di utilizzare la porta di dietro e la vedemmo: in quello sfacelo da girone dantesco una sola tenda era in piedi: la nostra canadese, la gloriosa Lauretta che sostituiva ora la militare primeva. Da entrambi i lati l’acqua aveva utilizzato le mie canalette, le aveva scavate di più ma senza sterrare i pioli. Ci avvicinammo e iniziammo l’opera di recupero: la valigia, il materassino, le coperte, i vestiti… Portammo tutto nella macchina; aiutammo anche i nostri vicini di tenda, anch’essi sposini di Dusserdorf.

Nessuna tenda a capannina aveva resistito alla violenza dell’acqua, soltanto le canadesi e tra queste soltanto quelle fissate a dovere. Entrammo nel bar, ci lavammo alla pompa, bevemmo due bicchieri di latte caldo e tornammo sul portico anteriore. Questo era diventato un accampamento di sfollati: chi aveva perso irrimediabilmente tutto sotto le frane dei muretti, si apprestava a trascorrervi la notte: di andare in albergo, nessuna speranza in alta stagione. Commentammo l’evento con dona Isabela, la proprietaria, d’aspetto più irlandese che spagnolo, con la quale Rosetta aveva preso amicizia. Poi se ne andò la corrente e fu tutto buio: chi aveva lampade a gas o pile, le tirò fuori. Ancora piovigginava, ma piano: il grosso era passato.

Spostai la macchina fuori dalle luci del bar e a turno, nell’angusto spazio ci cambiammo gli abiti zuppi e infangati. Rosetta li sciacquò alla pompa sul retro e li appendemmo tramite i tiranti elastici del portabagagli, tesi tra due alberi. Si ricominciava a vivere. A notte ci rincantucciammo nella macchina con addosso le coperte. Ancora piovigginava, lentamente e inesorabilmente. Eravamo così rattrappiti da un paio d’ore quando si avvicinò alla macchina Gonzalo Gutierrez, il marito di Isabela che, con aria da cospiratore ci invitò a seguirlo.  Lo facemmo dubbiosi e ci portò in un vasto magazzino con le pareti di legno e il tetto in lamiera: alzando la lanterna ci fece vedere l’interno.  C’era un letto matrimoniale in ferro e attorno alle pareti una fila di sacchi: non c’era pavimento e l’acqua era entrata bagnando la base dei  sacchi  pieni di zucchero, riso, patate… Ci invitò a passarvi la notte e se ne andò. Poi commentammo con Rosetta: quanto gli avrebbero pagato per quella sola notte le famiglie tedesche per avere quel riparo? E tra tutti, lo avevano offerto a noi, gratuitamente.

− Sai Fra’ − mi disse Rosetta − Isabela penza ca eu sugnu ‘ncinta, pecchì mi disgustano i fritturi… − (Sai Fra − mi disse Rosetta − Isabela pensa che io sia incinta, perché mi disgustano le fritture…)

E ridemmo dell’equivoco, compiaciuti. A notte piovve a intermittenza, anche forte: mi alzai per andare al bagno e mi trovai l’acqua alle caviglie.

Fece giorno: ci alzammo e uscimmo. Alla luce potemmo valutare appieno l’entità del disastro: non soltanto i muri a secco che reggevano le varie terrazze erano crollati, ma anche le rampe di accesso tra piano e piano. Chi era accampato su non aveva strada per accedervi e doveva arrampicarsi sulle frane di fango. Vedemmo pompieri e squadre di volontari all’opera. Ci demmo da fare anche noi. Ringraziammo dona Isabela e Gonzalo: parlai di ”gesto etierno”.

Andammo a mangiare fuori, in un localino vicino e Rosetta mi chiese se me la sentivo di rientrare. Me la sentivo, tanto non c’era altro da fare. Mentre Rosetta andava a salutare i Gutierrez, io portai la macchina da un meccanico per farla visionare in previsione della tirata che intendevo fare. Tornai al campeggio, regalai la tenda a uno dei figli, il fucile subacqueo a un altro, salutammo e ringraziammo ancora e via, verso l’Italia.

Partimmo verso le quattro del pomeriggio; guidai tutta la notte. Verso le due dopo mezzanotte, già in Francia, vidi la morte negli occhi. Stavo percorrendo una stradetta di collegamento tra un’autostrada e un’altra; davanti proveniva un camion. A un certo momento mi vedo sorpassare da un maggiolino della Wolkswagen.

− Non c’è lo spazio! −

Pensai terrorizzato: se avessero investito mi sarei trovato davanti, senza possibilità di scampo, il groviglio di lamiere. Mi vidi la macchina di traverso davanti, poi dette gas e passò per questioni di centimetri. Ci fermammo io e l’autista, veementi contro quel pirata che aveva messo a rischio le nostre vite. A giudicare dagli ‘iski’ e dagli ‘oski’ doveva essere russo o polacco. Rosetta si svegliò. La tranquillizzai senza dire niente e proseguimmo. Guidai tutta la notte e il giorno seguente con soltanto brevi fermate tecniche: al tramonto fummo ad Arma di Taggia.

Per festeggiare l’Italia stappammo una delle otto bottiglie di Fundador con le quali avevamo scambiato, alla frontiera le ultime pesetas.

Trovammo un alberguccio e all’alba ripartimmo: a notte inoltrata bussammo a Roma da zia Emma, al Trullo. Raccontammo le nostre vicende, passammo il giorno seguente a visitare e salutare i parenti, riposammo ancora una notte a Roma e quindi, all’alba, di nuovo sulla gloriosa 500 partimmo per la Calabria. Arrivammo a Locri nel tardo pomeriggio. Il tempo di darsi una sciacquata e Rosetta e mia suocera, a muso duro, con i famosi pantaloni sotto il braccio, andarono a trovare il Gustavo cavalier Larciano. Vi rimasero un’ora buona e credo che non sia stata tra le migliori vissute dal sarto in tutta la sua luminosa carriera.

Il giorno dopo, preavvisando per telefono Enzo Sciàbola, andammo a vedere i lavori alla casa di Roccella: avevano piastrellato e rifatto completamente bagno e cucina; sistemate le stanze secondo indicazioni, il tutto a regola d’arte. Facemmo i conti e gli offrimmo una bottiglia di Fundador per ringraziarlo. Mi disse che era il nostro, il suo ultimo lavoro in Italia: a fine mese sarebbe emigrato in Australia dove già c’erano i suoi: un altro pezzo di vita che svaniva.

Passammo i giorni seguenti tra falegnami e mobilieri e, quando tutto fu pronto, andammo ad abitare nella nostra casa di Roccella, alla stazione. Ci eravamo sposati a Pompei, poi eravamo scomparsi per due mesi: molti amici e parenti soltanto ora potevano venire a trovarci e quindi cominciarono le visite.

Ci provvedemmo di una idonea collezione di liquori, di una rinnovabile quantità di confetti e dolciumi e cominciammo la nostra vita autonoma di sposini. A Roma avevamo lasciato quattro bottiglie di Fundador e ora vedevamo calare le riserve, finché non ne avemmo più: esaurite. Quando lo dissi a Rosetta, strinse i sopraccigli in un atteggiamento che già cominciavo a temere e disse sicura:

− Va bo’, allura u fazzu eu! – (Va bene, allora lo faccio io! )

Orbene, se c’è una cosa che imparai subito da sposato fu che è assolutamente inutile contrapporsi alla propria moglie o alle donne in generale. Puoi batterti per settimane, per mesi, contraddire, razionalizzare, provare anche le tue ragioni: tempo perso; tanto vale cedere subito. Si consultò con la madre, allora a Roccella, confabularono e poi mi diedero un elenco di cose da comprare. Scesi giù al Misostrato (a proposito, il nome vero, lo so, sarebbe Misostrico. Noi gli avevamo cambiato nome da tempo in quanto la nuova parola suona in greco come “nemico della bilancia, del giusto peso”. Nome più appropriato e consono a una via con la presenza dei due più noti antichi commercianti di Roccella: U Napulitanu e Peppi d’u Spacciu).

Fu appunto da questo che mi recai. Alto, panciuto, rubizzo, sorridente e baffuto era anche detto Stalin per una qual rassomiglianza col dittatore sovietico. Ascoltò sornione le mie richieste, poi placido e al rallentatore, prese una scala a pioli di legno e salì sull’ultima scansia, su, nell’angolo, quasi a contatto del tetto. Rovistò a tentoni mostrando l’enorme cratere dell’ombelico per lo sforzo, poi tornò sulla superficie terrestre tenendo in mano uno scatolino di cartone, come quelli dei medicinali. Evidentemente “nei lustri precedenti”, quest’ultimo rampollo aveva avuto dei fratelli e uno di questi avrà avuto qualche incidente di percorso; lo scatolo infatti appariva macchiato e le indicazioni d’uso illeggibili. Mi disse che questo purtroppo era l’ultimo e che ormai di tali essenze non se ne producevano più. Mi aggiunse gli altri ingredienti in folio e tornai a casa.

Rosetta controllò il tutto, sentì le mie lamentazioni riguardo le indicazioni mancanti, ma certo non era questo un particolare tale da scoraggiarla. Io andai a leggere il Don Chisciotte chè, dopo l’episodio spagnolo mi era tornata la voglia (chi non lo ha letto nella sua versione integrale, non sa cosa si è perso!).

Le due donne della mia vita andarono ad armeggiare in cucina. Il giorno dopo, al centro dello schieramento dei liquori, troneggiava, insospettabile, una nuova bottiglia di Fundador.

Rosetta continuava ad avere nausee e capogiri per cui, prese le urine, andai al laboratorio di Siderno per un test sulla gravidanza. Lo lasciai: il risultato la mattina dopo.

Nel pomeriggio vennero a trovarci Mimmo Nicotera e Gianfranco Mùscari, ragionieri entrambi, amici del ‘900: per racimolare qualche soldo si adattavano a servire a domicilio cassette di birra e altre bibite: si erano offerti e già avevo consumato due cassette e chiesto il ricambio. Li feci accomodare, chiacchierammo piacevolmente e poi gli chiesi cosa desiderassero: Gianfranco volle una mezza birra, se io accettavo di bere l’altra metà; Mimmo guardò i liquori e scelse convinto:

− Quello là! −

Io guardai preoccupato Rosetta, ma lei approvò perentoria, prese trionfante la bottiglia e servì  il  liquore:  brindammo  e  tracannammo.    A  un  certo  punto Mimmo cominciò a strabuzzare gli occhi, ad attisarsi tutto, a girare su un tallone come un pirozzo (7). Noi guardammo immobili e sconcertati. Quindi cominciò a petare: colpi secchi e fragorosi come da palle di biliardo, poi, come nelle comiche degli anni trenta, attaccò le scale e scomparve. Gianfranco acchiappò a volo la cassetta dei vuoti, io ne presi un’altra e ci mollammo dietro.

Lo vedemmo in lontananza, spinto dai razzi posteriori: sembrava Charlot nella strada dei cipressi. Giù nella piazzetta incontrammo Agostino Punturi e Lucio Macrì che venivano dalla piazza grande. Anche loro si erano fermati a guardare quella meraviglia. Dall’atteggiamento mio e di Gianfranco capirono che non eravamo estranei alla vicenda:

− Ma chi ‘ndavia Mimmu? Paria na motu Guzzi i chij d’a Polizia Stradali…! − (Ma che cos’ha Mimmo? Sembrava una moto Guzzi della Polizia Stradale −)

− Nenti, nenti! −

Tagliai corto io e loro si infilarono nell’edicola. Mimmo era scomparso. Fu impressione o così ci parve di vedergli anche una striscia di fumo dietro? Sognammo l’odore acre di zolfo? Certo è che Mimmo non venne più a casa mia, neanche a riprendersi i vuoti. Aiutai Gianfranco a sistemare le cassette nel vano della macchina.

Indossava la giacca sportiva a quadrettoni, con la camicia col colletto di fuori. Evidentemente proprio in quei giorni si era fatto la foto con la quale sorride dal marmo, vicino alla cappella dei miei. Ancora non lo sapeva, ma la crudele Àtropo già lo inseguiva agitando le terribili lame. Cosa pensavi Gianfranco quel giorno mentre innaffiavi la soletta dell’albergo in costruzione che oggi porta il tuo nome? Alle torme di bionde valkirie, sogno di tutti noi, che avresti un giorno accompagnate al mare, al Bosco, alle muntagneje? E non ti accorgesti “per il peso della testa troppo gonfia di sogni” (G. Rodari), della tromba delle scale, aperta voragine fatale!

Il giorno dopo andai a Siderno a ritirare le analisi. Volli andare col trenino, non con la macchina, come per una specie di rientrèe. L’orario era sempre quello, ma il trenino non partiva più da Roccella. All’arrivo capii perché: ora anche Roccella era sede di Liceo e di Istituto Professionale Superiore e quindi arrivavano torme di studenti. Salii e mi feci una passeggiata esplorativa. Non c’era più il consueto odore di frittata, le ragazze non erano più rigorosamente in grembiule nero con colletto bianco; c’erano altri viaggiatori: degli studenti qualcuno scopiazzava e qualche altro ripassava. Molti fumavano, specialmente le donne. Vidi un ragazzo seduto solo, con tre posti liberi  attorno: degli altri nessuno li occupava.

Gianfranco Mùscari

Gianfranco Mùscari

Credetti di capire perché e stetti attento. A Gioiosa infatti il ragazzo si sporse: c’erano quattro studentesse, ma una sola rispose al richiamo. Salì e si baciarono disinvoltamente, profondamente e naturalmente, proprio dinanzi a me.

− Questo, amico, a noi non era certamente permesso. Ma se lo puoi fare, un poco di quella libertà di cui godi, la devi anche alla mia generazione! − Scesi a Siderno e andai al Laboratorio, aspettai un’oretta e poi, in busta chiusa ebbi il responso. Lo aprii: POSITIVO. Cominciai a tremare, il foglio mi ballava tra le mani, avevo le lacrime agli occhi. Piano piano, come un sonnambulo, tornai alla stazione. C’era già il campanello. Salii sul treno deserto e mi sedetti. Che tipo di padre sarò io per questo POSITIVO, maschio o femmina che sia? Sarò all’altezza del mio compito? Diventerò un Fraddeco, un Filudoro, un Terribili? Mi consolava alquanto la mia esperienza di Insegnante: con gli alunni ero allegro, liberale, fantasioso, accetto. Stavo mettendo su quel metodo tutto mio sul quale sta indagando con interesse la Facoltà di Sociologia dell’Università di Roma.

E poi lo vidi o mi parve, sul sedile ad angolo, di fronte: “Un grosso burattino appoggiato al sedile, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava dritto. Mi soffermai a guardarlo, e dopo che l’ebbi guardato un poco, pensai con compiacenza: Com’ero buffo quando ero un burattino di legno…

Rimasi un attimo ad occhi socchiusi ma poi seppellii definitivamente gli allegri, spensierati trascorsi:

− Però com’erano belli i tempi dei burattini di legno! − (Citazione da Collodi)

LA NECROPOLI DI S. ONOFRIO

Ebbi la scuola popolare serale per due anni, nella strada vecchia di S. Antonio, quasi di fronte al Club. La frequentavano una decina di vecchietti con l’intento di imparare a mettere la firma nel foglio di riscossione della pensione ed emanciparsi così dalla schiavitù di altri. Venivano anche molti amici, giovanotti del Club. Io davo a ognuno asseconda della sua fame e qualcosa d’altro. Valerio insegnava un po’ di inglese a quelli che dovevano emigrare; io facevo anche teoria a quelli che volevano prendere la patente e poi leggevo: offrivo estetica a quelle menti affamate. Leggevo a caso: Magellano e la sua impresa, i racconti di Buzzati, passi della Divina e poi poesia, tanta poesia in italiano e dialetto, d’ogni tempo e paese. Poi ascoltavo le loro narrazioni: a saperli ascoltare, gli anziani sono inesauribili.

Parlavano della guerra, quella sera: della loro guerra, di come l’avevano vissuta nelle trincee, nelle navi, in prigionia. − Sapete − stava narrando uno − eravamo rannicchiati nelle trincee. Pioveva da diversi giorni; l’acqua ci arrivava alle caviglie. Non potevamo dormire: l’unica cosa che avevamo a disposizione erano i morti. Di notte uscivamo dalla trincea, li tiravamo dai piedi, li accatastavamo sul fondo della trincea fin fuori il pelo dell’acqua e così potevamo riposare un poco.

− Quale libro di storia − pensavo io − ha mai detto queste cose! −

Poi si alzò il più anziano, il padre del pittore Peppe Tipaldo, detto “U Cìfiru” (“Lucifero”).

− Sapiti, Francùcciu, l’attru jornu ‘nta campagna, a S. Onofriu, trovavi certi baionetti d’u tempu d’a guerra e attri cosi virdi, chini ‘i terra… −(Sapete, Francuccio, l’altro giorno nella mia campagna a S. Onofrio, ho trovato certe baionette del tempo di guerra e altre cose verdi, piene di terra…).

Sapete, Francuccio, l’altro giorno nella mia campagna a S. Onofrio, ho trovato certe baionette del tempo di guerra e altre cose verdi, piene di terra… −

A sentir parlare di cose “verdi” le mie antenne cominciarono a fremere e a raddrizzarsi. Lo lasciai finire e poi gli chiesi se poteva farmele vedere. Chiudemmo la lezione ed io, Testerrè e Valerio lo accompagnammo a casa sua. Prese un involto di giornale e dentro ci mostrò delle fibule, alcune a un occhio, altre a due, alcuni anelli e il pezzo forte costituito da una spada di 36 centimetri, mezza verde e mezza rossa; evidentemente o lui o la moglie avevano tentato di ripulirla con il Sidol. Capimmo subito l’antichità dei reperti, anche se non riuscivo, lì per lì a datarli. Il Tipaldo ci chiese se erano di valore. Risposi che valore in soldi non ne avevano, però era alto l’interesse archeologico. Tranquillizzato, mi disse che potevo prenderli e concordammo di andare su, al suo campo con lui, per un’esplorazione.

Così ci organizzammo e dopo qualche giorno partimmo:  c’ero io, Valerio, Testerrè, il Bombolaro e Ntoni Candido, venne anche il Blo-Blo, fratello di Testerrè.

Ntoni fu portato dal Bombolaro: era al Ragioneria come lui, però era bravo a zappare perché andava col padre in campagna. Arrivammo a S. Onofrio, sopra la timpa mozza che sovrasta Salìce; posammo le nostre cose dentro la casetta del Cìfiro e andammo tra gli ulivi dove il vecchietto ci fece vedere il luogo dello scavo. Mentre gironzolavamo attorno guatando nell’erba, Nicolino il Blo-Blo, fratello di Testerrè, quasi ci cadde addosso inciampando in qualcosa. Guardammo a terra e vedemmo spuntare metà di una fibula gigante: scavammo coi coltelli e piano, nel terreno morbido per precedenti piogge, tirammo fuori quella bellezza. Era lunga almeno 20 centimetri, graziosamente ingrossata al centro e istoriata con dei cerchi concentrici incisi nel bronzo. Ci mettemmo a scavare come dannati e tirammo fuori altre cosette: ricordo una cuspide di giavellotto, due anelli, altre fibule. Non sapevamo allora di quadrettature del terreno, né di mappe di scavo o di lavoro fine col giravite e pennello: io lo avrei imparato proprio lì, ma fra qualche anno.

Naturalmente nessuno di noi aveva avuto esperienza in tal senso e Piero e Alberto Angela e i servizi scientifici della televisione erano di là da venire. Io ero l’unico del gruppo ad aver continuato gli studi classici, gli altri provenivano tutti dal Ragioneria e Peppe dal Geometra. Ero quindi ritenuto il più competente del gruppo e quindi nessuno mosse obiezioni quando presi in consegna il ritrovato e lo portai a casa mia.

Ricordo ancora l’emozione di mio padre quando vide i reperti:  prese  in  mano  la  cuspide di giavellotto e serio le chiese: − Perché non parli? −

Si trattava ora di stabilire la datazione e l’appartenenza di tutto quel ben di Dio.

Dopo qualche settimana ci fu una riunione alle Scuole Elementari, indetta dal Direttore Didattico Pasquale Coluccio per tutta l’intellighentia roccellese: si doveva preparare uno spettacolo radiofonico in gara con Filadelfia di Calabria. Era l’occasione che cercavo: raccolsi in uno scatolone tutti i reperti bronzei e fittili e li snocciolai dinanzi agli occhi allibiti di professori, ingegneri, avvocati e notabili chiedendo ragione. Nessuno seppe dirmi niente di preciso: Cartaginesi, Romani e Greci e qualcuno anche Etruschi e financo Arabi: anche i professoroni del Liceo, così pronti con la matita rossa e blu, in questo campo così simile al loro, dimostrarono la loro crassa ignoranza.

Avevo la smania prepotente di saperne di più. Seppi che a Monasterace, nella zona del tempio, era in corso una campagna di scavi. Partii in autostop; arrivai sul luogo e vidi uno spilungone con stivali e giacca a vento insieme a un ometto che giudicai un capomastro. Mi avvicinai e descrissi con entusiasmo e dovizia di particolari la mia scoperta. Mentre io parlavo il profilo aquilino del Chiartano − si trattava proprio di lui − si fece attento e gli occhi gli scintillavano d’interesse, mentre l’altro ascoltava sornione.  Lasciarono lo scavo sotto la guida di un anziano, ci mettemmo sulla campagnola e arrivammo a casa mia. Io tenevo il tutto in esposizione permanente nella vasca da bagno: il biancore immacolato del fondo faceva risaltare ogni dettaglio dei preziosi manufatti: all’interno i bronzi, in bell’ordine, sul bordo a parete i resti fittili.

Ci accomodammo al tavolo e io palesai le mie ansie e angosce circa la civiltà e il periodo storico che li aveva prodotti: raccontai anche delle risposte discordanti dei sapientoni roccellesi.

Fu a questo punto che l’ometto si qualificò per il signor Serafino di Locri, Incaricato della Sovrintendenza di Reggio. Tirò fuori un paio di tessere e: − Nella mia doppia funzione di…. e di …. sequestro tutto e non ti denuncio perché ho capito la tua buona fede −.

Col Chiartano poi presi amicizia; andavo spesso a casa sua insieme a Testerrè. La sera dopo, sorridendo, prese da uno scaffale un libro e me lo porse. In copertina, bellissima a colori, lucida e smagliante c’era la “mia” cuspide di giavellotto. Lessi il titolo: “Le Necropoli Bruzie di Janchina, Patariti e Torre Galli”. Avevo avuto la mia risposta. Bruno mi diede il libro in lettura e da quel giorno saccheggiai la sua fornita biblioteca: tutto quello che so di archeologia l’ho imparato allora, sia di teoria che di pratica sul campo.

Quell’estate organizzammo numerosi campeggi a sei elementi poiché il nuovo amico ci prestava la sua tenda, una bella Morettina a due posti, azzurra dentro e col sopratelo arancione; io avevo venduto la vecchia militare e comprato una Lauretta della stessa casa, a quattro posti e colori invertiti. Andammo a Taormina, a Siracusa, a Lipari e a Sorrento: io, Testerrè, Peppi u Previti, Enzo Sciàbola, Valerio, Aldo Cuscunà e Pino Coluccio U Turnisi, a turno. Di tante avventure vi passo soltanto qualcuna.

Scendevamo dal pianoro di Lipari verso il mare, così, in costume, a petto nudo, l’asciugamano a tracolla e gli zoccoli. Dinanzi a una chiesetta vedemmo un cartello che avvisava di una mostra all’interno di damaschi indiani del ‘700. Stavamo per entrare quando il  sagrestano ci si parò davanti  tutto scandalizzato per la nostra tenuta.

Francuccio − il Cifiro – Cinanni e ‘Ntoni Candido. Ha scattato Testerrè – Verso S. Onofrio con radio “Geloso”

Francuccio − il Cifiro – Cinanni e ‘Ntoni Candido. Ha scattato Testerrè – Verso S. Onofrio con radio “Geloso”

Un Francuccio ventenne a S. Onofrio nello scavo Chiartano

Un Francuccio ventenne a S. Onofrio nello scavo Chiartano – L’unica foto sugli scavi in fìeri come prova inconfutabile che è stato Franco Francesco a scoprirla, checchè dicano le fonti ufficiali.

Io misi il naso dentro e vidi San Biagio più nudo di me, con soltanto un pizzo di mantello a coprirgli le pudenda. Mi misi a gridare, gli altri ad appoggiarmi. Apparve il Parroco; gli spiegai che eravamo universitari, che stavamo andando al mare e che volevamo vedere i damaschi. Tacitò il sagrestano, ci fece entrare e ci spiegò uno per uno gli storici tessuti.

Al ritorno a Roccella eravamo soltanto io e Testerrè; gli altri erano rientrati e noi, avendo ancora qualche soldo, eravamo andati a Siracusa. Di mezzo agosto, il treno era pieno in maniera incredibile. Noi, quoti quoti, tirammo fuori i materassini gonfiabili e cominciammo a soffiarci dentro. Piano piano questi si allungavano guadagnandosi il proprio spazio nella calca. Fatto questo ci coricammo e dormimmo. C’era un signore in piedi che borbottava e imprecava:

− Col biglietto di prima classe devo stare in piedi e questi qua sembrano al Grand Hotel. −

Noi facemmo finta di non sentire, ma alquanto dopo ci alzammo e invitammo i presenti a fare i turni. Così salvammo la faccia.

Bruno Chiartano abitava alle palazzine dell’Ente Sila, in affitto. Aveva una mogliettina più giovane di lui, sempre dolce, bellina e sorridente e una bambina di meno di un anno. Spesso ci invitava a cena e parlavamo di arte, di scavi, formulavamo ipotesi. Ci disse una sera che aveva ottenuto la concessione per gli scavi a S. Onofrio e ci chiese se volevamo fare società: − uno scavetto di una ventina di giorni si può fare con la miseria di 800.000 lire − Ridemmo per mesi della proposta: il più ricco di tutti noi allora ero io, con 27.000 lire al mese per la mia seconda popolare. Sapemmo anche le modalità e i termini della concessione: il dilettante non soltanto doveva versare il prezzo per la concessione, ma doveva lasciare una congrua cauzione e pagare la giornata al Serafino, o chi per lui, oltre il vitto.

Quando cominciarono gli scavi, neanche a dirlo, andai con lui. Si andava a Caulonia Marina, qui prendeva a bordo un paio di operai di quelli dell’acquedotto in costruzione e ci portavamo quasi sotto Caulonia, sempre costeggiando l’Amusa. A un certo punto l’attraversavamo se era possibile con la macchina, e già eravamo a quattro passi da Salìce.

Il patto col Cìfiro era che a fine scavo gli avrebbero fatto gratis la scirpa (scasso) per la vigna. Veniva anche Testerrè.

Così iniziammo a vedere come si svolge uno scavo archeologico. Noi, con la sfacciata fortuna dei neofiti, eravamo capitati su una zona ricca e quasi affiorante. Ci convincemmo ora che gli scavi possono essere anche di una noia mortale quando passano le ore e dal terreno non emerge niente.

Un giorno Chiartano ci preannunciò per l’indomani una visita importante, di un famoso  archeologo straniero.  Noi andammo  con gli operai e il Chiartano tornò a prendere il personaggio: era un tipo alto, nordico, di modi squisiti e democratici. Ci presentammo, volle vedere il campo, si informò con competenza delle tombe, maschili e femminili, dei corredi, della presenza o meno dell’abitato.

Chiartano rispondeva rispettosamente e lo informò che lui aveva ottenuto la concessione soltanto su una parte del terreno che interessava la zona archeologica, quella del Lucifero, l’altro terreno, quello del Padreterno (bontà dei nomi!) gli era precluso. Se c’era stato uno stanziamento vicino, certamente doveva essere ubicato nell’entroterra coltivabile o giù, alla fonte di Salìce. Ci sedemmo a mangiare, così alla buona: per l’ospite il Cìfiro prese qualche sedia. Il Chiartano aveva comprato in rosticceria delle teglie di pasta al forno e del pollo con patate; aveva anche provveduto ai piatti e alle posate. Mangiammo in allegria, insieme agli operai e al Serafino; bevemmo del buon vino; l’ospite si trattenne alquanto e poi Bruno lo riportò a destino.

Dopo qualche giorno, con fare sornione e circospetto, Bruno ci chiese se veramente volevamo sapere chi era l’illustre personaggio con il quale avevamo mangiato e fatto comunella. Sbiancammo: era Re Gustavo di Svezia. Lì per lì ci credemmo: non avevamo motivo di dubitare. Peppe poi trovò un servizio sul Re in una vecchia Domenica del Corriere. L’articolista metteva in risalto l’umiltà e la normalità del personaggio e a comprova era pubblicata una foto con Gustavo in bicicletta nel mercato di Stoccolma. Guardammo attentamente, anche con la lente di ingrandimento: poteva come non poteva essere; aveva il cappello, era distante. Mah!

Avemmo comunque modo di sperimentare il carattere burlesco del valdostano. Lui girava per i casolari sperduti, indicatigli dagli operai di provenienza campagnola, alla ricerca di roba antica: piatti, lumi, oggettistica legata alla cultura contadina. Già da qualche decennio era in essere una massiccia emigrazione sia verso l’America e l’Australia che verso le metropoli industriali del Nord. La gente partiva e naturalmente lasciava tutte queste cose ormai inutili, nei vecchi tuguri. Un giorno che il Serafino non era venuto, Bruno ci disse che gli voleva preparare una burla per il giorno dopo. Tirò fuori di tasca una forchetta di ferro arrugginita, chissà  dove l’aveva trovata, saltò nel fronte dello scavo e la sotterrò nello strato interessante, mimetizzandola poi sapientemente con argilla. Dette ordine categorico agli operai di avanzare ai lati, l’indomani e di chiamarci appena avessero scavato un pezzo di forchetta.

Così il giorno dopo lo scavo andò avanti normalmente, ma verso le dieci e mezzo un operaio ci chiamò concitato mostrandoci qualcosa. Scappammo tutti facendo in modo, però, che il primo ad arrivare fosse il Serafino.

L’ometto scese ansante nella trincea, estrasse il giravite e con ogni precauzione cominciò a rimuovere la terra attorno. Noi, seri, seguivamo trepidanti l’operazione. Quando tirò fuori la forchetta ci fu una risata generale alla quale, dopo un momento di pensamento, partecipò anche il burlato.

Ecco perché a noi permase il dubbio,  mai  chiarito,  di

quella presenza improvvisa e fugace. Rimane come uno dei tanti misteri insoluti, come la Sindone di Torino o la Carta di Peri Reis a Istambul.

Localizzammo 36 sepolcri bruzi, in tombe terragne, dell’ottavo secolo avanti Cristo: una civiltà di contadini, pastori e cacciatori, vivente in villaggi di capanne ubicate in collina, proprio mentre sulle coste si stanziavano le prime ondate di coloni ellenici. L’epoca si poneva a cavallo tra l’età del bronzo e l’inizio del ferro, come dimostravano i pochi arrugginiti reperti di armi in ferro. Usavano dei contenitori di un rozzo impasto di tipo buccheroide, non senza una certa qual ricercatezza di forme e decorazioni non a pittura ma incise sull’argilla fresca, di tipo geometrico.

Dai Greci avevano acquisito qualche abitudine, come la cremazione, dimostrata dal ritrovamento di poche urne funerarie.

Terminato l’Acquedotto, la Ditta sloggiò verso altri cantieri e anche il Chiartano se ne andò. Lo rividi, con grande gioia ed emozione una volta, di passaggio con numerosa compagnia: volevo trattenerlo, offrire qualcosa, prolungare in qualche modo la gioia del reincontro, ma dovevano ripartire: ci abbracciammo, salì in macchina e partì; io lo seguii con lo sguardo finchè non scomparve oltre la curva di Zirgone. Mi girai lentamente e non seppi più niente di lui.

*    *    *

Ora, da quando l’espressione “scempio del secondo scavo” venne usata per la prima volta dal Preside De Natale, chiunque si mette a scrivere di S. Onofrio, si sente in dovere di usare questo termine, ignorando o dimenticando che se non ci fosse stato quello scavo, anche se maldestro e grossolano, Roccella non avrebbe la gloria della necropoli di S. Onofrio. Probabilmente il sito sarebbe ancora oggi saccheggiato dagli autori ignoti del primo scavo e dai loro epigoni e la conoscenza delle nostre più remote origini sarebbe ancora clandestina e i reperti prenderebbero strade incontrollate e ingloriose. Oggi arricchiscono ed ornano il Museo di Reggio, preludio alla grandiosità dei Bronzi di Riace.

L’unica foto sugli scavi in fìeri come prova inconfutabile che è stato Franco Francesco a scoprirla, checchè dicano le fonti ufficiali.

CAMPIONATO RIONALE ESTIVO LA “MATTEOTTI”

A sedici anni me ne andai dall’Azione Cattolica. Da quando Franco Cremona, anni prima, mi aveva fatto conoscere i Romanzi d’Urania, questi mi aprirono la mente verso una visione dell’Universo molto più ampia di quanto la religione mi porgeva. Alla luce delle teorie di Asimov, Brown, Simak, Clark e Russel, per farla breve, un Universo con l’Uomo al Centro e la sua salvezza come unico scopo, mi sembrava una risposta ridicola e riduttiva. Non fu facile: lì avevo tutti i miei amici, lì mi ero realizzato con la nomina a Delegato Stampa e la direzione del giornale murale; lì avevo imparato a giocare a dama, a scacchi, a pallacanestro…

Poi Rocco Schirripa più grande di me mi schiaffeggiò due volte. La prima per un fallo durante una partita, la seconda per uno scherzuccio innocente, (arrivando, avevo chiuso e aperto la luce, come per fare una fotografia).  La prima volta lo avevo detto a Nello Caridi, il nostro capo (nel frattempo, tanto per non restare in debito, ‘nci fringai ‘u cappottu c’u ‘na lametta (gli tagliuzzai il cappotto con una lametta ); la seconda girai sui tacchi e me ne andai, deciso a dar fuoco alla baracca, dolosamente, di notte.

Fu così che mi avvicinai ai Socialisti.

La sede era a S. Antonio, più o meno all’incrocio con vico Celano, sullo sventramento, vicino al Montparnasse di Nicolino.

In estate uscì un manifesto affisso in tutti i bar: il Centro Sportivo (dell’Azione Cattolica) avrebbe organizzato un torneo di calcio rionale: seguiva il Regolamento. Venne a trovarci in sede Gatanino, un giovane maestro, responsabile della sezione e ci propose di partecipare: ci avrebbe fornito le magliette e il ragionevole fabbisogno. Prendemmo tempo, io e Annibale Tipaldo, gli unici due della sezione capaci di poter organizzare una squadra. Ci muovemmo subito e reclutammo Nicolino i Maraciciglia, anch’egli fuoriuscito dall’ACI perché non lo avevano preso in squadra per far posto ai forestieri. Il Regolamento era molto semplice: poteva essere inserito in squadra chiunque, professionista o forestiero, purchè non avesse giocato con altra squadra del torneo. Tutti cercavano di accaparrarsi i giocatori migliori, anche pescando negli organici del Siderno, del Locri, squadre di serie superiore. Avvicinai quindi i cugini Sandro e Nando ‘Mbilla, formidabili difensori, specialmente il secondo.

Intanto nei bar si rincorrevano le voci: il Centro Sportivo si era accaparrati i fratelli Caracciolo del Siderno e Chianese U Russi del Locri; u Vaiuni (Il Vallone della Rena, oggi coperto come via Trastevere) aveva già nelle sue file Franco i  ‘Mbemba, Sarino Bella, Regliu u Biondu del Roccella… Zirgone: Vici Gilio, Vici Sposari, Rogolino… tutta gente di rispettabile levatura e nel giro della prima squadra. I più miseri eravamo noi.

Poi si iscrisse il Borgo, l’altra Azione Cattolica, un’incognita: erano tutti forisi, cioè gente che lavorava nei campi, forte e nerboruta. Ci accaparrammo Pippo Favoino, rubandolo alla Dogana, ma ancora eravamo a terra: non avevamo portiere, non un regista di centro campo, due soli difensori…

Decisi di andare a Gioiosa con Annibale. Qui conoscevo bravi giocatori coi quali disputavamo delle partitelle a Locri, in attesa del trenino o durante le ore di Educazione Fisica. Contattai Gigino Condemi longilineo, tecnico, bravo sia di testa che di piede: era il regista che cercavo. Accettò e insieme andammo a trovare Enrico Salomone, un’ala guizzante e insidiosa. Prospettammo il problema del portiere. Lo conoscevano. Era Totò Criniti, ma non era a casa.

Rientrammo a Roccella lasciando a loro il compito di trovare altra gente. Gigino aveva il telefono e anch’io lo avevo: ci saremmo sentiti. Sul treno eravamo molto rinfrancati: certamente non eravamo all’altezza del Centro Sportivo o d’u Vajuni, ma potevamo  rassicurare  Gatanino  che  la  squadra c’era.

Il giorno dopo mi telefonò Gigino dicendomi che aveva trovato due ottimi difensori: sarebbero arrivati tutti nel pomeriggio con le biciclette per una sgambata sul campo. Avevano anche il portiere. Così iniziammo l’avventura.

Si erano iscritte sei squadre: Centro Sportivo, Borgo, Vajuni d’a Rina, Dogana, Zirgone e noi, Matteotti (Rione S. Antonio).

Nel pomeriggio avemmo modo di apprezzarli, specialmente Totò, il portiere: sembrava un gatto, aveva una presa sicura, un’agilità e una sicurezza da professionista; anche gli altri due ci piacquero: Cecè Femia e Peppe Belcastro, grintosi e tecnici.

Peppe Belcastro usava i parastinchi: era la prima volta che li vedevo e i ragazzini si davano la voce e accorrevano quando li indossava.

Ci demmo i ruoli, così a canovaccio: Totò in porta, Cecè e Peppe terzini, Annibale, Sandro e Nando nella linea mediana, Nicolino centravanti, Enrico a destra e io a sinistra, Gigino, Pippo dietro le punte; Rino Sirtore, Nino Chiefari e Valerio di rincalzo.

Si aprì il torneo con l’incontro Centro Sportivo – Zirgone. Prevalse il Centro Sportivo per due a zero. Annichilimmo nel vedere all’opera il maggiore dei Caracciolo e U Russu: il secondo proponeva e il primo realizzava. Da soli tennero inchiodata la difesa e i mediani del Zirgone nella loro metà campo: le punte rimasero così isolate e prive di rifornimenti.

Per la seconda partita sarebbe toccato a noi, contro il Borgo. Ci arrivarono intanto le magliette bellissime, nerazzurre dell’Inter: calzettoni nerazzurri e pantaloncini neri. Decidemmo di non indossarle per gli allenamenti come facevano le altre squadre, ma riservarle per la partita. Giocammo di giovedì, c’era un po’ di vento; ci schierammo, baldanzosi e magnifici contro gli avversari in maglia celeste e striscia gialla.

Arbitrava Peppi u Pujitru (Il Puledro) bravo e competente, senza guardalinee. Di comune accordo tutte le squadre, avevamo eliminato il fuorigioco e giocavamo così, liberi senza schemi, seguendo l’istinto e cercando gli spazi. Li stringemmo subito perché quando noi avanzavamo eravamo supportati dai centrocampisti: Nibuli, Pippo e Gigino non ci lasciavano mai soli; lo stesso in difesa, ripiegavano quando era necessario e dando aiuto anche dietro. Segnammo al quarto d’ora.

Gigino avanzò, si bevve un avversario e appoggiò in verticale a Nicolino che infilò di precisione nell’angolo di sinistra. Continuammo a macinare il nostro gioco. Io dialogavo stretto con Pippo dietro, Gigino al centro e Nicolino in avanti; così faceva Enrico sulla destra con Nibuli, Nando e Pippo. Segnò ancora Enrico, stringendo in diagonale e infilando la palla di prepotenza tra palo e portiere. Finì il primo tempo e ci portammo soddisfatti nel nostro angolo, all’ombra dei fichidindia (non c’erano spogliatoi). Ci complimentammo a vicenda e ci demmo coraggio con grandi manate sulle spalle. Riprendemmo.

Andai a battere un calcio d’angolo. Il portiere s’era piazzato sul primo palo, Angelo Cardara sul secondo. Gigino mi chiedeva palla con grandi gesti ma io sentii il vento e ricordai una prodezza di Destito della Reggina: calciai lungo, alto sul secondo palo, fidando nel vento. La palla passò su tutti, arrivò al limite della traversa, perse forza e il vento la mise dentro.

La gioia, i complimenti, gli abbracci dei compagni sono cose inenarrabili. Poi segnò ancora Nicolino di testa, avvitandosi su un cross di Enrico dalla destra. Sul finire tirammo un po’ i remi in barca e segnarono anche loro con Vici Zinagra. Finì 4 a 1 per noi e festeggiammo in sede con gassose  al caffè e poi i nostri amici partirono in bicicletta, così come erano venuti.

Continuò il torneo: si giocava giovedì e domenica. Il Centro Sportivo liquefece la Dogana per 6 a 0.

Sembrava un rullo compressore, forte in ogni reparto. Zirgone superò u Vajuni per 2 a 1 e quindi toccò a noi contro la Dogana. Questa si era dimostrata la cenerentola del torneo ed eravamo sicuri di farcela con facilità.

La mattina dell’incontro piovve molto. Quando arrivammo al campo era allagato e tirava vento. L’arbitro, di Siderno, ci convocò e ci fece notare che metà del campo era impraticabile ma l’altra metà lo era molto meno: si poteva sistemare una porta delimitata da pietre a metà campo e giocare così la partita; dovevamo essere d’accordo entrambe le squadre, altrimenti rinviare a sabato. Convocai i miei. Totò ed Enrico – seppi ora che erano cugini – sabato dovevano andare a Paola per un matrimonio e non ci sarebbero stati. Accettammo di giocare in metà campo, con una sola porta con pali e rete e una delimitata da pietre, lasciando alla facoltà dell’arbitro di giudicare a suo libito l’alto, il palo, la traversa oppure il goal.

Iniziammo l’incontro a favore di vento e contro la porta buona. In metà campo fummo subito in difficoltà: non riuscivamo a trovare gli spazi, loro si difendevano ma l’area di rigore era un carnaio. Il vento, che soffiava a folate, deviava le traiettorie, non riuscivamo a centrare i passaggi. Segnarono loro: Nuzzo Spanò puntò Cecè Femia, questi scivolò in una pozzanghera e Nuzzo insaccò sotto Totò, in uscita tardiva. Finimmo il primo tempo in svantaggio per la prima volta, in più avremmo avuto ora il vento contrario e la porta dimezzata: eravamo sicuri che se non l’avessimo infilata proprio sotto le gambe del portiere il sidernoto non ci avrebbe dato il goal. Ci facemmo coraggio e iniziammo. Nibuli effettuò una rimessa laterale e servì Gigino, questi si girò, portando a spasso il suo avversario, poi servì Pippo che scartò, vide Nicolino che si smarcava al centro, lo servì e pareggiammo.

Il goal ci diede forza: galvanizzò noi e depresse gli avversari. Ormai sforavamo da destra con Enrico e da sinistra con me, supportato da Pippo e Gigino.

Due volte sfiorammo il goal, con Nicolino e con Enrico. Eravamo alla mezz’ora e sentivamo che il goal era vicino, ma bisognava farlo.

Gli avversari urlavano e si sbracciavano, dandosi le marcature e adirandosi fra loro. Enrico scese sulla destra, la passò a Nicolino che gli andava incontro. Egli diede a intendere di volerla restituire a lui e si portò dietro tutta la difesa avversaria. Io seguivo l’azione, libero, sulla sinistra. Nico mi vide con la coda dell’occhio e mi servì di tacco. Mentre avanzavo mi vidi la palla davanti e tutta la porta spalancata. Pensai subito due cose: non troppo vicino al palo-pietra sennò me lo annullano e non troppo rasoterra che non si blocchi in qualche pozzanghera. Colpii di piatto. Il portiere, il gigantesco Sava, si gettò alla disperata, ma quando arrivò la palla era già passata. Mi subissarono, mi gettarono nelle falacche (Pozzanghere argillose), tutti sopra di me. Felicità pura. Finì 2 a 1. Ma quanta sofferenza.

Il vento era rinforzato ed eravamo preoccupati per i nostri amici che dovevano rientrare a Gioiosa in bicicletta. Già dal campo alla Sede fu una fatica.

Festeggiammo insieme ai nostri numerosi supporters e poi partirono.

Li guardammo arrancare con fatica, curvi e scomparire in mezzo alla polvere.

A sera telefonai a Gigino. Mi disse che si erano ammazzati e che con le biciclette non sarebbero venuti più: se li volevo dovevamo pagargli il biglietto del treno. Andai da Gatanino e gli prospettai il problema. Dovette accettare; richiamai Gigino per tranquillizzarlo.

La domenica successiva Zirgone e Borgo pareggiarono 2 a 2. Nella partita di giovedì il Centro Sportivo superò il Borgo con un secco 3 a 0. Quindi toccò a noi col Vajuni.

Li avevo visti giocare e attaccavano con una sola punta: i difensori rinviavano “a morimamma” (A casaccio) e Sarino se la doveva vedere da solo là, davanti. Cecè non arrivò: aveva la febbre.  Al suo posto misi Rino e partimmo con l’intesa  di  stare 

più coperti sulla destra, raccomandando a Pippo di stare sempre dietro e non seguirmi. Atterrammo Sarino in area ed egli stesso tirò il rigore: niente potè fare Totò contro la briscola secca e precisa. Continuammo a giocare alla nostra maniera, un po’ allungati sulla destra e un po’ contratti sulla sinistra. Anche noi ottenemmo un rigore e Gigino lo realizzò con freddezza.

Poi passammo in vantaggio col solito Nicolino con una rovesciata in area da funambolo e finimmo in vantaggio il primo tempo. Segnò subito Enrico su appoggio di Nibuli e ancora Nicolino su mio servizio in profondità. Sul 4 a 1 segnò ancora Saro su azione personale e vincemmo 4 a 2.

Domenica non si giocò perché il campo serviva alla prima divisione. Giovedì Zirgone superò la Dogana per 2 a 0. Domenica avevamo il Centro Sportivo.

Nell’attesa fu subito guerra dei nervi con i miei ex commilitoni.

− Vi facimu stuppa!  − (Vi faremo stoppa -vi sfilacceremo!)

Mi sibilò sicuro Nicolinu U Fruntuni dinanzi al bar ‘900. Poi lo sentii proclamare nel suo crocchio con Rocco Schirripa, Angelo Muraca e Cecio Fascì:  − 4 golli vogghju u m’ascialu mu ‘nci signu sulu eu! − (4 gol  voglio scialarmi e segnarli soltanto io! ) Ma sapemmo che Pascali d’a Turri e Gatano Grollino erano andati a Locri a cercare rinforzi. Domenica aspettammo gli amici al treno, passammo dalla sede e ci facemmo coraggio:

− D’u restu – disse Nibuli Tipaldo – sunnu i carni e ossa comu a nui – (Del resto sono di carne e ossa come noi ).

Decidemmo di giocare la nostra partita come sempre: col solito apporto dei centrocampisti avanti in attacco, rientrando in difesa e di mettercela tutta.

Arrivammo al campo sereni e rinfrancati. Loro erano già arrivati con le  macchine ed erano pronti nelle loro maglie bianconere. Non vedemmo facce nuove. Ci sistemammo, ci sgambammo e l’arbitro, di Caulonia – Mimmo Albanese – mio ex compagno di scuola al ginnasio, ci fece partire. Cominciarono forte, volevano finirla subito, ma la nostra difesa teneva e non ci facemmo imbottigliare come avevano fatto le altre squadre prima di noi, quindi dovettero tenere dietro la difesa perché noi dell’attacco non ripiegammo d’un metro. A lungo andare si spezzarono in due, mentre noi macinavamo il nostro gioco.

La partita era equilibrata; rispondevamo colpo su colpo. Ebbero alcune occasioni loro ma Totò era in giornata di grazia, e anche noi sbagliammo di poco, una con me che mi vidi parare un tiro a colpo sicuro e una con Enrico che tirò fuori da pochi passi. Andammo al riposo sullo 0 a 0. Nessuna squadra del torneo aveva fatto tanto.

Dissi:

− Roccu Schirripa è cottu: rantula tutti i sigaretti chi si fumau. Penzu ca da jà potimu fari ‘ncarcosa – (Rocco Schirripa è fatto, ha corso come un matto e senza costrutto e rantola tutte le sigarette che ha fumato. Penso che da quella parte possiamo osare qualcosa ).

E ammiccai a Nando e Pippo Favoino. Anche il Caracciolo non aveva ricevuto molti palloni giocabili ed era costretto a ripiegare a centro campo: doveva essere stanco e chiesi a Nando di avanzare gradatamente.

Ripartimmo. Fu battaglia i primi dieci minuti. Loro s’intestardivano picchiando in centro, cercando Caracciolo: sulle fasce sia Rocco Schirripa, sia Giorgio Tirone, giravano a vuoto. Avemmo due belle occasioni da rete ma le sciupammo per troppa veemenza. Anche Totò fu impegnato seriamente.

Poi cominciarono a calare e allora feci segno a Nando e Sandro di avanzare. Arrivammo alla prima mezz’ora e la partita era ancora aperta: chi avrebbe segnato avrebbe vinto. Ci fu un calcio d’angolo dalla parte di Enrico. Egli, intelligentemente, appoggiò indietro a Sandro che era avanzato: trovò spazio sulla destra, avanzò mentre Enrico si accentrava, arrivò sul fondo e crossò; U Ghizza respinse corto, si accese una mischia furibonda. Per due volte tirammo e per due volte i tiri vennero respinti. Poi vidi la palla alzarsi a campanile in mezzo all’area e sulla ricaduta una specie di Pinocchio nerazzurro saltare al di sopra delle teste di tutti, aprirsi in forbice aerea e la palla che entrava squassando la rete avversaria.

La nostra gioia fu incontenibile. Corremmo come pazzi incontro a Nico, lo sommergemmo, iniziammo un carosello intorno al campo, incontro ai nostri tifosi impazziti. Il fischio dell’arbitro ci riportò al centro.

− Mò, a morimamma! (Adesso anche a casaccio!) − Li incalzai.

Fu battaglia, ma scomposta e disordinata; attaccavano alla cieca ma ormai stanchi e senza lucidità. Ci difendemmo con ordine, mandando anche la palla sulla ferrovia quando fu necessario. Al triplice fischio ci abbracciammo ancora, gongolando nel vedere i nostri avversari sparsi per terra con gli sguardi vuoti. Festeggiammo con gelati, generosamente offerti da Gatanino che finalmente si era deciso a venire a vederci giocare.

Eravamo a punteggio pieno: quattro partite, otto punti. Allora per la vittoria si avevano due punti e uno per il pareggio, non erano ammesse sostituzioni e gli attaccanti facevano gli attaccanti, i difensori i difensori e i mediani coprivano il centrocampo: era un calcio molto più semplice e piacevole.

Domenica u Vajuni superò la Dogana per 2 a 0. Giovedì non si giocò. Poi il Centro Sportivo superò u Vajuni per 3 a 2 ma i due Caracciolo non erano più venuti: c’era stata maretta grossa dopo la sconfitta. Il Borgo pareggiò con la Dogana 2 a 2. Restava una sola partita da giocare: noi contro Zirgone. Avevamo otto punti, il Centro Sportivo sei (ma aveva terminato gli incontri) e Zirgone cinque. Seguivano le altre formazioni.

Con tre punti di distacco sulla seconda e una sola partita da giocare, avevamo vinto il torneo.

All’uopo mi feci cucire da mia nonna un passante per ogni pantaloncino che avevo, al fine di appendervi la medaglia che ci avrebbero consegnato.

Venne a trovarmi Nibuli Tipaldo, allegro come una fila di cipressi a novembre, a informarmi che il Centro Sportivo si era ritirato dal torneo e che a noi avevano tolto due punti. Lo guardai allibito, incredulo, come ritirati, loro avevano giocato tutte e cinque le partite in calendario. Poi capii. Soltanto noi avevamo vinto contro di loro e quindi il loro ritiro danneggiava soltanto noi. Non potevano permettere, loro papisti che un loro torneo venisse vinto dai marxisti, mangiapreti e rossi stalinisti. Allora il mondo era nettamente diviso in due blocchi contrapposti: Comunismo e Capitalismo e anche una partita di calcio rionale in una sperduta zona periferica rivestiva l’importanza di un 38° parallelo.

Andammo a trovare Gatanino e gli prospettammo la situazione. Decise di inoltrare ricorso scritto sostenendo le nostre ragioni. Io e Nibuli eravamo del parere di ritirarci anche noi e di smerdijarli; certamente Zirgone, terzo arrivato, non avrebbe accettato le medaglie o se lo avesse fatto sarebbe stata sempre una vittoria mutilata. Gatanino inoltrò il ricorso.

Fu rinviata la partita con Zirgone in attesa della decisione. Ci convocarono per la discussione. Andammo in tre, con l’intesa che avrebbe parlato soltanto  Gatanino. Io sapevo che non avremmo risolto niente: li conoscevo bene i marpioni che avevano architettato la vigliaccata. Ci ricevettero con esagerata gentilezza.

L’Azione Cattolica era situata in una bella baracca di legno, posta a lato della chiesa Madre, là dove adesso c’è la stradella. Aveva un’ampia sala all’ingresso con dei tavoli, un calciobalilla, una libreria in un angolo: alla parete ancora l’ultimo numero del mio giornale. Ci fecero accomodare nella saletta laterale, la saletta del Cenacolo, dove ci riunivamo ogni sabato tutti i capi sezione per riferire e programmare. Ancora una libreria piena di libri: li avevo letti tutti, qualcuno più di una volta.

Prendemmo posto. Al muro, come giudici, Pascali d’a Turri, certamente l’ideatore del cavillo; a lato Rocco Schirripa, poi Angelo Muraca e Gatano Grollino.

Lessero il reclamo e lo rigettarono subito: a luce del regolamento, ogni squadra poteva ritirarsi “prima della fine del torneo, senza pretendere rimborso alcuno delle quote di partecipazione versate”. Gatanino sosteneva che ”per loro” il torneo era finito in quanto avevano disputato tutte le cinque partite previste. Loro obiettavano sornioni e sicuri nella loro posizione di giudici e di controparte, che il torneo non era affatto finito, tant’è che mancava ancora una partita da disputare. Avevano il coltello in mano ed erano decisi di usarlo, formali fuori ma gongolanti e inflessibili all’interno. Uscimmo.

Supplicammo ancora Gatanino di seguire il nostro consiglio perché sapevo che la cosa non era finita lì, li conoscevo bene: ci avrebbero messo un arbitro loro, capace di punirci col rigore a metà campo, di annullarci le reti, di cacciarci fuori. Non avevamo speranza. Meglio uscire ora, con onore. Fu inflessibile. Anche lui, abbacinato dai tre punti di distacco, si era sbilanciato con la stampa, coi superiori e non poteva rimangiarsi le parole. Così accettammo di giocare.

Nei giorni precedenti l’incontro, non venne nessuno del Zirgone ad allenarsi. Di solito si sgambava assieme, metà campo a ciascuna squadra: non c’erano schemi da nascondere o strategie occulte.

Anche andando e tornando dal campo sportivo non incontrammo nessuno: di solito erano là, seduti sul muretto del ponte o davanti al bar. Ora: deserto.

Arrivò il giorno della partita. Aspettammo il treno e assieme agli amici che già avevo informato, ci dirigemmo a piedi verso il campo, seguiti e preceduti da nugoli festanti di ragazzetti che si disputavano l’onore di portarci le borse.

Decidemmo per strada di fare il nostro solito gioco. Del resto Zirgone aveva buoni elementi: una buona difesa ma difettava in attacco; non avevano un centravanti di peso capace di far fruttare l’enorme lavoro delle ali, sia Gilio a sinistra che Sposari sulla destra. I loro cross erano numerosi ma sterili. Tutti i loro goals erano stati segnati o da accentramento delle ali, e potevamo evitarlo, o da tiri da lontano. Ma per questi avevamo Totò, una muraglia e una sicurezza. Così arrivammo al campo rinfrancati.

Mentre ci vestivamo, mi accorsi di strani movimenti e strane presenze nell’angolo di Zirgone: i magnati del Centro Sportivo al completo, anche i capi del Borgo. Capii allora dove si erano allenati durante la settimana: erano stati nel campetto del Borgo, uno spiazzo chiuso dietro la loro sede. Vidi anche, in maglia blu con un enorme numero 9 sulle spalle, Aldo Frascà.

Eravamo stati molto amici alle Scuole Medie, e poi nell’Azione Cattolica dove lui era Delegato ai Minori. Poi se n’era andato in Sardegna e ora era tornato per le ferie. Lo avevo incontrato e ci eravamo salutati qualche giorno prima, ma che c’entrava lui della Strada Nova con Zirgone? C’entrava certo l’Azione Cattolica “IN HAC RE, CONTRA NOS, OMNES CONNIVERE HOSTES” (“Contro di noi, in questa occasione, tutti si sono coalizzati i nostri nemici” Catone). Ora sapevo dove sarebbero finiti i cross delle ali: Aldo era alto e secco, bravissimo nel calcio come nella pallacanestro. Non dissi niente ai compagni. Notai inoltre che Enzo Gemelli, l’allenatore del Roccella, che di solito si godeva le partite al centro del campo, ora si sbracciava, li prendeva uno a uno sottobraccio e li catechizzava. Mi caddero addirittura le braccia quando vidi che arbitrava Pascali d’a Turri. In quelle settimane le talpe avevano lavorato bene, nulla lasciando al caso.

Cominciammo e fummo subito in difficoltà. Di solito giocavamo così, per giocare, ogni  squadra  seguendo  le proprie caratteristiche. Ora invece sia i tre attaccanti che Gigino, fummo affiancati da un marcatore fisso: Cecè Testazza su Nicolino, Peppi Cappelleri su Enrico, Micu u Bovaru su Gigino; a me toccò Ntoni d’u Massaru Gianni. Era diventato proverbiale perché, anni prima, in una partitella estemporanea con la Strada Nova, aveva cozzato violentemente, lui scalzo, con Renato, regolarmente calzato con scarpette, e questi aveva avuto la peggio. Ora le scarpe le aveva, ma legate con del ferro filato.  Ci  stavano  addosso,  col  fiato  sul  collo,  a contatto fisico asfissiante, dovunque andassimo. Noi ci spostavamo in avanti, indietro, al centro, di lato per cercare di scrollarceli ma loro sempre addosso, incuranti della palla  e del gioco, implacabili come il destino. Sapemmo poi che Enzo Gemelli così aveva ordinato:

− Stàtinci ‘ncoju e ne’ mollati; stàtinci ncoju comu u francubullu è ‘mpiccicatu ‘a busta!  − (Stategli addosso e non li mollate, stategli sul collo come il francobollo è incollato alla busta).

E loro eseguivano alla lettera. Rimanemmo così scuciti e disuniti, rientrando alla vana ricerca di palloni giocabili. Aldo ci punì due volte, ma sarebbero potute essere quattro o cinque se non fosse stato per le prodezze di Totò. Finì il primo tempo e ci accasciammo a terra già sconfitti nell’anima e nel corpo: anche i ragazzini, ubriachi di successi, si erano spostati nell’altro campo.

Riprendemmo. Presto rimasi solo all’attacco, anche gli altri erano ripiegati in aiuto alla difesa, portandosi dietro i loro satelliti. Dovevo apparire, con quella cariatide attaccata alle spalle, come una specie di Pietà Rondanini vagolante a centrocampo. Se arrivava qualche rinvio, ero anticipato o sistematicamente buttato giù. Segnarono altre due volte. Io vedevo tutto come attraverso una nebbia, come un Napoleone che osservasse impotente i suoi corazzieri precipitare nella strada incassata d’Ohain e scomparire nella voragine fino a riempirla (Citazione da “I Miserabili” di Victor Hugo).

Non vedevo l’ora che finisse. E finì finalmente 4 a 0 per loro, festanti e acclamanti.

Mentre a terra raccoglievamo intontiti le nostre cose, arrivò Gatanino furioso:

− E lo potevi dire che era la partita decisiva e avevamo bisogno di rinforzi: ci saremmo dati da fare! −  E così aveva salvato la faccia davanti a tutti.

Lo guardai incredulo, io a terra e lui alto e sinistro sopra di me. Non gli risposi neanche. Raccogliemmo le nostre cose e poi, mogi mogi come conigli bastonati tornammo alla sezione.

Non ci furono né gassose, né gelati e né tifosi festanti. Trovai nel taschino dei pantaloni che avevo lasciato lì, la copia della chiave e la consegnai a Nibuli Tipaldo, senza parlare. Poi andammo al treno ad accompagnare gli amici. Pagai io i biglietti sia per l’andata che per il ritorno. Ci salutammo con le lacrime agli occhi.

Gigino ed Enrico non li vidi più, andarono all’Università a Bologna e si piazzarono lì; Peppe e Cecè li incontrai spesso quando insegnai a Gioiosa, il secondo fortemente ingrassato. Totò Criniti visse alcuni anni di gloria: fu ingaggiato dal Locri e si fece onore finchè non si sposò e se ne andò a Milano o forse a Genova. Anche Pippo finì a Milano; Sandro gestisce un ristorante a Reggio e Nando ha messo su a Roma un’impresa di riscaldamenti, Nibuli Tipaldo si mise a studiare filosofia e diventò… filosofo. Con Gatanino: saluti e passa, anche quando fummo colleghi. Io non giocai più al calcio, e  neanche  Nicolino.  Ci dedicammo alla pallacanestro che allora muoveva i primi passi. Diventammo bravissimi: lui un harlem funambolico e imprevedibile, io preciso e devastante col mio gancio infallibile.

Durammo finchè non venne fuori l’altra generazione, quella cresciuta con gli omogeneizzati, alta e inarrivabile. Allora i Neanderthal dovettero cedere il campo ai più attrezzati Cro-Magnon.

Ah, dimenticavo: Pascali d’a Turri! Qualche volta ci incrociamo, ma frequentiamo ambienti diversi, percorriamo strade diverse, usiamo scale diverse: scale diverse, in ogni senso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DALLA PORTA NORD

La seconda domenica di settembre si celebra a Caulonia Città la festa di S. Ilario, il loro patrono. Non eravamo mai andati ma poi Testerrè seppe che davanti al Santo, durante la processione, si esibivano gli Sparatori che procedevano in doppia fila, sparando in aria con archibugi di loro fattura. Decidemmo di andarci.

− Però – dissi io – dovremo entrare dalla Porta Nord! −

Questa clausola prometteva avventura in quanto bisognava andare a piedi per la via Dromo, attraverso il Salìce e l’Amusa. Accettammo in cinque: io, il Bombolaro, Testerrè, il Fraddeco e Pippo. Saremmo partiti di sabato, con armamentario leggero; avremmo pernottato al Bosco dove c’erano in una casa il Triestino, Aurelio, Filicetto Ursino (l’ultimo dei Trizzutini) e Peppe Romano: ognuno avrebbe provveduto per sé, secondo l’antico adagio “ca cu’ mègghju si conza u lettu, mègghju si curca” (Chi meglio si aggiusta il letto, meglio dorme ).

La mattina ci trovammo al Club quelli della Marina, passammo a svegliare il Bombolaro, notoriamente ritardatario e ci apprestammo all’appuntamento dal Fraddeco, al Lume, sulla strada. Qui ci costrinse a sottostare alle sue leggi implacabili e dovemmo, volenti o nolenti, spalmarci i capelli con la famosa Linetti solida.

Eravamo quasi pronti sul piazzale, quando Testerrè pizzicò nella tasca dello zainetto di Tonino un foglietto di carta. Lo tirò fuori e lesse: cani e cavallo, fucile e pistola, stivali, cerbottana, bottiglietta porta insetti…. Era il suo promemoria per i bisogni del viaggio. Ci demmo tutti a canzonarlo: cavallo e fucile, pistola, e dove li trovavi?

− Vuattri ‘on capisciti nenti − rispose Tonino con logica incontestabile − Quandu unu faci l’elencu, nci azzicca tutti i cosi chi ‘nci vèninu a menti, poi chiju chi trova, trova…  − (Voialtri non capite niente. Quando uno fa l’elenco, ci infila tutte le cose che gli vengono in mente, poi quello che trova, trova. )

− E i tutti sti cosi chi scrivisti − gli chiese il Fraddeco − chi trovasti? − (E di tutte le cose che hai scritto, cosa hai trovato?)

− Chista − (Questa) rispose il Bombolaro e tirò fuori la bottiglietta porta insetti. Fu un attimo: il Fraddeco che aveva la fionda appesa al collo, caricò e sparò, lasciando Tonino col beccuccio in mano. Tonino si mollò alla cieca, a testa bassa, come al suo solito. Lo fermammo al volo e finì a ridere: Peppe rientrò in casa e gli portò una nuova bottiglietta, così potemmo partire.

Per il Bosco ci sono due vie, quella già più volte descritta di San Sostene, che porta al Bosco Sud, e quella di Maria che porta al Bosco Nord. Decidemmo di prendere quest’ultima, guidati dal Fraddeco: io avevo sempre percorso l’altra. Arrivati alla Cruci, invece di proseguire verso il Pugadi, svoltammo a sinistra lungo la chiesetta di San Giuseppe. Da qui le salite iniziavano subito ma non c’erano dislivelli terribili come nell’altra.

Fummo ai piani di Baudille, poi al Gurnale, al Forno e a Mangravite. Ora il panorama era superbo. Subito dietro il costone basso di Petrocunì la vista spaziava fino all’Aspromonte: aveva piovuto qualche giorno prima e la pioggia aveva purificato l’aria dalle impurità sospese. Il mare, al levantolo bonaccia, cangiante dal viola al celeste metallico, al blu cobalto, era una visione; in fondo Capo Zeffirio delimitava la conca di Gioiosa e sulla costa e sulle colline biancheggiavano i paesi noti o sconosciuti. Ci fermammo a guardare: ecco Siderno, Locri, Ardore, Bovalino… Lì Gerace, superba sui contrafforti tufacei…

– Quello è Canolo! No, è Agnana… –

Ecco San Luca, Caraffa, Platì… – Là, i piani di Zomaro! – Sotto, la massiccia mole della Torre e del Castello faceva da spartiacque tra Zirgone e u Vajuni: Roccella si apriva a ventaglio, regina sul mare.

Fummo a Maria. Qui  un bivere in pietra per gli animali e un cannolo d’acqua fresca per i viandanti: bevemmo a turno e ci sciacquammo e ci risciacquammo abbondantemente. Al Bosco l’acqua era preziosa e rara e bisognava lesinarla e riciclarla.

Ce la prendemmo comoda, non avevamo fretta e quindi piano piano salimmo ai piani della Mandria. Qui altra vista superba, così all’improvviso la bruna, imponente montagna del Mancino: la vedevamo tutta, dalle pendici alla cima.

− Dio è stato buono con noi Su-Yen! −

Esclamai rapito. La montagna infatti sembrava copia della scena clou di “L’Amore E’ Una Cosa Meravigliosa”.

− E sempi cu ‘ssu cànchiru i Giapponi!  − (E sempre con codesto canchero di Giappone! )

Mi fermò prosaico e dissacrante Pippo Favoino. Aggozzai per non ammazzarlo.

Ormai eravamo in cima: Cioni si può già chiamare propaggine del Bosco.

Ecco Caulonia, la nostra meta di domani, dall’altra parte del fiume; poi Placanica adagiata su un pianoro e Stignano arroccata “in cacumina” (“In cacumina muntis” = sulla cima della montagna: da Virgilio).

Presa  la  stradella del Bosco,  arrivammo  alla  casa dei Ferràtini, lì dove soggiornavano gli amici, proprio al centro dell’altipiano. Il Triestino stava cucinando fuori, all’aperto; Aurelio ci vide e ci corse incontro; Pepè e Filicetto apparvero sulla soglia dall’interno, richiamati dalle voci. Naturalmente non ci aspettavano: non c’erano allora al Bosco né il telefono fisso, né i cellulari. Il Triestino stava cucinando una pignata di fagioli: aveva acceso il fuoco a lato della porta e lo alimentava con della legna raccolta in precedenza.

Mario Lombardo “Tobia”, Vito Taverniti, il Triestino, Francuccio

Mario Lombardo “Tobia”, Vito Taverniti, il Triestino, Francuccio

Francuccio, il Triestino, Vito Taverniti

Francuccio, il Triestino, Vito Taverniti

− Jamu a caccia? – (Andiamo a caccia? ) A me dolevano i piedi e quindi invitai il Triestino a dargli il cambio. Così il Fraddeco e il Triestino “andarono a caccia”.

Intanto Pepè Romano e Filicetto si erano sistemati ed erano usciti. Filicetto il bello, il Tarzan della compagnia si offrì di insegnarci a lanciare il coltello: sistemò a distanza un tronchetto e lanciò. Il coltello colpì di manico e mi volò vicino. Lo presi, lo lanciai e il coltello s’infisse con eleganza nel tronco. Filicetto masticò amaro. Riprese il coltello e tirò ancora: buca anche stavolta. Me lo porse con sfida. Io lo bilanciai e tirai: centro! Avevo imparato alle Muntagneje. Cambiammo attività. Mi avvicinai a Pepè, di qualche anno più grande di me, cervello eclettico e fantasioso.

Con lui avevamo recitato nella filodrammatica dell’ A.C.I., lui Razzullo e io Benino. Lo avevo fatto disperare perché non mi attenevo al copione e cercavo battute a sorpresa. – Iooo sono il comico! – Mi gridava inviperito dietro le quinte. Io promettevo e cambiavo di nuovo: ogni sera una storia. Poi preparavamo “L’ORA JU”, un varietà all’aperto di cui eravamo le stelle, noi due e Nicolino Maraciciglia e Angelino Laganà con la sua fisarmonica, inventando gags irresistibili e punzecchiando con garbo i maggiorenti. Si unì anche Aurelio e passammo qualche ora in piacevole conversazione.

Intanto tornarono i “cacciatori”.

− Presto! Presto! Nascondiamola dentro! −

Entrarono e dal sacchetto tirarono una gallina insanguinata: la testa le pendeva, quasi mozzata dalla fiondata del Fraddeco.

− Attenzione che non si veda neanche una piuma! −

Raccomandò il Triestino ad Aurelio e Filicetto che già aveva iniziato a spennarla. Così, mentre fuori c’era l’alibi dei fagioli, all’interno preparavano la gallina.

Arrivò Fraddeco padre che era al Bosco con la moglie dondolandosi come John Waine in Ombre Rosse.

− Cosa state cucinando? −

− Fagioli! −

Rispondemmo all’unisono con sospetta sollecitudine.

− Mi dìssiru ca vìttiru ad iju −indicava il Triestino – d’i parti d’a vigna i Frascà, ‘nzemi a n’attru… −

(Mi hanno detto che hanno visto lui dalla parte della vigna dei Frascà insieme a una altro…)

− Si, − rispose il Triestino

− Eravamo andati a caccia di lucertole. −

− E ‘mbeci scumpariu ‘na gajina  − (E invece è scomparsa una gallina )

Il Fraddeco si guardava attorno in cerca di indizi ma non ne trovò, dette un’occhiataccia al figlio e senza degnarlo di una parola se ne tornò da dove era venuto.

Tra i due Fraddechi era in corso una Guerra Fredda da diversi anni. Noi continuammo impuniti la doppia attività. Intanto comunicavamo il nostro programma per l’indomani, invitandoli a partecipare, ma nessuno ne fu allettato. Uscirono tutti a passeggio per il Bosco: mi offrii di rimanere a cucinare. Avevo una ‘mpulla (Piaga) al ditone, mi ero tolto la scarpa e volevo che mi guarisse per domani. Rimasto padrone del campo, aspettai che i fagioli fossero cotti e li versai in una pentola più grande.

La gola d'ingresso ai Canyons

La gola d’ingresso ai Canyons

C’erano due teorie di pensiero circa la preparazione della pasta e fagioli, semplici e opposte: la prima prevedeva la cottura separata della pasta e poi la miscelazione con magari qualche minutino di cottura assieme; l’altra, la mia, imponeva la cottura della pasta direttamente dentro i fagioli. Così la pasta si insaporiva e si impregnava di sapore: a lasciarla riposare un pochino era una delizia. Così mi alternavo, fuori ai fagioli, dentro alla gallina che cuoceva in una pignatta di coccio. Appena li vidi tornare in lontananza, buttai i bucatini spezzati piccoli e quando arrivarono era ora di mangiare.

Sistemammo all’aperto, sotto il portico. Quando potei scodellare, la minestra si era riposata  e  tutti  l’attaccarono  a grandi cucchiaiate, sgranando gli occhi e approvando con significativi cenni del capo. Poi a piccoli gruppi scivolammo dentro a mangiare la gallina: se qualcuno, da lontano, stava aspettando di prenderci in castagna osservandoci furtivo col cannocchiale, poteva mettersi l’animo in pace.

Ora avevo esaurito il mio compito e furono gli altri a sparecchiare. Pippo, Felicetto e Aurelio, dietro la casa, scavavano una buca per sotterrare i resti del misfatto e cancellare ogni pur minima traccia. Io mi presi “L’altra Faccia della Spirale” di Asimov e mi sistemai sotto la quercia beato, al fresco, in pace con me stesso e col mondo. Andammo per visite; secondo le conoscenze ci dividemmo in gruppi. Io, Fraddeco e Testerrè andammo da Aldo de Paola, sul versante orientale dell’altipiano. Gli altri scesero giù.

Trovammo Aldo sotto la pergola mentre stava costruendo una radio: sul tavolo una copia di Radio Elettra e poi un fottio di valvole, fili, manopole, pinze di tutte le fogge e misure; su un tavolinetto più piccolo la carcassa in costruzione e una batteria Marelli di macchina. Aldo era l’uomo delle risorse e delle meraviglie. Ci accomodammo sulle sdraio e sulle amache del patio e accettammo il caffè che la madre e la sorella Agnese ci offrirono.

Poi Aldo ci portò a vedere il suo tesoro: sollevò una cerata militare e scoperchiò una Gilera rossa, aggressiva, perfettamente funzionante. Soltanto lui poteva aver avuto l’idea di portarsi al Bosco la moto. Eravamo ansiosi di provarla e così Aldo inforcò occhiali alla Nuvolari un caschetto in stile e mi invitò a salire. Partì a razzo, quasi sbalestrandomi dietro. Al Bosco non c’erano strade ma sentieri e lui guizzava sicuro, evitando pietre e ostacoli: non lo sapeva ancora ma aveva inventato il moto-cross. In lontananza scorgemmo il gruppo degli amici: accelerò e dette gas. Quelli si voltarono stupefatti e noi gli fummo addosso, costringendoli a disperdersi ai lati. Arrivammo fino ai Piruni e poi tornammo. Pippo e il Bombolaro ci tirarono dietro una manciata di more.

 

Caulonia La Porta Nord

Caulonia La Porta Nord

Poi toccò a Testerrè e Fraddeco salire.

A sera mangiammo a freddo. Noi avevamo le nostre colazioni, loro le scatolette, mettemmo tutto cameratescamente assieme. Fraddeco aveva i suoi al Bosco, andò a prendere un po’ di olive e di salame e un boccione di vino: di stare con loro neanche il pensiero. Ci aggiustammo per la notte. Loro avevano portato le brandine da campo. Noi dovevamo arrangiarci. Fu a questo punto che Tonino lanciò a Pippo la frase che resterà famosa:

− E tu cu ‘na frasca pe’ matarazzu e na petra pe’ cuscinu, non stai còmmitu?!… − (

(E tu con una frasca per materasso e una pietra per cuscino non stai comodo?! −)

Al che Pippo, indispettito rispose:

− Vidimu comu stai còmmitu tu  − (Proviamo come stai comodo tu )

E Tonino di rimando:

− Eu a tia tu dissi (Io di te parlavo: 2.a persona singolare ): seconda persona singolare −

Io trovai  dentro il forno dei sacchi, usati per il trasporto dell’uva dalla vigna al palmento e me li sistemai alla meglio: gli altri si provvidero.

Al mattino prendemmo il caffè, salutammo gli amici e partimmo: ci saremmo lavati a Salìce, per risparmiare acqua. Andammo per S. Onofrio e scendemmo a Salìce per la ripida stradella. Alla fonte ci abbeverammo, ci sciacquammo, riempimmo le borracce e andammo al laghetto, tanto prima delle undici era inutile arrivare. Ci spassammo alquanto e poi riprendemmo. Il piede non mi faceva più male: mi avevano dato due bei cerotti e con questi avevo eliminato l’attrito.

Fummo all’Amusa, lo costeggiammo finchè trovammo un guado di pietre messe a giusta distanza sul filo della corrente.

Qui il traffico si intensificava: tutti quelli che provenivano a piedi dalle varie contrade, dovevano passare  di  qua.

Salimmo per la strada sterrata e poi per i tornanti di pietra ed ecco, bello e imponente, l’arco della Porta Nord. Ci fermammo sul piazzale, recinto da un basso muricciolo sbrecciato ad ammirare il panorama. Di fronte, i piani del Bosco: riconoscevamo le bianche casette. Ecco le case dei nonni, quella di Mastro Ciccio u Barveri, là sotto a Bejumundu (14);

− ecco la casetta di Aldo De Paola!… −

Eppoi la vasta area alluvionale del tremendo Amusa e la montagna del Mancino vista, ora, di lato. Entrammo in paese. Subito dopo la Porta un ristorantino: “Da Francuccio”.

− Cca venimu u mangiamu, accussì ndi fannu u scontu! (Verremo a mangiare qui così ci fanno lo sconto! )

Esclamò Testerrè rivolto a me, gli altri ammiccanti. Arrivammo alla Mesa piena di bancarelle, di gente, di festoni, come in tutte le feste. Sentimmo scampanare e poi i botti: era uscito il Santo. Fendemmo la calca e ci attestammo su un montarozzo (Belmondo) in uno spiazzo libero da case. La processione avanzava lentamente: davanti le Donne Cattoliche in doppia fila, in mezzo i Fanciulli Cattolici con fascia azzurra di traverso sul petto, poi tre fratellanze coi mazzieri impettiti e vanagloriosi, infine la banda e poi, proprio davanti al Santo, i famosi sparatori.

Erano una ventina, dieci per parte. Avevano costruito i loro archibugi con tubo da fontana, montato su un triangolo di tavola a forma di calcio, dietro il tubo il cane con la pietra focaia, alla cintura un sacchetto per la polvere , una bacchetta, uno straccio. Caricavano ad avancarica. Fra di essi, inconfondibile, vidi la sagoma da gorilla di Tanu Mussulongu.

Lui e la sua banda di caprai avevano sorpreso un giorno me e Nino Chiefari sotto i Canyons della Muntagneie: noi sotto e loro sopra. Avevano cominciato a bersagliarci di toppe. Noi correvamo per uscire, ma loro si divisero in due bande e ci tagliarono la strada. Ci fischiavano toppe da tutte le parti.

Sì, d’accordo, le toppe sono terra  pressata, non pietre, ma da

quella altezza potevano far male sul serio. Ora eravamo accerchiati: noi sotto e loro metà da un lato e l’altra sul lato opposto del canyon. Eravamo disperati: chiedevamo tregua: − Ci arrendiamo! − Niente. Loro implacabili. Trovammo scampo in una specie di colonna cava, protetta da un masso resistito all’erosione, per cappello. I colpi non potevano raggiungerci direttamente ma le toppe si spaccavano sulla parete e ci sotterravano. Non potevamo muoverci. Decidemmo di fare l’unica cosa possibile: aspettare il buio e cercare di svicolare non visti attraverso la strettoia d’ingresso, ben consci che se ci avessero pizzicati lì saremmo stati senza difesa. Intanto cercavamo bramosi, come animali in trappola, una via alternativa e meno pericolosa.

Proprio in fondo al canyon, vedemmo una frana; sopra un grande masso e su in cima un ulivo era rimasto per metà nel terreno e le restanti radici scendevano libere sul vuoto, lambendo la frana. Ecco, protetti dal buio, potevamo scalare la montagna di ghiaia, raggiungere il masso e di qua arrampicarci su per le radici e uscire dalla trappola.

Tramontò il sole e dopo dieci minuti, in quelle gole profonde, fu buio pesto. Ormai non arrivavano più toppe e non sentivamo nessuno: certamente gli assedianti si erano spostati a presidiare la strettoia. Uscimmo, arrivammo al costone, scalammo a mani e piedi la montagna di sabbia e pietrisco cedevole e fummo sotto il masso. Qui ci demmo a scavare con delle pietre aguzze una specie di scaletta incassata. Così salimmo sulla pietra, afferrammo le radici sporgenti e penzolando pericolosamente su uno strapiombo di almeno 10 metri, fummo in salvo, sul piano.

Da qui ci allontanammo in direzione inversa, verso la Grazia, poi trovammo un punto accessibile alla discesa soltanto in prossimità del Pugade e così arrivammo alla Croce, alla Piazza, alla salvezza.

A notte schiumavo rabbia e voglia di rivincita: sognavo cannoni, mitraglie, lanciafiamme, bazooka per farli correre terrorizzati col fiato tra i denti.

Al mattino ci trovammo con Nino: aveva parlato con suo fratello Gino, della banda di Pujicino. Niente da fare: tra Zirgunari e Cafunari, quartieri contigui, non ci sarebbe stata guerra.

Io proposi di rivolgerci ad Alberto Misuraca, che era quasi dei nostri. Lo trovammo in officina: mentre gli narravamo i fatti guatava torvo e digrignava i denti.

− Si − disse infine − l’avrebbero pagata.

Dopo qualche giorno ci ritrovammo. Alberto aveva parlato con Mimmu u Landaru e Peppi i Cenzu, d’a forgia. Loro ci avrebbero costruito delle grandi forchette di ferro da piazzare nel terreno, lui avrebbe provveduto per gli elastici e per i proiettili. Tranquilli che fra qualche giorno li avremmo fatti correre. Intanto si erano uniti a noi anche Franco Cremona e Mimmo Cuzzola, cugino di Alberto.

Domenica facemmo le prove: ci spostammo alle Lacche e Alberto ci mostrò il funzionamento delle macchine. Erano delle enormi fionde: dovevano essere confitte nel terreno a mezzo di un martello di gomma (per non farci sentire dal nemico); per proiettili c’erano pronti dei pezzi di ferro da otto, piegati a “U”. Trovammo un campo e provammo: tre per ogni pezzo. Lanciammo: avevano una portata di una ventina di metri. Alberto armeggiò con gli elastici, li accorciò e tirammo ancora: il tiro adesso era raddoppiato e il proiettile andava preciso e senza sbandamenti con un fischio lacerante e sinistro. Decidemmo di attaccare sabato, un po’ prima del tramonto.

Ci riunimmo da Alberto, alle Palmare: eravamo in sei: io, Nino, Alberto, Mimmo Cuzzola, Franco Cremona e il Landaro, nipote della Guardia. I primi tre a un pezzo, gli altri all’altro.

Partimmo verso il Pugade. Volevamo andare sul sicuro per non essere scoperti prima: la sorpresa era essenziale per la riuscita della operazione.

Una volta in cima avanzammo pianissimo, albero dietro albero: Mimmo Cuzzola a fare da vedetta e battistrada. Superammo Zirgone, i canyons, il Cavone e disperavamo di trovarli, quando Mimmo ci fece gran segni con le mani: erano là, sulla timpa sopra il cimitero. Stavano giocando alla “Singa” su un terreno che avevano ricavato pestandolo coi piedi: c’era anche il Mussulongu.

Alberto impartì gli ordini piano: noi saremmo arrivati loro di fianco; Franco, Mimmo e il Landaro dovevano tornare indietro, aggirarli, e piazzarsi alle spalle: erano in otto ed era bene lasciare loro una via di fuga. Poi li avremmo bersagliati dall’alto.

Aspettammo che si compisse la manovra, intanto piazzammo la fionda picchiando col martello di gomma sugli stracci che avevamo portato. Anche l’altra squadra era ugualmente attrezzata. La vedemmo riemergere da dietro gli ulivi e prendere posizione: piazzarono la fionda; Alberto col braccio teso aspettò che tutto fosse a posto e dette il segnale: partirono i due proiettili fischiando sinistri: li sentirono arrivare e guardarono perplessi: uno li superò alto sulla testa, l’altro colpì uno di loro a una coscia. Ci mettemmo a urlare e loro scapparono terrorizzati giù per la ripida scarpata. Corremmo anche noi e piazzammo le fionde recuperate sul crinale.

− Fuoco su Tano, testa di mmerda! −

Lanciammo alto, a parabola. Lo colpimmo alle spalle. Lui già curvo per natura, perse l’equilibrio e rotolò giù, superò delle basse aloe e precipitò di peso in una macchia di fichidindia.

Caricammo ancora, sempre gridando insulti da raccapriccio.

Lui si alzò e correndo a morimamma raggiunse gli altri sulla strada asfaltata, ormai fuori tiro. Gli facemmo il nostro sprezzante presentat’arm col braccio. Poi lo vedemmo denudarsi e coricarsi sul muretto del ponticello mentre i suoi accoliti attorno gli toglievano le spine.

Ora era là, davanti al Santo, tutto fiero come se toccasse le pudenda di Giove, col suo musone da somaro. Caricava: Pum! A destra. Scialapopolo! Caricava: Pum a sinistra. Ah! A parmara! Cosa fetusa! (Ah! La palma (quella dei fuochi artificiali). Cosa schifosa! ).

Chiesi al Bombolaro se aveva la cerbottana. Lui tolse dallo zainetto la scatola, l’aprì e me la offerse come si offre un sigaro. Io la presi, scelsi un colpo, saggiai la presa della spina di ficodindia sul fiore.

− Aspettatemi! − Mi feci largo a gomitate tra la folla dei fedeli e faticosamente risalii la processione. Superai la banda, superai il Santo, superai gli sparatori e osservai Tano, aspettandolo sotto l’arco di un sottoscala. La processione s’era fermata per permettere a questi di ricaricare. Io li seguivo a lato aspettando. Ecco che, al comando del mazziere, si fermarono, calcio alla spalla e canna in alto per sparare. Fu in quell’attimo che fiatai con tutta la forza e lo presi sotto l’ascella. Si contorse come una marionetta dal filo rotto: il fucile gli era cascato dalle mani e lui armeggiava per liberarsi dal dardo. Mi abbassai scomparendo tra la folla. Mi trovai il Bombolaro vicino. Mi richiese la cerbottana, gliela diedi ed egli inseguì la processione. Aspettò che si fermasse e gli lanciò un altro confetto prendendolo al collo.

Manco a dirlo, tutti quanti vollero sfruttare l’occasione e vendicare l’antica offesa. Non uno sbagliò il colpo.

Contenti e soddisfatti ci lasciammo superare dalla processione. La lasciammo passare, tanto ormai avevamo visto tutto e tornammo alla Porta Nord “Da Francuccio”.

C’era già gente, per lo più ferari e turisti come noi. Ci sistemammo a un tavolo accanto a una finestra con vista della Porta Nord, di lato all’entrata. Conoscemmo il Francuccio: grasso, capelli unti, barba lunga e grembiule più da macellaio che da ristoratore, unghie da troppitaro (Operaio del frantoio)

Chiedemmo  un po’ di antipasto e delle birre: non ci sembrava tanto raccomandabile da chiedergli il vino. Mentre aspettavamo Tonino, che guardava verso la cucina, ci fece segno; guardammo anche noi e vedemmo la moglie di Francuccio che con la massima naturalezza, cambiava i pannolini al bambino. Ci guardammo attorno con più attenzione: sul marmo della finestra riposavano, chissà da quanto tempo otto mosche rinsecchite; le tende non conoscevano l’affronto di una lavanderia da parecchi lustri.

Cominciammo ad arrotare i denti. Arrivò l’antipasto: un piatto di olive molli, un altro con fette di salame giallo e addimurato (Passato), il pane chiaramente riciclato da tavolate precedenti.

Chiedemmo delle fettuccine per primo e della salsiccia per secondo. Intanto commentavamo: il Bombolaro era del parere di rovesciare la tavola e andar via subito. A me l’idea non dispiaceva. Aspettammo. Arrivarono le fettuccine ma imbastardite dalla presenza di rigatoni, penne, bucatini e cannarozza. Chiedemmo ragione a Francuccio e ci rispose che:

− Tanto, sempre pasta è… −

Mangiammo irritati e malevoli.

− Ma ‘sta bestia sapi cu’ cui si misi? – (Ma questa bestia sa con chi ha a che fare? )

Brontolò il Fraddeco, mentre Pippo e Testerrè prevedendo l’epilogo e già sorridevano sornioni. Arrivarono le salsicce: grandi quanto un pollice, con patate fritte in olio Fiat riciclato.

Decidemmo di fargliela pagare: chiedemmo un’altra birra ciascuno, la sorseggiammo tranquilli, ridendo e scherzando a voce alta. Poi chiedemmo il conto: ce lo portò, sproporzionato e assurdo. Non facemmo eccezioni e Fraddeco si mise in piedi come per raccogliere i soldi: noi li porgevamo. Il Francuccio, tranquillizzato, tornò in cucina. Fu un attimo, volammo fuori, guadagnammo la Porta Nord, la loggetta e via a rottadicollo per la discesa. Ci fermammo al guado. Ci girammo e lo vedemmo in alto, sul muricciolo col suo ridicolo grembiule che ci mostrava i pugni. Gli misurammo il braccio all’unisono e lo lasciammo lì, urlante e maledicente come il Ciclope dietro la barca di Ulisse.

Rientrammo a Salice e ci soffermammo alla fonte, poi ci spostammo al laghetto e meriggiammo felici fino al tramonto, attaccammo quindi la dura erpicata dietro S. Onofrio e raggiungemmo il Bosco che era già buio. Arrivammo alla casa dei Ferràtini, stranamente buia e chiusa. Pensammo che gli amici fossero andati in visita e li aspettammo, anche se fuori erano state rimosse le sedie, il tavolo, le sdraio e le amache. Attendemmo qualche ora e ci convincemmo che gli amici se ne erano tornati a Roccella: qualcosa era certamente accaduta. Sapemmo poi che il Triestino era malamente caduto e si era rotto il braccio: ‘jestimi d’a gajina (vendetta della gallina).

Di entrare in casa non se ne parlava: sbarre alle finestre; portoncino metallico, piano superiore irraggiungibile.

− Tornamundindi a casa  − (Torniamocene a casa)

Concluse Testerrè, come sempre pratico.

− No, veniti cu’ mmia! − (No, venite con me )

Ci arringò il Fraddeco. Lo seguimmo verso Cioni, al buio, in una notte senza luna.

Vedemmo un cancelletto e una recinzione a muro. Peppe ci invitò a scavalcare. Dentro c’era una casetta bassa e semplice: una porta centrale, una finestra da una parte e una dall’altra. Ci spostammo sul retro dove c’era un’altra finestra. Peppe chiese a Testerrè le scarpe da passeggio che portava annodate al collo, vi infilò una mano e con questo tipo di guanto frantumò il vetro. Capimmo le intenzioni e cominciammo a forzare la debole imposta di legno. Cedette e scavalcammo: eravamo nel cucinino.   Facemmo luce con gli accendini trovammo un mozzicone di candela e la accendemmo.

Io pensai subito alla notte: mi lanciai in camera da letto e afferrai un saccone e un cuscino. Fraddeco fece altrettanto; Testerrè trovò sul tavolo una specie di tappetino spelacchiato mentre Pippo e Tonino rovistavano in un armadio alla ricerca di coperte e qualunque morbidume per la notte. Eravamo stanchi, delusi e assonnati.

Ci eravamo da poco sistemati per la notte quando cominciò la sete: le olive e il salame addimurato del Francuccio. Ora capimmo l’errore: nessuno aveva pensato a riempire la borraccia a Salìce, oppure non volevamo caricarci un sovrappeso nella salita, tanto un bicchiere d’acqua lo avremmo trovato dagli amici e la mattina dopo saremmo passati da Maria. Ora ci accorgevamo di quanto fossimo stati superficiali. Chiedemmo al Fraddeco di andare a casa sua a prenderla.

− Mancu mortu! – (Neanche morto! ) Per nulla al mondo avrebbe svegliato suo padre. Poi raddrizzò la testa e mi disse:

− Frà, veni cu mmia! − (Fra’, vieni con me! ) Prendemmo una cortara che c’era in cucina e andammo all’acqua, così, al buio. Non saprei dire dove mi portò. So soltanto che scendemmo lungo una scarpata, reggendoci ai cespugli e procedendo a tastoni. Arrivati giù, molto giù, sentimmo nel silenzio della notte un gorgoglio d’acqua. Trovammo la fonte, lavammo la cortara e la riempimmo, ci servimmo abbondantemente e riprendemmo, questa volta in salita. Ora era molto difficile procedere di concerto: la cortara ha la bocca larga e se non viene tenuta orizzontalmente perde l’acqua. Avevamo trovato il sentiero che portava su, ma era previsto per una sola persona. Ci ammazzammo ma infine fummo in cima, arrivammo alla casa e offrimmo loro da bere.

Fu a questo punto che mi accorsi che il Bombolaro si era preso il mio saccone. Lo richiesi ma lui rispose che  “cui  a Roma jiu, u lettu perdiu” (“Chi a Roma è andato ha perso il letto”. Io mi rifeci al Jus Gentium, chiedendo la solidarietà degli altri: infine ero andato, ammazzandomi, a prendere acqua per loro. Nessuno, stranamente, prese posizione. Ero troppo stanco per affrontare il Bombolaro lì, al buio, allora detti un calcio alla cortara che si ruppe in mille pezzi allagando la stanza, presi il mio zainetto e me ne andai. Fuori mi accorsi di aver agito d’impulso: la notte era buia , la strada pericolosa, ma ormai era fatta e non potevo tornare indietro.

Attraversai tutto il Bosco sentendo i cani che man mano mi abbaiavano contro: raggiunsi la casa del bisnonno, attraversai l’aia e affrontai la discesa selvaggia verso San Sostene. Anche questo era un sentierucolo tagliato tra la macchia mediterranea e tenuto vivo soltanto dal frequente passaggio umano. Intanto mi ero un po’ abituato all’oscurità e in poco tempo, malgrado qualche capitombolo, fui al bivio di Salice.

Ora la strada era più larga e arrivai al malpasso sopra il Purgatorio. Qui la stradella incassata era viscida e falaccosa per le orine degli asini che non trovavano scolo. Poi attaccai la discesa piano, sempre attento e spesso carponi e così arrivai al Pugade, da qui fu agevole fino alla Croce e poi Roccella illuminata e accogliente. Arrivai a casa di mia nonna, trovai la chiave nel buco nascosto, entrai piano e mi misi a letto, addormentandomi subito. Dormii fino a tardi. In mattinata feci una corsa a casa a dire che ero vivo, andai a mare, pranzai e tornai da mia nonna a riposare e leggere. Verso le quattro sentii il noto fischio di Testerrè, giù, nella piazzetta del Dormitorio. Mi affacciai e gli feci cenno di salire. Mi raccontò l’epilogo della gita. Dopo la mia sortita, avevano rimproverato il Bombolaro.

La mattina, girando per Cioni, avevano trovato dei cespugli di corbezzoli e more. Tutti si erano riempiti gli zaini. Mentre procedevano in fila indiana, Tonino gli aveva mollato una bastonata sullo zaino per schiacciargli le more; lui aveva le scarpe da città in mano e gliele aveva mollate in faccia. Ne era nata una colluttazione: gli altri intervennero, ma tutti contro Tonino, ognuno dichiarandogli la propria inimicizia. Così loro erano tornati da Maria e il Bombolaro, solo e rejetto, da San Sostene.

− Cu’ iju finisci sempi a schifìu! − (Con lui finisce sempre a schifo )

Lo seppellì definitivamente Peppe. Col Bombolaro poi mi riappacificai a Roma, dove passammo due anni indimenticabili e, contraddicendo le previsioni di Peppe, non finimmo a schifìu.

*   *   *

Nota senza importanza:

i canyons furono completamente distrutti per la costruzione del depuratore. Ero sposato da poco quando arrivò trafelato Franco Cremona: − Franchicè, stannu distruggendu i muntagneji! −(Franchicè, stanno distruggendo le muntagneje! ) Corremmo. Già le ruspe avevano lavorato da diversi giorni: il sito era irriconoscibile. − Assassini!  Assassini! − Gridammo inascoltati in mezzo alla polvere. Poi tornammo, vinti e delusi, con la morte nel cuore.

MIA FAMIGLIA E PATRIMA

La mia, come tutte le famiglie, è il coagulo di due storie: quella paterna e quella materna. Cominciamo dalla seconda. L’avo più antico che di questa si ricordi risale a diversi secoli fa, certo Michele Ursino, pescatore, proprietario di barca. Orbene, mentre Michele si trovava al largo a pescare, fu intercettato da una feluca saracena, fatto prigioniero, sequestrata la barca e condotto a Tunisi. Qui gli venne posta l’alternativa davanti al Gran Muftì: o fare lo schiavo o farsi musulmano.

− Eu mi fazzu musulmanu − (Io mi faccio musulmano ) Rispose il mio intraprendente avolo all’interprete. Prese il nome di Oman Selim e visse a Tunisi per otto anni.

A Roccella lo piansero per morto, non avendo più notizie di lui. Naturalmente a Tunisi il Michele-Oman fece quello che sapeva fare, cioè il pescatore, probabilmente gli avevano lasciata anche la barca. Ma si sa, il pensiero della patria e della famiglia lontana è uno dei sentimenti più forti e insopprimibili dell’uomo, così, un giorno che si trovava al largo di Tunisi e sentì il vento favorevole, mise la prua verso l’Italia e ricomparve a Roccella con barca, nome, vestito e trizzo (Treccia) alla Turca.

Immaginarsi la scena, l’accoglienza, l’incredulità iniziale, la gioia dopo otto anni. Ora però bisognava operare l’inversione e rientrare  nelle braccia di Santa Romana Chiesa con la cerimonia di abiura. Questa poteva essere celebrata soltanto dal Vescovo, così tutta la famiglia e il parroco, sempre in barca, andarono a Gerace Marina; qui fittarono un baroccio e salirono a Gerace per la cerimonia. Durante questa il momento più toccante fu certamente il taglio della treccia che fu consegnata al cristiano ritrovato. Per questo motivo la famiglia di mia madre fu poi chiamata  “chiji  d’i  Trizzùtini”  cioè  quelli della Treccia.

Marcello Zanotti

E io questa treccia l’ho vista da giovincello, invitato alle Timpe in casa di parenti: era infilata in una calza, conservata in un casciune. Poi questi parenti – Ursino – emigrarono a Genova, vendettero tutto e naturalmente anche la treccia si perse.

Già gli Ursino erano diventati legione (ce ne sono molti ancora oggi) quindi un ramo cambiò la “o” in “i” e divennero Ursini. Io discendo da questi.

Un altro capostipite lo si ritrova molto più tardi e viene dal Piemonte: Marcello Zanotti.

Questi era maestro e aveva due figlie signorine, anch’esse maestre: Ernesta e Noemi. Laura nascerà a Siderno.

Dopo l’unificazione dell’Italia si poneva, specialmente al Sud, il problema della Scuola: ben il 90% della popolazione era analfabeta e quelle poche scuole esistenti erano in mano ai Preti. Si sa come il Vaticano, dopo la prima vampata illusoria di Pio IX, abbia osteggiato la formazione dell’Italia, specialmente dopo la presa di Roma e il divieto (non expedit) a tutti i Cattolici di votare e collaborare con lo Stato Italiano, pena la scomunica. Quindi nelle Regioni illuminate del Nord si lanciò una campagna per sensibilizzare i maestri a spostarsi al Sud.

Orbene Marcello Zanotti, la moglie e le sue due figlie giovanissime, non certo per ragioni economiche ma per puro senso di apostolato, lasciarono  le confortevoli Regioni del Nord, la sicurezza, l’agiatezza e partirono in diligenza.

Rimane un diario olografo di questo viaggio: io l’ho visto e ho anche aggiunto una nota in occasione del lancio dello Sputnik. Ora lo avrà qualcuno dei Baudille, a Reggio. Orbene, partirono questi Argonauti da Saluzzola di Biella, diretti a Siderno. Giunti a Rocca di Cambio furono sorpresi da una tempesta di neve; si ruppe anche il mozzo di una ruota su un masso non visto e rimasero immobilizzati, di notte. Furono assaliti dai lupi e Zanotti e il postiglione dovettero difendersi a fucilate.

Dal volume di Enzo Macrì: Roccella Jonica ieri e oggi

Dal volume di Enzo Macrì: Roccella Jonica ieri e oggi

Ripartiti, arrivarono dopo  altre  peripezie,  a  Siderno Superiore e qui cominciarono a insegnare. Abitavano in una casa piena di passaggi segreti: mobili che si spostavano lasciando intravedere anfratti nascosti che giravano tutt’intorno alla casa…

Da Siderno vennero a Roccella e furono i maestri dei maestri di tutti gli altri maestri: portarono a Roccella la Scuola laica di Stato, aperta a tutti, maschi e femmine. E Roccella non ha una via, un vicolo, una piazzetta che lo ricordi! Ernesta, la maggiore, sposò il pittore Raffaele Ursini. Un altro personaggio degno di nota.

Raffaele era anch’egli figlio di un pescatore proprietario di barca, ma il padre non voleva che seguisse la sua vita di pericoli e lo aveva messo a bottega da un barbiere. Qui, giovane apprendista, conobbe un pittore napoletano, certo Gravante che era venuto a dipingere i nostri paesaggi, le nostre marine, i nostri personaggi. Raffaele cominciò a seguirlo nelle sue scorribande alla ricerca di luoghi e volti: imparò a preparare i colori e cominciò ad avere dimestichezza con la sanguigna. Il Gravante si accorse che il giovane aveva buona mano e, alla sua partenza, convinse il padre ad affidarglielo perché studiasse a Napoli. Così Raffaele frequentò l’Accademia e poi la Facoltà di Architettura. Qui a Napoli egli acquisì il meglio della sua arte dai maestri del Verismo napoletano: i colori, i paesaggi, la ritrattistica.

Andò poi,militare di Marina, a Venezia e qui si contaminò con la parte leziosa, i tiepolismi neo classici, il gusto per le allegorie, la seconda natura, decadente delle sue opere. Da giovane fu in Argentina e affrescò la cattedrale di Rosario. Tornato in patria, costruì a Roccella il palazzo in stile veneziano, detto “u palazzu ‘mericanu” e sposò Ernesta, la figlia dello Zanotti, mia bisnonna. Ebbero tre figli maschi: Amedeo, Gildo, Silvio e una femmina: Maria. Questa sposò il capostazione Francesco Muscolo, di servizio a Caulonia. Era questa una delle stazioni più malariche della costa: Francesco la contrasse: ormai troppo tardi, lo trasferirono a Locri.

Un giorno, mentre Raffaele stava dipingendo l’abside della Chiesa Madre di Roccella (quella con l’Assunzione in Cielo), gli portarono la notizia che il genero era morto, lasciando tre figlie signorine e uno adolescente. Gettò via i pennelli irato e non finì l’opera. Mancano infatti le ultime caratterizzazioni: ci si accorge che le facce sono tutte uguali, ancora una figura, sulla destra, è semplicemente abbozzata.

La maggiore delle figlie ormai orfane era Silvia, mia madre. Ella sposò un maestro di scuola: Eugenio Franco, mio padre.

Della famiglia di mio padre non ci sono molte notizie, né egli parlava volentieri di sé:

− Noi siamo stati come compagni di viaggio −

mi disse una volta, forse presago della sua fine vicina.

So da altri che il mio bisnonno era fabbro ferraio e maniscalco. Ebbe quattro figli, due maschi e due femmine: Francesco e David, Annarosa e Stella. Aveva anche una sorella, maritata Spanò che ebbe un figlio: Don Vincenzo Spanò, parroco. I fratelli Francesco e David misero su una falegnameria nella Strada Nova all’imbocco con vico Martiri: vendevano e lavoravano legname. Annarosa sposò un bottegaio della Croce e Stella non si sposò, divenne suora laica: a zzì Stella, che visse insieme al parroco Don Vincenzo. La ricordo, sempre vestita di scuro con un cuore di Gesù ricamato sul petto. Mio nonno Francesco e lo zio David, da giovani andarono a lavorare in Brasile. Nello stesso loro cantiere lavorava un certo Lorenzo Mazzitelli di Tropea. E fu in Brasile che si combinò il matrimonio tra mio nonno e una cognata del Mazzitelli: Caterina Ruffa. Così iniziò l’asse Roccella Tropea e viceversa. Al Mazzitelli venne dato il nomignolo di “U Stuppa” a via dei suoi baffoni cespugliosi.

Lo zio David era il teatro e la televisione di allora. Abitava nella parte più profonda della Ruga Grande e la sera tutti i ragazzini del vicinato lo andavano a prelevare e lo portavano nella casa  di  Don  Nicolino  Cunia,  proprio  all’angolo  sulla Strata Nova. Qui tutti si accovacciavano alla meglio e lo zio David iniziava a raccontare di Orlando, di Merlino, di Melisenda e del Cavallo Alato. Era un ottimo fabulatore e aveva un repertorio ben fornito.

Mio padre ebbe un fratello, Ernesto e una sorella Mariarosa, maritata Cappelleri. Fu seguito negli studi dal parroco Don Vincenzo. Compì gli studi all’Istituto Tecnico di Siderno, alzandosi ogni mattina alle quattro e rientrando alle quindici. Era un lettore formidabile e acquisì una cultura enciclopedica. Fece il cameriere a Milano e la Guardia Confinaria, poi ritornò, prese la Patente di Maestro e iniziò a insegnare nelle campagne di Caulonia, poi a Martone, poi sempre a Roccella. Sposò a trenta anni mia madre, donna Silvia ‘i donna Maria d’u Pitturi, la maggiore delle orfanelle del capostazione Muscolo. Mio padre era detto per retaggio familiare “U Terribili” e certamente gli antichi non davano a caso certi epiteti.

Aveva però un altro volto, quello dell’ironia, della battuta pronta e pungente, detta senza malignità ma sempre disarmante. Una volta Testerrè aveva comprato uno dei primi registratori a nastro “Geloso”. Lo montammo e lo nascondemmo pronti a carpire le elucubrazioni paterne. All’uopo avevamo anche una macchina fotografica, una delle prime col flash, questa in bella vista. Arrivò mio padre, guardò, passò via e poi con indifferenza:

− Ssa cosa chi è? −

− E na vidi? Na màchina fotogràfica!  −

− I cui è? −

− A mia −

− E cu quali sordi a ccattàstivu? −

− Chi sordi mei −

(Codesta cos’è? –

− E non lo vedi? E’ una macchina fotografica –

− Di chi è? –

− E’ mia –

− Con quali soldi l’avete comprata? –

− Coi soldi miei ).

Valerio, silvia, Francuccio e Bobi

Valerio, silvia, Francuccio e Bobi

Subito accaldandosi, cambiando tono di voce e dandosi grandi pacche sulla noce del collo:

− Chi sordi i stu cozzu! I stu cozzu! (Coi soldi di questo collo! di questo collo…−) Villano vagabondo, negligente e lussurioso, pigro, infingardo, neghittoso e poltrone nonché pingue e fannullone! −  E chissà quanti ancora ne avrebbe infilati se non lo avessi fermato, abbacinandolo con un flash in piena arringa. Ne fu spiazzato e si zittì. Intanto Testerrè aveva riportato  indietro  il nastro e dal registratore riprese la filippica. Lui guardava l’aggeggio con attenzione ma senza mostrare alcuna emozione.

Così quando finì domandò candido a Peppe:

− Cumpari, adduvi u ccattàstivu? −

− A Sidernu −

− E quantu u pagàstivu? −

− Quarantamila liri −

− Cumpari, e non fujiti u viditi si vi tòrnanu i menzi sordi ca fati n’affari! −

(Compare dove l’avete comprato?

– A Siderno –

− E quanto l’avete pagato? –

− Quarantamila lire)

− Compare e non correte a vedere se vi restituiscono la metà dei soldi, chè fate un affare! −)

Così ci aveva sconfitti. Ma io avevo ancora un  asso nella manica: la fotografia. Quando la ebbi non mi deluse: Frankestein, Gudzilla e mister Hyde nulla avevano a che spartire con la bestia selvatica, ringhiante e distorta ivi effigiata. Lasciai la foto bene in mostra sul tavolo. Mio padre la fece a pezzettini. Io la ristampai e anche questa scomparve, così per diverse volte finché la foto rimase sul tavolo. Avevo pareggiato: 1 a 1.

Ricordo l’eccitazione nostra per quel festival di Sanremo. Dopo anni di Orchestra Angelini e di Achille Togliani, finalmente al Festival arrivavano i nostri: Mina, Caselli, Dallara e specialmente Celentano. Eravamo tutti dinanzi alla tv in casa mia, tutti seduti in spasmodica attesa. Come si sarebbe presentato Celentano? Col vestito tradizionale o coi jeans? Mio padre passeggiava sornione su e giù senza compromettersi ai tozzulijamenti (provocazioni)

che gli arrivavano da più parti. E giunse il gran momento: tutti con gli occhi di fuori, protesi in avanti “intentique ora tenebant”. Finalmente apparve, di spalle, e attaccò: Con ventiquattromila baci…

Fu un urlo, un tripudio da gol, ci abbracciammo e saltammo. Mio padre zitto. Tornata la calma, Testerrè gli chiese sfottente:

− Cumpari, vi piazzi? −

Tutti zitti in attesa.

− Vorria u sacciu quanti sordiceji nci cogghjiru a chissu pemmu u faci ssa parti senza màschera! −

(Compare, vi è piaciuto? –Vorrei saper quanti soldini gli hanno raccolto perché facesse quella parte senza maschera! −).

Disse melenso, sbattendo la testa con commiserazione e distruggendoci tutti.

Palestra delle battute di mio padre era la barberia di Mastro Ciccio, giù nella piazzetta. Naturalmente al Circolo ne avrà buttate migliaia ma queste andarono perdute. Qui invece i garzoni di bottega me le riferivano e qualcuna si è salvata.

− Professuri, i vidìstivu l’Olimpiadi? −

− L’Olimpiadi? Eu non sacciu s’eranu chissi. Mìsiru na corda, poi ‘nu Nigru sartau, sacciu quantu metri sartau, e l’applausi si perdenu… −

(Professore, avete visto le Olimpiadi? – Le Olimpiadi? Io non so se erano quelle, stesero una corda, poi un negro ha saltato, non so quanti metri ha saltato, e gli applausi si sprecavano… −).

Era il tempo in cui io facevo l’archeologo a S. Onofrio e mio fratello Valerio andava a lavorare con Sciàbola e Zinagra per farsi i soldini per il campeggio.

D’u restu, d’i figghjoli mei non mi pozzu lamentari: unu vaji e cava morti ‘nta’ssi ripati, l’attru carrija petri ‘nta jhumara ‘i Barruga, e cu’ mègghju i mia?!

(Del resto, dei miei figli non mi posso lamentare: uno raccoglie pietre nella fiumara Barruca, l’altro scava morti su per le timpe, e chi meglio di me? −)

Ma il capolavoro di mio padre era stato anni prima, il comizio, degno di essere raccontato.

Si era in campagna elettorale e un nostro cugino, avvocato di Gioiosa, certo Volante, si era presentato alle elezioni col Partito Monarchico. Sapendo mio padre amico e nostalgico, richiese il suo aiuto. Era l’ultimo giorno di campagna elettorale e il Volante doveva fare il comizio a Roccella, soltanto che i marpioni della politica si erano accaparrate le ore migliori, quelle del tardo pomeriggio e della sera. A lui fu concesso lo spazio dalle undici a mezzogiorno: il cinque di luglio.

Mio padre, prevedendo l’assenteismo generale, sia per motivi balneari, sia per la poca autorevolezza dell’oratore, sia per la pochezza del partito, sia per l’orario tra i più scriteriati, si dovette abbassare a chiedermi il favore di portare gli amici al comizio, tanto da avere un po’ più di gente. Così contattai la banda, Valerio fece altrettanto e volenti o nolenti dovettero venire.

Alle undici il sole spaccava le pietre. Il palco, previsto per le ore serali, era stato sistemato in pieno sole, a tre quarti dalla piazza in vista del mare. C’erano allora le colonne, quelle di via Marina, ancora a terra, ai lati del marciapiede. Qui sedevano al fresco dei folti benjamina, una quindicina di vecchietti, nostalgici della I Guerra Mondiale, e poi noi, seri per contratto, aggruppati al fresco, tutti lontanissimi dal palco. Arrivarono finalmente mio padre e l’oratore, entrambi con vasti fazzoletti in mano, sudati, in doppio petto sotto quella calura.

C’era anche Bobi, il nostro cane, affezionato a mio padre. I due si  consultarono  e  salirono  sul  palco,  mio  padre stempiato, l’altro quasi calvo. A un certo punto il candidato tolse da tasca una manciata di fogli dattiloscritti e si dette a leggere con voce chioccia, sgradevole, monotona: leggeva e si asciugavano il sudore a grandi manate.

Eugenio Franco furente

Eugenio Franco furente

Caterina Ruffa da Tropea

caterina ruffa da tropea

A un certo punto vedemmo anche Bobi, poverino, alzarsi e lentamente, quasi vergognoso, caracollare verso di noi e accucciarsi al fresco. Intanto il Volante macinava fogli su fogli, inascoltato e patetico e mio padre faceva grandi cenni di capo, approvando programmi e citazioni politiche dotte di cui certamente era intessuta l’inudibile arringa. E finalmente – era ora – arrivò al finale; lasciò perdere i fogli, si raddrizzò tutto e con voce eroica arringò:

− PER UN AVVENIRE DI BENESSERE, DI LIBERTA’ E DI PACE! −

Aspettò un applauso che non venne. Mio padre ci fece un cenno perentorio, e noi facemmo finta. A un tratto uno dei vecchietti seduti sulle colonne, si alzò, si avvicinò al palco a passi misurati, gettò e schiacciò a terra il mozzicone di sigaro e pronunciò la frase storica:

− BENISSIMO! CAPA DE CAZZO! −

E fece un applauso solitario e ritmato. Immaginarsi le risate. I due del palco, sudati e scornati, riguadagnarono la piazza e sparirono.

A tavola lo sfottò: – Certo che questo comizio di oggi ha cambiato il corso della politica italiana! − Silenzio −. Dopo questo comizio il Re starà preparando i “baulli” per il ritorno trionfale! − Silenzio. Allora non infierii più.

Con mio padre avemmo sempre un rapporto difficile a causa della Scuola: un disastro. Quando veniva a parlare coi professori gli facevano leggere i miei temi:

− Vedete? E’ intelligente, ha notevoli possibilità, soltanto che non  fa  niente,  è  sempre  impreparato:  potrebbe ma non vuole −

Questa è stata l’aporia imperscrutabile della mia vita: il rapporto negativo tra potenzialità e risultati.

I 50 anni di nozze di Ernesta Zanotti e Raffaele Ursini (U Pitturi) con figli e nipoti.

I 50 anni di nozze di Ernesta Zanotti